“Pulivo i cessi in un manicomio e sono arrivato ad allenare in Serie A”. Beppe Sannino, che la massima serie l’ha trovata con la Robur, ha raccontato la sua carriera in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport. 68 anni, adesso allenatore del Bellinzona nella B svizzera, il tecnico di Ottaviano ha citato due momenti legati al Siena. Il primo alla domanda sul giocatore con cui è più legato. “Gli umili, come Gazzi o Brienza”. Il secondo all’esperienza nella panchina bianconera. “All’Olimpico, contro la Roma, pensai: ‘Ce l’ho fatta’. Totti e gli altri uscirono da sotto la Sud, sembravano gladiatori. Chiesi al mio vice: ‘Oggi quanti ne prendiamo?’. Finì 1-1. Una delle partite più belle mai fatte”. Dopo quella grande stagione, chiusa con record di punti e semifinale di Coppa Italia, scelse il Palermo ma ebbe diversi corteggiamenti. “Mandai a quel paese De Laurentiis. Ovviamente non pensavo fosse lui, ma uno scherzo. ‘Hai già fatto con Zamparini a Palermo?’. Gli risposi di sì”.
Sannino spiega di non voler più tornare in Italia per i troppi luoghi comuni. “Non vivo sulla luna. So che il meglio l’ho dato e che sono in una fase calante, ma in Italia diventi un personaggio. Ti chiedono se mangi il panettone. E i social sono dilanianti. Alla mia età non voglio entrare in una centrifuga. Io sono uno che è partito dal niente e che si è fatto da solo”.
“Nasco scugnizzo napoletano, poi mi sono trasferito a Torino. Ero l’unico che girava in pantaloni corti e infradito, da qui il soprannome “ciabattino” – prosegue – giocavo e basta, saltavo spesso la scuola. Una volta mio padre per punirmi diede fuoco alle scarpe da calcio sul balcone con l’alcol”.
Sannino, da calciatore, era “genio e sregolatezza, uno come me non l’ho mai allenato”. Arrivato fino alla C, ha smesso a 31 anni iniziando ad allenare nelle giovanili della Vogherese. Nel frattempo, lavorava, con tanto di sveglia alle 5. Prima in un ospedale psichiatrico, poi in uno civile. “Pulivo i cessi per l’equivalente di 900 euro di oggi. Lavavo i pavimenti con la segatura, c’erano scarafaggi e quant’altro. E poi aiutavi i pazienti. Inoltre, al manicomio, ho conosciuto la sofferenza vera. Ricordo una pittrice bravissima che se ne stava lì a dipingere e ti chiedevi come mai. Al civile, invece, ho visto morire anche amici e tifosi della Vogherese”.
Nel 1998 diventa allenatore full time, nel 2000 vince la D col Sudtirol, nel 2008 il momento di svolta, Varese. “La storia del mio cuore. Arrivai con 500 tifosi, me ne andai con diecimila. Tre anni senza sconfitte in casa. Invitai subito i giocatori a mandarsi a quel paese. Divenne lo slogan delle due promozioni. Avevo una maglietta con scritto “fun cool”, ma che in italiano si legge come sa. Il rapporto coi tifosi è stato top. Loro cantavano: “Oh Sannino mandaci a fan…”. E io lo facevo. Con Sogliano ci incontrammo alla stazione di Albizzate e mi disse che gli stavo sulle palle, da lì è nato un rapporto splendido. Nel 2011 sfiorammo la Serie A. Sono andato via piangendo, con una lettera dedicata a tutti”. L’ultima trasferta di campionato di quell’anno fu al Franchi. Incassò un 5-0 da Conte, rimase diversi minuti solo in panchina con lo stadio che si svuotava. Poche settimane dopo firmò per la Robur.
Fonte: Fol
