Una bella storia: El Rey y Don Augusto

Carlos, adesso, è un ragazzo (di 64 anni) tranquillo. La mattina, come direbbe Fabrizio, legge molti giornali e, con ogni probabilità, è convinto di avere delle idee. E le ha, da sempre. Adesso assomiglia un po' al Necchi, quando manda le rose alla Carmen, per fare il geloso e scappare con l'amante più giovane di nascosto (dove vanno i becchi? A 'mbriacassi!).

A vederlo oggi, imbiancato ed ingrassati, sembra più, appunto, un barista vecchio stampo che El Rey del Metro Cuadrado, El Gerente, attaccante piccolo e mortifero davanti alla porta.

Ma non c'è mai stato nessun bancone per questo cileno di nascita ma ungherese di lontane origini. Al massimo il banco, quello sì, degli imputati, dove è stato schiaffato con untuosa perfidia dalla redazione plenaria dei media cileni, per mano del direttore Pinochet.

Ma andiamo con  ordine, perdìo. Carlos, del fu René ferroviere, debuttò nella massima serie nazionale con il Colo Colo, nel 1967. Frequenta i movimenti politici del suo liceo, socialisti, ne abbraccia credo ed ideali senza esitazione. Quella l'avrà più tardi. Ha solo ventitré anni quando  il suo grande amico Salvador stravince le politiche e promette al Paese un futuro radioso. Lui non si tira indietro: è capocannoniere della Copa Libertadores e appoggia apertamente, e attivamente, la coalizione.

I sogni di Salvador, vissuto da uomo e morto da uomo, e dei suoi crollano l'11 settembre dello stesso anno, insieme alla Moneda, sotto le bombe dell'esercito. Con un fucile in mano o alla tempia, assassinato o suicida: comunque morto, el presidente non vedrà più l'amico Carlos, passato in estate al Levante. Anche nella Spagna franchista Carlos non fa mistero delle sue simpatie socialiste. Molti dicono che la sua verve politica gli abbia precluso anche la patinata, e franchistissima, maglia delle  merengues.

Sicuramente, comunque, avrà saputo dopo poco la sorte del suo amico, anche se senza i mezzi odierni la  notizia sarà arrivata tardi, dopo aver passato a  fatica la cappa di piombo del regime.

Nel frattempo la DINA, la polizia di Pinochet, arresta sua madre, Olga Garrido, che per settimane viene seviziata e interrogata. “Furono talmente tante le vessazioni e le torture che subii, che non ho voluto raccontarle per rispetto nei confronti dei miei figli e di mio marito” :queste le sue parole, qualche anno dopo. Avrà sicuramente saputo anche questa Carlos, quando vestì nuovamente, lontano da casa, la maglia della nazionale.

Il 26 settembre, due settimane dopo il golpe, se la giocò con i suoi a Mosca, contro l'Unione Sovietica di Kurthsilava e Blochin. Pareggiarono 0 a 0, tra l'esaltazione dei generali e dei loro mastini, mentre i cileni continuavano a morire, segregati nei corridoi dell'Estadio Nacional.

Se ne accorsero i russi che, un  po' per orgoglio, un po' per paura (“Non volevamo farlo perché c'era Pinochet al governo. Per noi era pericoloso viaggiare in Cile e portammo le nostre preoccupazioni dinanzi alla federazione calcistica”) chiedono alla FIFA di verificare l'agibilità dell'Estadio Nacional. E la FIFA obbedisce, com'è da sempre nel suo stile, a entrambi i contendenti. Manda due osservatori in Cile, Atilio D'Alméida e Helmut Kaeser, seguendo le direttive del Cremlino. E soddisfece anche le mirabolanti aspettative di Pinochet: “si può giocare” affermarono gli ispettori, mentre negli spogliatoi i soldati puntavano i mitra alle tempie dei detenuti. I russi decisero comunque di ritirarsi, consegnando la vittoria a tavolino alla Roja di Luis Alamòs.

Il 21 novembre i giornali già gridavano quindi al trionfo. I militari stiparono sugli spalti quanti più “tifosi” possibili, qualcuno senza nemmeno prendersi l'onere di andare a prenderlo a casa: era già lì. I calciatori, nello spogliatoio, sentivano ancora, dicono, il puzzo acre del sangue e del fumo. Scesero in campo, alle 17, con l'arbitro compiacente (avrebbe potuto altrimenti?) che fischiò l'inizio di fronte a una metà campo deserta.

Qualche tocco imbarazzato di fronte ad un pubblico largamente cooptato, due scambi da allenamento, la palla a Carlos. Si guarda a destra, poi a sinistra: vorrebbe calciarla fuori con un moto d'orgoglio, ma invece la passa al capitano, figlio di operai e socialista come lui, Francisco (Valdez). Lo squallido copione doveva concludersi con la sua marcatura. Sorride per i fotografi e la butta dentro. Al rientro negli spogliatoi, mentre il regime sorride soddisfatto, Valdez vomita dalla vergogna e Carlos si piega, vinto dalla codardia. Non succederà più, a partire da subito.

Pinochet invita tutta la squadra a  palazzo, per complimentarsi e augurare un buon Mondiale (quello, vicino, del 1974). “All'improvviso si aprì una grande porta e apparve Augusto Pinochet, con gli occhiali scuri e l'uniforme, impeccabile”, ricorda Carlos. Loro in fila, per stringere la mano al dittatore. Quand'egli arriva davanti al Rojo, il Rojo ricorda l'amico Salvador, i morti, l'odore della paura, il gol di Francisco, il sangue sugli spalti, il volto emaciato e invecchiato di vent'anni della madre: incrocia le mani dietro la schiena, sfida il potere e il potere cede, passando oltre.

Si ripeterà in tutte le occasioni ufficiali.

I Mondiali, con quel clima, sono da dimenticare: Carlos si fa espellere alla prima partita, con la Germania Ovest, diventando il primo calciatore  a terminare anzitempo un match mondiale. L'ha fatto per ripicca, dicono i giornali, per non giocare contro i suoi compagni della DDR (1-1). Il Cile, dopo un trascurabile pari con l'Australia, esce di scena, e Carlos non vestirà più la maglia della nazionale fino al 1979, quando porterà, praticamente da solo, la squadra in finale.

Nel 1985 lascerà, a 35  anni, il calcio, ma non la lotta alla dittatura. Alle elezioni del 1990, quando il Cile può finalmente scegliere se prolungare il “mandato” di Pinochet nel nome del continuismo, si schiera apertamente per il NO, appare in tv, tiene incontri e comizi. Vince, e con lui i cileni: l'anno dopo, alle urne, Pinochet è irrimediabilmente sconfitto, ma mantiene la guida dell'esercito (per sette anni ancora). Se ne andrà tardi, nel 2006, guardando il Cile dall'alto di una pila di morti, senza un giorno di carcere, vestito d'una speciale benedizione da parte di Giovanni Paolo II. Se ne andrà senza essere mai riuscito, potente ma non abbastanza, a dare la mano al Rey del metro cuadrado Carlos Caszely. (Jacopo Rossi)

Fonte: Il Fedelissimo in distribuzione per Siena-Novara