Sannino: “Scelgo degli uomini per le mie squadre, non semplicemente dei calciatori”

Il tecnico del Siena Giuseppe Sannino in un'intervista rilasciata a 'Tuttosport' ci racconta la sua vita e la sua personalità partendo dal recente passato. Più precisamente dall'abbraccio di Destro dopo il gol.

"Non me l’aspettavo, mi ha preso alla sprovvista. Ho un livido sulla vertebra, ma è tutto a posto. Sono contento per Mattia, ma non basta. Destro deve capire che il calcio è un mondo che trita tutti in fretta. Segna all’esordio e poi gioca poco: così lo dipingevano. Ma io gli ho detto che bisogna giocare bene per un campionato intero. Occorre dimostrare tutti i giorni di meritare questa categoria. Io non racconto mai frottole a nessuno, gli voglio bene. E continuo a ripetergli: Se sei bravo, lo devi dimostrare sempre".
Sulle voci che hanno riguardato D’Agostino e Mannini ci tiene a precisare che "A Daniele voglio bene, mentre Gaetano è un ragazzo sano e intelligente. Loro hanno una grandissima voglia di giocare, ma io devo pensare agli equilibri della squadra. E poi nella vita non si può vivere sempre di ciò che si è fatto, ma di quanto si deve fare".

Il tecnico napoletano ha dalla sua una grande capacità di motivare il gruppo, tanto che alle volte si parla di lui come de il manifesto del "celodurismo". Definizione questa che lo trova concorde. Anche per il suo passato professionale. "Mi piace, è una definizione che si adatta a me. Io dico sempre ai miei giocatori 'Dobbiamo saper nascondere i limiti e far emergere i pregi'. E mi piace vivere ogni situazione con estrema professionalità. Poi tutto dipende da ciò che hai in mano. Di sicuro, io non ho mai allenato squadre pronte a vincere il campionato. Ho fatto il mio percorso, senza prendere scorciatoie, sapendo che nella vita nessuno ti regala niente. Solo così ho costruito le fortune mie e dei miei calciatori, ai quali non finirò mai di dire grazie. È merito loro, e di un destino fortunato, se sono arrivato in serie A".

"Il mio metodo, in fondo, è semplice: io non costruisco un gruppo, semplicemente scelgo gli uomini – non i calciatori – e lavoro per far capire loro che hanno la grande possibilità di stare insieme un paio d’ore, di vivere la partita in modo passionale, con amore. Nella consapevolezza che chi fa calcio è un privilegiato: i dolori veri sono da altre parti".

Davanti ai tifosi che, esaltati dal momento, chiedono l'Europa, risponde con sano pragmatismo. "Non scherziamo, per ora pensiamo a salvarci. Certo, Siena è una piazza che ha vissuto la serie A, la B, la C. Io parlo spesso con i tifosi, so quanto ci tengono. Sicuramente le favole si possono costruire, ma sono fatalista. Il nostro destino è già scritto. Però se proviamo a forzarlo un po’… E mi tengo i miei dubbi: chi non li ha non è una persona intelligente".

Il passaggio dal Varese, dopo aver perso i play off di B, al Siena neo promosso in A non è stato semplice. Ma se si vedono i frutti del suo lavoro vanno riconosciuti anche i meriti di chi lo ha preceduto e della dirigenza. "Sono arrivato in un club con una promozione alle spalle, dunque con maggiori certezze. Ho cercato di innestare le mie idee su una base buona: qui Conte ha insegnato la cultura del lavoro, la voglia di proporre un calcio offensivo. In serie A è diverso. Io ho solo chiesto il sacrificio a gente che l’anno scorso era abituata a giocare più avanti".

Per Sannino la gavetta è partita da lontano. "Ho smesso di giocare a 30 anni, poi per 10 anni ho lavorato all’ospedale di Voghera come agente ausiliario. Pulivo i gabinetti nelle corsie, ma di notte pensavo al modo in cui tornare nel mondo del calcio. Facevo i turni mattutini, così il pomeriggio andavo ad allenarmi e di lì ho iniziato a lavorare nelle giovanili di Voghera, Pavia, Monza, Como..."

Nel 2008 la svolta professionale sostituendo Carmignani al Varese in C2. esperienza questa condita da diverse squalifiche ricevute. "Però mi piazzavo in una delle due curve chiuse e facevo avanti e indietro per accompagnare le azioni di difesa e attacco dei miei. Non era un tifoso, quello lì ero io".

Sebbene si dia un'aria da "Sergente di ferro", Sannino aveva un rapporto speciale con la scuola calcio giovanile del Varese. "Quei bambini giocavano all’ombra dei loro idoli. Ogni volta mi facevano dono di alcuni disegni che poi sono stati appesi nello spogliatoio del Varese dei grandi. Con loro ci divertivamo anche nel fare pronostici. Un giorno mi dissero: "Mister, domani batterà il 3-0 il Torino". E così avvenne".

Tornando sul suo addio alla città lombarda il tecnico mostra però il suo carattere sanguigno. "Varese è una città abituata a vivere di pane e salame: c’è tantissima passione. Quando andai via, dedicai ai varesini la canzone "Grazie a tutti" di Gianni Morandi. Ora penso al "Vaffanculo" di Marco Masini: uno spaccato di vita di ognuno di noi, ti fa capire che le porte ti si chiudono in faccia, ma spesso c’è un portone davanti a te pronto ad aprirsi".

Ma c'è chi a Varese non si dimentica di lui, come due tifosi che domenica a Siena hanno esposto uno striscione: "Non c’è un altro come Sannino". "Li ringrazio. Io sono una persona che vive di lavoro, con agi e oneri, ma bisogna essere sempre a disposizione di chi ti vuole dare una stretta di mano".

In chiusura, Sannino parla del suo 4-4-2 d'ispirazione sacchiana e del recente "possibile" passato palermitano. "Sacchi ha cambiato il modo di pensare calcio. Io, invece, non sono nessuno, cerco solo di rubare qualcosa ai big, dalla grandissima passione di Trapattoni al pragmatismo di Capello. E poi la Juve di Lippi: un esempio in Italia. Domenica ritroverò Guidolin, uomo di grande spessore, straordinario nella sua umiltà. Sarà un onore affrontarlo". 
 

Fonte: Tuttosport