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Al club con la Robur

Tarabochia: “A Siena anni indimenticabili. Voria? Felice per lui, è una persona straordinaria”

Protagonista della 23ª puntata di “Al Club con la Robur” una figura chiave della struttura societaria del Siena degli anni d’oro: l’addetta stampa Cecilia Tarabochia. In bianconero per sedici stagioni, dal 1999 al 2014, nel corso della trasmissione ha ripercorso la sua esperienza con un tuffo nel passato, raccontando aneddoti e momenti significativi vissuti all’interno del club senese.

Voria – “È una persona straordinaria e sono veramente felice dei risultati che sta ottenendo. Nell’anno della promozione, se dobbiamo scegliere un episodio, secondo me un po’ tutti sceglieremmo il gol di Gill, con la sua corsa, in quel Siena Pisa: abbiamo tutti in mente quell’immagine. E ha ragione quando parla di atmosfera e di ambiente: lì c’era davvero qualcosa di speciale, un ambiente bello carico che si alimentava da solo in maniera meravigliosa”.

L’arrivo a Siena – “Io arrivai a ottobre del ’99, un po’ casualmente. Parlai con Salvietti e subito dopo conobbi la squadra: andammo al campo e, come succede sempre, quando qualcuno parla i giocatori si mettono in cerchio. Dopo l’introduzione del presidente, mi trovai nel mezzo e salutai con un ‘buongiorno a tutti’. Michele Mignani, che era ed è molto diretto, chiese: ‘E quindi cosa cambierebbe da ora?’. Spiegai due o tre cose su come vedevo io il lavoro e da lì cominciai: quello fu solo l’inizio”.

L’archivio di Nicola Natili – “Una volta entrata iniziai subito a lavorare e, controllando le note dell’archivio, notai qualcosa di strano. Erano le note di Nicola con le formazioni delle varie squadre, eccetera. Ma non finisce qui: dopo pochissimo trovai un secondo file nominato ‘Bona Ugo’, che voleva dire praticamente l’esonero di un allenatore. Una cosa pazzesca”.

Sensazioni particolari – “Come detto prima è qualcosa che non si spiega ma che senti nell’aria. A me le due promozioni diedero proprio questa sensazione: percepisci che ce la puoi fare. È chimica, pura chimica”.

Ruggero Radice – “È sempre stato un grandissimo professionista: nei miei anni a Siena non ho mai visto un calciatore allenarsi come lui. Non buttava mai via un movimento: a volte i giocatori chiacchieravano o facevano qualcosa tanto per fare, ma lui no, era sempre dentro, sempre al massimo, anche in allenamento. Lo notavo spesso e una volta glielo dissi: ‘Te non butti via un movimento, sei sempre attento e concentrato’. Era un complimento sincero per un exprofessionista”.

La notte di Genova e il Siena in paradiso – “Quella notte è sicuramente uno dei momenti più emozionanti vissuti qua. Dopo quel fallo su Ardito la partita cambiò completamente e si capì che non ce ne sarebbe stato per nessuno. A fine gara mi ritrovai abbracciata ad Angela Gorellini, in silenzio, con le lacrime: non c’era altro modo per esprimere quello che stavamo vivendo. Poi dovetti lavorare, anche se ero stata malissimo tutta la giornata: avevo un mal di testa terribile. A Genova c’era anche una forte contestazione dei tifosi del Genoa, tanto che dovemmo attraversare il campo perché non si poteva passare dal tunnel.  Uscii dopo la quarta carica della polizia e stavo davvero male, tanto che tornai a casa. Il mal di testa mi passò solo il pomeriggio del giorno dopo. Ma furono momenti incredibili. Anche lì si percepiva qualcosa: giorno dopo giorno il gruppo cresceva, diventava più forte, più unito. C’era sempre qualcuno che faceva un passo in più per il compagno. L’idea della Serie A sembrava impossibile, ma si capiva che poteva succedere. Fu davvero qualcosa di magico”.

Enrico Chiesa – “Da lui ho imparato tantissimo della Serie A. Il suo comportamento mi ha insegnato a gestire certi giocatori, i campioni. Ho appreso davvero molto anche riguardo il rapporto con gli altri uffici stampa e con i giornalisti”.

Il bello e il brutto del mestiere – “Io urlavo tanto, non ero simpaticissima. Ma in Serie A servivano regole, altrimenti diventava un disastro, e devi farle rispettare in ogni modo: con gentilezza, ma anche alzando la voce se serve. Avevamo tanti campioni abituati a quel livello. Il bello, invece, era vedere le facce di giocatori come Argilli o Mignani alla loro prima esperienza: quello ripagava tutto”.

La prima al Meazza – “Una delle emozioni più grandi fu la prima partita a San Siro, anche perché giocare in quello stadio ti fa realizzare dove sei arrivato. Per questo, l’ uscita dal tunnel, soprattutto per i giocatori alla prima volta, fu incredibile. Per altri era più normale, ma per loro fu davvero speciale”.

