SIENA CAPOCCIA

Il nostro amico Tommaso Refini, giornalista, spesso intervenuto sulle pagine de Il Fedelissimo, senese doc trapiantato a Bologna, ci ha inviato questo articolo, molto bello, che noi, pubblichiamo volentieri.

 

Il pomeriggio del Franchi è di quelli che finiscono sul libro dei ricordi, se hai nel cuore la vecchia Robur; se invece ami la Magica, ha il sapore della sconfitta e le tristi sembianze di un capolinea dei sogni.

Il Siena interpreta la partita quasi perfetta, non fosse per un paio di sbavature che potevano costare care e per la gestione frettolosa di alcuni palloni d’oro: a dire il vero è poca cosa, quando ti chiami Davide e Golia bussa alla tua porta con i suoi campioni.

L’orchestra bianconera suona d’insieme, regalando al pubblico del vecchio Rastrello una fase difensiva da manuale del calcio, acume e rigore tattico da far invidia a una grande, con evidenti miglioramenti anche laddove si offende.

Prova corale con assoli da spellarsi le mani, firmati Galloppa, Vergassola, Curci, Frick, Maccarone e Giampaolo, che esalta le caratteristiche del suo patrimonio tecnico e getta granelli di sabbia negli ingranaggi romani. Ficagna ha preso bene le misure del campionato e con Portanova alza il muro; la Robur appende il quadro e SuperMario ci mette la firma.

La vittoria finale è il giusto premio alla preparazione della gara e a novanta minuti di qualità, dove l’1 a 0 è un abito stretto. Come stretto – proviamo ad immaginare – sarà lo spazio dedicato ai bianconeri sui media nazionali. Lunga vita ai salotti, alle polemiche e agli allenatori sulla graticola, dunque è la Roma che ha perso e non il Siena che ha vinto.

 

Quanto ai giallorossi, squadra che ha fatto innamorare gli appassionati d’Italia non c’è più. O forse c’è ancora, ma sta vivendo un lungo letargo. Sui volti dei gladiatori non c’è il sorriso che li faceva giocare senza pensieri, a memoria, disegnando calcio sui campi dello Stivale; c’è il nervosismo di chi non si ritrova, di chi si guarda allo specchio senza riconoscersi. Da amanti del pallone, speriamo che la lupa torni se stessa: evviva il genio di Ibra e l’estro di Dinho, ma un undici che gira come un orologio svizzero – la Roma dell’ultimo biennio – in un gioco di squadra merita gli applausi e la simpatia

A Siena la squadra finisce in nove, ma va al piccolo trotto fin dal primo minuto: almeno ad oggi Menez non vale Mancini; Baptista è una bestia che non fa paura; Riise e Cicinho non dimostrano i propri trascorsi; Mexes va in scena con la controfigura e quando anche Panucci – splendido immortale – alza bandiera bianca, la resa è completa. Poi Totti: senza il capitano è un’altra Roma, di gambe, cuore e di mente; questa è insicura e fragile, è un agnello vestito da lupa, con Perrotta e Taddei che senza il numero 10 perdono bussola e geometrie. Sulla testa lucida di Spalletti i pensieri schizzano come un disco che scivola sul ghiaccio da hockey: il tecnico giallorosso, maestro di calcio, si muove e si guarda attorno; è come un padre smarrito, che non riconosce la figlia.

A fine partita il pubblico di casa applaude i protagonisti di una giornata speciale, che se ti chiami Robur avrà un capitolo dedicato nella storia della tua vita. Il sole scende con la tensione: quanto sei bella Siena, quando è sera.

(Tommaso Refini / Free Lance International Press)

Fonte: Fedelissimi