Rossi: “A Siena le stagioni più belle della mia carriera. Per poco non abbiamo portato la Robur in Europa”

Siena ha rappresentato una parte fondamentale della sua carriera da calciatore oltre che un periodo di grandi soddisfazioni personali e di squadra. Gregario silenzioso, mai una parola fuori posto, nei suoi sei anni in bianconero Andrea Rossi ha sempre avuto la capacità di farsi trovare pronto quando chiamato in causa. La pagina di Wikipedia a lui dedicata sostiene che dal 2019 militi nel Tre Penne, squadra di San Marino, ma la professione di calciatore – racconta l’ex bianconero ai nostri microfoni – è purtroppo solo un lontano ricordo: “In realtà ho smesso nel 2018, dopo l’ultimo anno a Pescara, per un’artrosi all’anca. Mi ero anche operato, avevo provato a fare una pulizia ma non è servito a niente”.

Una vera sfortuna, eri ancora relativamente giovane.

“Avevo 32 anni, altri 2-3 anni di carriera li avrei fatti volentieri. Ma è anche vero che, se fisicamente non sei quello di una volta, poi vai avanti per cosa? Rischi di rovinare quanto di buono avevi fatto fino a quel momento. Così ho preso la decisione di smettere, adesso faccio altro”.

Di cosa ti occupi?

“Ho aperto un’attività imprenditoriale a Torino con mia moglie, dal momento che i miei suoceri erano già attivi nel settore”.

E il calcio?

“Non l’ho affatto abbandonato. Lo seguo ancora 365 giorni l’anno (ride, ndr). Subito dopo aver smesso avevo anche ricevuto delle proposte per affiancare qualche direttore, ma non mi sentivo ancora pronto. Ci sarà tempo per rientrare”.

Siena, per l’appunto, è la stata la tua prima esperienza tra i grandi. In pochi ricordano però che, nell’estate del 2007, la Juventus ti richiamò brevemente per una importante tourneé all’estero.

“Io ero già in prestito al Siena, ma la Juventus era momentaneamente priva dei nazionali italiani. Così la società decise di richiamare alcuni dei giocatori in prestito nelle varie squadre. Fu una bellissima esperienza, giocammo in Cina e in Australia. Non c’erano i giocatori della nazionale ma ho condiviso l’avventura con gente del calibro di Nedved e Trezeguet. Poi c’era mister Ranieri, una grande persona. Un’esperienza che rifarei”.

Al tuo ritorno, la Robur decise di farti firmare un contratto di quattro anni. Una bella investitura per un giovane.

“Avevo appena vinto lo scudetto Primavera in una squadra molto forte, con i vari Criscito, Giovinco, De Ceglie e Marchisio. Perinetti venne a Torino dicendomi: hai Molinaro davanti, intanto ti fai le ossa, poi vedremo. Fu davvero una grande soddisfazione arrivare a Siena, ringrazierò sempre il direttore per avermi dato la possibilità”.

Visto che lo hai nominato, ti aspettavi il ritorno di Perinetti in bianconero quest’estate?

“Non mi aveva sorpreso. Lo conosco bene, nei posti in cui è stato bene è sempre tornato. Non si è mai fatto problemi di categoria, basta ricordarsi l’esperienza di Venezia, dove tra l’altro mi aveva anche chiamato per andare a giocare. A Siena è sempre stato ed è molto legato. L’addio che è maturato a stagione in corso, quello sì, mi ha sorpreso”.

Tornando alla tua esperienza, il tuo rimpianto più grande può essere forse l’aver giocato meno di quanto effettivamente avresti potuto? Alla luce di quello che poi è stato il tuo lungo trascorso in bianconero.

“Sinceramente credo di sì. Il primo anno fui lanciato da Mario Beretta, in una stagione straordinaria in cui facemmo il record di punti. L’anno dopo arrivò Giampaolo e, senza nulla togliere al mister, che è una bravissima persona, a bocce ferme penso che la situazione sia stata gestita male dal punto di vista societario”.

In che senso?

“Avevo 21 anni ed ero reduce da un campionato dove avevo fatto bene. Zanzi mi disse che su di me era stato fatto un investimento perché l’obiettivo della società era rivendermi in futuro. Il mister però portò con sé Del Grosso, che era un suo uomo di fiducia. Anche contro Cristiano non ho nulla, siamo sempre stati e siamo tuttora in ottimi rapporti, però da lì ho chiaramente iniziato a giocare meno. Penso che con una gestione diversa avrei potuto fare un’altra carriera, quantomeno qualche anno in più di Serie A. Sono i bivi che ti presenta il calcio. Ma non mi voglio lamentare, ho comunque fatto un bel percorso”.

Soprattutto alla Robur, dove hai trascorso gran parte di questa carriera.

