RIFLESSIONI di Paolo Bartalucci

Cinque giornate alla fine. Quale sarà l’esatta pronuncia di Sassuolo? Si dirà Sassciuolo o Sasciuolo?

E dov’è esattamente Gallipoli? Se la realtà fa male, fa male anche il futuro, che incerto lo è per antonomasia.

E poi soprattutto lo è per chi come noi non riesce a fare i conti benissimo nemmeno con il passato. Andando a ritroso, ma soprattutto su Youtube, si può rivedere la gara d’andata con l’Atalanta solo per rendersi conto che: eravamo ultimi, loro terzultimi, abbiamo perso per due a zero. Ugualos, come diceva Benigni in ‘Non ci resta che piangere’.

Dopo, sempre con un minimo di autolesionismo, si passa a quella col Bari: stessa sorte.

Ultimi allora, penultimi adesso. In un girone intero l’unica cosa che è veramente cambiata tantissime volte sono i nostri stati d’animo che versano in perenne stato sportivo-depressivo-comatoso. Sforzandosi di capire chi è il colpevole abbiamo passato al setaccio tutto, trovando a turno delle percentuali di colpevolezza in chiunque, ma soprattutto nelle tre componenti che fanno di una società di calcio le fondamenta: presidente, allenatore, direttore sportivo. Tre Re Magi piuttosto tirchi e incapaci. Ma questo è il passato. Al presente ci sono da una parte le dichiarazioni positive del Presidente che ancora non si è arreso alla retrocessione e che si è espresso positivamente sul futuro. Dall’altra l’incazzatura diffusa dei tifosi che vedono sfumare il sogno, realizzato e lasciato morire, della serie A.  Una massima serie mai abbastanza difesa da chi c’era prima di lui, mai abbastanza apprezzata da chi ha mangiato e goduto anche grazie ad essa, mai abbastanza tutelata come si fa con un dono. Ma: acqua passata non macina più.

 

A proposito d’acqua.

Ero tra i 76 a Bergamo. La cosa che più mi ha colpito è stata la reazione dei 76 al 2 a 0 per l’Atalanta: poca rabbia e molto self control. Probabilmente ognuno aveva la sua ragione. La mia è che questa squadra ha dei limiti enormi: tecnici e tattici. Penso che mai come in questo campionato un’eventuale retrocessione, che mi auguro ancora non avvenga, sia per demeriti in assoluto sportivi. Nessun arbitro ci ha danneggiato in maniera seriale, nessun giocatore ha dato meno di quello che poteva, nemmeno il pubblico ha tifato meno di quello che doveva fare, anzi ci ha creduto molto di più di quello che poteva lasciare intendere la classifica. La colpa è di chi ha destrutturato un giocattolo che funzionava e in chi l’ha assecondato. Da qui in avanti i tifosi  sembrano essere tutti d’accordo su una posizione pugilistica: tenere la guardia alta. Credo che sia cosa buona, giusta e pure saggia. Da evitare, più che il giusto atteggiamento guardingo, al momento ci sarebbe però il tutti contro tutti perché una sana e seria presa di coscienza può consentire a noi tifosi di agire insieme, attenendosi strettamente e tranquillamente ai fatti.

 

Al momento le scadenze sono il nome del nuovo Direttore Sportivo, dopodichè ci sarà la nomina di un allenatore, poi l’allestimento di una squadra. E questo lo farà il Presidente, portato a Siena a furor di popolo. Poi sarà la volta dello sponsor che confermerà o meno il budget, il Comune che si è detto favorevole all’edificazione della Cittadella dello Sport che  a detta di tutti è un imprenscindibile punto di partenza e di arrivo per una serie e sana società calcistica. Tutto questo eviterebbe di incontrare molte volte l’impopolare Cittadella, e di prendere confidenza con la parola Sasciuolo. Ma ogni componente dovrà fare il proprio dovere, da adesso.

 

Al momento, pensiero personale, è inutile sputare insulti su chi rimarrà. La rabbia va usata bene e le incazzature vanno non solo gestite ma incanalate verso le giuste direzioni. Inutile dire che ognuno tifa per la maglia, anche perché i 76 che erano a Bergamo erano lì per il Siena, come quelli che hanno preso secchiate d’acqua e freddo con il Bari. È la passione che fa fare cose che non faresti. Pare strano ma è così. Non è offendendo chi rimarrà, ripeto rimarrà, che si ottiene la licenza di migliore tifoso della Robur. Perché il bercio non porta frutti come, per carità, l’applauso felice del sostenitore ottuso. Poi, come sempre, ognuno faccia come crede. (Paolo Bartalucci)

Fonte: Fedelissimo Online