Scommesse, il carrarmato dell’ingiustizia sportiva contro chi non ha santi in paradiso

L'avvocato Cesare Di Cintio, uno dei più brillanti esperti di diritto sportivo, consigliere d'amministrazione e rappresentante del Novara in Lega, commentando stamane con l'Eco di Bergamo il verdetto della Disciplinare sui casi Lazio-Genoa e Lecce-Lazio, è stato lapidario: "Il vento è cambiato. Ora servono le prove. E, contro Mauri, fin dall'inizio le prove non erano così schiaccianti".

In dubio pro reo. Giusto, sacrosanto, legittimo. Ma i quesiti che i tifosi sotto ogni bandiera si pongono sono semplici: perchè anche la legge del calcio non è uguale per tutti?

Perchè questo sistema funziona così male da farsi del male da solo, autominando la propria credibilità? Dentro il Palazzo pensano che siamo tutti scemi?  

Bisogna partire da qui per capire come mai l'ultimo giudizio di primo grado abbia demolito l'impianto accusatorio di Palazzi e come mai, in questi due anni di Scommessopoli si sia passati dall'onda giustizialista dell'estate 2011 al garantismo 2013, scandito da derubricazioni, proscioglimenti, penalizzazioni comminate e revocate e via ribaltando.

Eppure, quelli del Palazzo che da anni promettono le riforme, ma non le fanno mai, a cominciare dalla responsabilità oggettiva, ci hanno sempre detto che, per agire, alla "rapida" (rapida?) giustizia sportiva non servono le prove. Basta anche un indizio.

Basta? No che non basta, in un sistema normale, civile, decente. Ma il Pallone è un mondo a parte, dove l'ingiustizia regna sovrana e stanga chi non ha santi in paradiso.

Poi succede che, secondo gli ultimi dati ufficiali il Tnas, il Tribunale Nazionale dell'Arbitrato Sportivo, confermi solo 5 sentenze su 63  dei precedenti gradi di giudizio. Riduca di 345 mesi il monte squalifiche complessivo. Divenga uno Scontificio secondo i detrattori o, al contrario, l'unica sede in cui possa essere fatta giustizia poichè gli avvocati della difesa possono produrre prove, controinterrogare i pentiti, fare il loro mestiere.  

Peccato che il meccanismo, da due anni a questa parte non abbia mai funzionato alla stessa maniera  per tutti. Ad esempio, per l'Atalanta (8 punti di penalizzazione in due stagioni. E le confessioni di Doni arrivarono dopo il secondo grado di giudizio), il Siena, la Cremonese (la società che per prima denunciò lo scandalo), il Novara, Fontana e tutti i pesci piccoli massacrati per dare l'esempio. 

Così, se non ci fosse da ridere ci sarebbe da piangere pensando al deferimento che Palazzi – rappresentante della pubblica accusa più indifesa del globo, stanti le mazzate prese sinora – ha promosso a carico dell'Atalanta e dell'incolpevole, ignaro tesserato Migliaccio, per la storia del carrarmato alla Festa della Dea.

Qui, l'unico carrarmato da mettere fuori uso è quello di un sistema totalmente da rifondare, forte con i deboli e debole con i forti, capace di usare diciotto pesi e diciotto misure a seconda delle circostanze e di seminare sabbia a tal punto da imbufalire il pm cremonese Di Martino che con la Gazzetta, stamane ha sbottato: "Con queste sentenze non si aiuta il calcio, Non capisco come certi reati possano trasformarsi in omessa denuncia. Gli arresti? Rifarei tutto".

Chissà se ad Abete fischiano le orecchie e non solo a lui. Anche perchè, c'è sempre l'indagine penale in corso e si arriverà a un processo e a una sentenza. O no?

Leggendo il dispositivo della Disciplinare si arriva a una sola, contraddittoria conclusione: che gli illeciti siano stati consumati, ma che le prove a carico degli incolpati siano risultate insufficienti quando addirittura inesistenti. Un capolavoro di tartufismo che due anni fa non ci fu. Ricorda Di Martino: "Non capisco l'evoluzione dei giudizi. Quando è toccato ai primi, mi riferisco a Doni e compagnia, i processi erano fatti in maniera molto semplice. Si prendevano le carte, si ascoltavano gli interessati e si decideva. Giusto o sbagliato che fosse. Gli ultimi processi si sono trasformati in  processi che sono andati oltre le indagini penali".

Domanda: come mai due anni fa venne usata l'accetta e adesso il vento è cambiato? Risposta dell'avvocato Di Cintio: "A segnare la svolta è stato il caso di Fontana, l'ex portiere di Novara e Palermo. Quando è arrivato davanti al Tnas, dopo la condanna per illecito in primo grado, inflitta a causa delle dichiarazioni di un pentito e la conferma in secondo grado, il Tnas ha detto che le parole di un pentito non bastano per condannare il giocatore, servono le prove: e Fontana è stato assolto". Un principio elementare del diritto che, però, non vale o funziona a corrente alternata nell'arcaico sistema della giustizia sportiva, dove dev'essere l'incolpato a dimostrare la propria innocenza.

Nessuno risarcirà Fontana delle palate di fango che gli sono state tirate addosso per mesi, prima del verdetto liberatorio. Così come nessuno risarcirà l'Atalanta degli 8 punti di penalizzazione inflittile per responsabilità oggettiva a causa del tradimento dell'ex capitano, anche se il club non c'entrava nulla; della gogna mediatica e degli attacchi all'immagine societaria e lo stesso dicasi per tutti gli altri club che hanno pagato ingiustamente per le responsabilità dei tesserati risultati colpevoli.

Non andate a dirlo ai padroni del sistema, dove vige la stessa regola della fattoria di Orwell: tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. L'avevamo capito da tempo. Per questo è un sistema da buttare. 

Xavier Jacobelli

Fonte: calciomercato.com