“Ripensandoci dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, penso che quelle di Siena siano state le stagioni più belle della mia carriera. Annate fantastiche, dove abbiamo giocato un grande calcio, creato dei bei gruppi di amici e che mi hanno fatto crescere come giocatore e come persona. Mi è dispiaciuto solo per il fallimento, la gente che lavorava nel Siena e la piazza non lo meritavano”.

È nella tua ultima stagione in bianconero, la 2011/12, che ti sei tolto le soddisfazioni più grandi?

“Insieme alla salvezza dell’anno con Beretta, senza dubbio. Fu un anno duro perché c’erano anche molte altre squadre attrezzate, nonostante ciò facemmo il record di punti”.

Ed andaste ad un passo dallo sfiorare un’altra impresa: la finale di Coppa Italia. Sono passati esattamente dieci anni, hai mai ripensato alla dimensione di quella cavalcata per una squadra come il Siena?

“Sì, fu un cammino incredibile. La Coppa Italia è sempre così, all’inizio non interessa a nessuno, in fondo tutti vogliono vincerla. Noi in quegli anni avevamo proprietà forti alle spalle e direttori che facevano sempre squadre competitive. C’era un bel mix tra giocatori di esperienza e giovani che tutti gli anni venivano fuori. Ricordo delle grandi partite, quella rocambolesca vinta a Palermo ai rigori e anche il successo a Chievo grazie ad un gol di Destro”.

La partita che vi regalò una storica semifinale contro il Napoli.

“Eravamo sfavoriti e probabilmente loro all’andata ci sottovalutarono. Rimane il rammarico per quell’autogol di Pesoli nel recupero: a Napoli avremmo potuto perdere lo stesso, certo che andarci con un 2-0 o con un 2-1 fa tutta la differenza, anche a livello mentale”.

Un ulteriore passaggio del turno avrebbe potuto aprire prospettive mai immaginate per la Robur.

“La finale sarebbe stata un sogno. In quei momenti pensavamo a cosa avrebbe potuto significare, perché l’altra finalista sarebbe stata la Juventus che era avviata a vincere anche il campionato, come poi successe. Per cui avremmo avuto grandi possibilità di disputare la Supercoppa l’anno dopo a Pechino e forse, chissà, anche portare il Siena a giocare una competizione europea. Sarebbe stato il coronamento di un sogno. Come spesso succede nel calcio, un dettaglio ha fatto la differenza”.

Resteranno impressi dei ricordi indelebili e anche l’onore di aver indossato la fascia da capitano.

“Andare al ‘San Paolo’ a giocare con la fascia da capitano è stata un’emozione indescrivibile. Militavo nel Siena da tanto tempo ma avevo pur sempre 25 anni, ero ancora giovane. È una cosa che non capita a tutti”.

Sei sempre in contatto con qualche compagno dell’epoca?

“Con molti. Poco tempo fa ho rivisto Portanova, che abitava a Torino quando suo figlio Manolo era alla Juventus. Poi mi sento sempre con Galloppa, Vergassola, Bolzoni e anche Marrone. Ho avuto modo di ritrovare anche Loria che ha aperto un centro sportivo a Torino”.

Da fuori hai seguito la stagione della Robur? Che idea ti sei fatto?

“Mi aspettavo qualcosa in più. Quando una proprietà investe tanto pensi che la squadra possa spaccare il mondo, poi il ritorno di Perinetti mi aveva dato fiducia. È una persona che se gli dai tempo i risultati te li porta. Quando ho letto che se ne era andato sono rimasto sorpreso. Oltre ad essere una figura molto competente è uno che sa tenere il gruppo, è bravo a gestire i momenti difficili in una stagione. Ora la squadra è un po’ attardata ma c’è ancora del tempo per poter recuperare”.

Domenica c’è Pescara-Siena, sfida tra due delle tue ex squadre.

“Ho visto tante partite di Serie C, sia per vedere cosa fa qualche mio ex compagno che per tenermi aggiornato. Sicuramente proverò a guardarla”.

Hai detto che prima o poi vorrai rientrare nel mondo del calcio, ma in che ruolo?

“Appena smesso, avevo in mente di fare il corso da direttore sportivo, poi la pandemia ha rallentato il tutto. Non credo di essere portato per fare l’allenatore, a me piace guardare le partite. Il corso da direttore lo farò sicuramente, poi vedremo. Qualche contatto ce l’ho ancora, in un modo o nell’altro penso di tornare in questo mondo”.

Magari a Siena.

“Magari. Lì ho lasciato tanti amici, sia dentro che fuori dal campo. Sarebbe bello”.

Un saluto ai tifosi?

“Saluto volentieri tutti i tifosi bianconeri per il sostegno, sempre incondizionato, che mi hanno riservato. Nonostante non abbia giocato molto loro sanno che ho dato sempre tutto. Il vero ringraziamento è per esserci stati sempre vicino anche quando abbiamo passato dei momenti difficili. Sempre forza Robur”.

(Jacopo Fanetti)

Fonte: Fol