 L’episodio Cirillo-Materazzi – “Ricordo benissimo la lite tra Cirillo-Materazzi e quanto successe dopo. Finita la partita, scesi a corsa per raggiungere gli spogliatoi e, nel mentre passavo tra la gente, iniziarono a dirmi varie cose sull’accaduto. Così arrivai ma non feci in tempo, Cirillo stava già mostrando il labbro. A quel punto era tutto già partito e non si poteva più gestire. Durante il viaggio di ritorno parlai con l’ufficio stampa dell’Inter e piano piano la situazione si calmò. So che poi si sono chiariti di persona anni dopo”.

Il caso Zampagna – “In Empoli-Siena successe un episodio simile. In sala stampa un giornalista fece una battuta pesante e Zampagna perse completamente la testa. Quando vidi che stava per degenerare, lo presi e lo portai fuori, chiudendo la porta. Poco dopo arrivò un colpo fortissimo: aveva dato un calcio alla porta. Solo dopo mi resi conto del rischio: mi disse che se non avesse riconosciuto dalle mie mani che ero io probabilmente si sarebbe girato. Però forse è andata meglio così, perché qualsiasi persona si fosse trovata dinanzi a lui avrebbe passato poi una brutta serata”.

Daniele Portanova – “Un altro con un bel caratterino era Portanova, e anche su di lui posso raccontare un episodio. Dopo la sconfitta a Palermo e un articolo molto duro della Gazzetta, che criticava in particolare lui e Cirillo, la situazione si fece tesa. Cirillo si mosse subito per chiarire, mentre Daniele la prese malissimo. Decisi di non intervenire subito, ma di calmarlo promettendogli un confronto diretto con il giornalista. Quando, tempo dopo, si presentò l’occasione dell’incontro, fui costretta a trattenerlo a lungo per evitare che la situazione degenerasse. Alla fine Daniele disse tutto quello che pensava, ma senza andare oltre, e il giornalista si scusò ammettendo di aver esagerato nei toni. Alla fine della vicenda però, Daniele mi disse: “Oh, perché c’eri te, sennò lo menavo” (ride, ndr).”

Le fobie dei giocatori – “Qualcuno aveva paura dell’aereo. Ricordo un episodio in cui un giocatore, completamente sudato, mi disse: ‘Ceci, tutto ok, ma ho una paura tremenda dell’aereo’. Un altro, durante un volo, continuava a girarsi ogni due secondi per dire a me e al dott. Causarano di non dormire, perché così si sentiva più tranquillo. Con Calaiò, ad esempio, dovevamo andare a Milano per un video promozionale insieme a Maccarone. Gli dissi: ‘Prendiamo l’aereo da Firenze’. E lui: ‘Ceci, andiamo in treno’. Insistetti, ma alla fine mi confessò che non aveva una paura folle, però preferiva evitarlo. Così andammo in treno e poi tornammo in macchina con Massimo (Maccarone, ndr)”.

Il charter del Milan “Un altro episodio carino riguarda una trasferta a Reggio Calabria durante la quale alloggiammo al resort “Alta Fiumara”, sulla Costa Viola, un posto bellissimo. Non ricordo, in realtà, per quale motivo prendemmo il charter del Milan: un aereo con meno posti, tutti di prima classe, arredato da Alviero Martini. Un volo di lusso. Arrivammo e, vedendo la struttura dall’alto, con il mare, sembrava di vivere un sogno, così in pullman Vergassola prese il microfono e disse: ‘Ragazzi, vi ricordo che siamo qui per una partita’. Sembrava davvero una vacanza di lusso, ma c’era da giocare. Non ricordo il risultato, forse vincemmo”.

Molinari – “Eravamo a Malles. Una sera trovai Molinaro in ascensore con un quadernino. Gli chiesi cosa stesse facendo e mi disse che stava riscuotendo le multe. Chiesa, che era il capitano, gli aveva affidato questo compito: multe per ritardi agli allenamenti, a tavola, eccetera. Alcuni arrivavano anche a cifre importanti. Lui però era precisissimo: segnava tutto, nome e pagamento. Un’altra volta, sempre riguardo Molinaro e Chiesa, Enrico mi disse che aveva fatto mettere una lampada abbronzante per lui perché era troppo pallido. Poi in realtà non la usava solo lui”.

Scherzi telefonici – “Più che scherzi, c’era un clima molto leggero. L’anno in cui erano qua Cavallo e Tiribocchi insieme a Nelso Ricci, che mi chiamava Milva per il colore dei capelli, si divertivano molto. Passavano spesso dalla sede e Simone (Tiribocchi, ndr) più volte decideva di rispondere senza sapere a chi passare le chiamate. Una volta mi passarono al telefono un certo ‘Don Bachi’, il prete di Asciano: era uno scherzo ricorrente. Sempre più o meno nel solito periodo c’erano anche Locatelli (Thomas, ndr), Thomas Albanese, un ragazzo delle giovanili e Thomas, il ragazzo senegalese che aiutava Olinto. Una volta la segretaria rispose al telefono e si sentì dire: ‘Ciao, sono Thomas’. Non riconoscendo Locatelli, chiese: ‘Sei Albanese?’. E lui rispose: ‘No, sono di colore’, diciamo che erano anni in cui ci si divertiva davvero con poco (ride, ndr)”.

Niccolò Boscagli

Fonte: Fol