RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LA LETTERA DI UN TIFOSO

I più vecchi di noi questi sentimenti se li ricordano. La rabbia, il senso di impotenza, le traverse, i rigori sbagliati, la sensazione di una squadra che comunque la rigiri gioca male, malissimo. Le voci in tribuna che si rincorrono – ma perché non gioca quello, non gioca questo – quando poi questo o quello, una volta inseriti, si rivelano povere cose, spesso peggio dei titolari che dovrebbero sostituire. E poi, sempre più vicina, la parola innominabile.

 

Quante volte l’avevamo visto, questo film? Per quelli della mia generazione – 1958 – quel film coincide in gran parte con l’avvicinamento al Siena, con l’anno della fatale retrocessione dalla C alla D. In piedi o a sedere sui gradoni, io e il mio babbo spesso addirittura dalla strada dietro la gradinata, qualche volta sul prato dietro la porta, assistevamo impotenti e attoniti a uno spettacolo di sfacelo e disfacimento, chiedendoci come fosse possibile. E poi l’abbiamo rivisto e rivissuto ancora, negli anni settanta e negli anni ottanta, fino a convincerci che questo era il nostro destino.

 

Poi qualcuno ci ha fatto credere che non era necessario che andasse sempre così. Che era possibile sognare e sperare l’insperabile, e piano piano si sono realizzati i miracoli della B e della A. Ci eravamo immaginati di essere finalmente riusciti a superare questa stagnazione perenne, questa pesantezza esistenziale, questa condanna alla mediocrità e al grigiore. Ci sentivamo finalmente diversi, e ci sembrava di esserci lasciati il passato dietro le spalle

 

Chi, come noi, questo film non l’ha vissuto, stenta e si smarrisce a capire tutto questo. Il mio figliolo più grande (il piccolo non si è mai appassionato di calcio, forse per distinguersi dal fratello) ha cominciato a venire con me allo stadio che faceva la quinta elementare, e fu l’anno della promozione in A.

Per un bambino sono state emozioni indimenticabili, anche se nei primi anni della A sono state spesso accompagnate dallo stupore nel vedere il babbo perdere il lume degli occhi ad insolentire arbitri e avversari con parole irripetibili. Per me, che vivo e lavoro fuori Siena, portare il figliolo la domenica allo stadio, trovare lì il resto della  famiglia e gli amici di sempre, era come tornare a casa, nel senso più ampio e affettuoso della parola.

Il Rastrello e i suoi gradoni erano tornati a incarnare Siena, la sua parte più bella, sognatrice e generosa – il cuore pulsante della città. Per tutti questi anni padre e figlio hanno macinato chilometri su chilometri ogni domenica per non perderci un appuntamento, per essere sempre lì a soffrire e gioire. Ieri però nel volto del bambino che nel frattempo è cresciuto,  è diventato un ragazzo grande e grosso, ho visto una rabbia e un dolore che mi hanno fatto tornare indietro di anni, a quelle sofferenze che anche io ho vissuto da ragazzo quando il nostro destino sembrava scolpito nel marmo, da una forza che niente e nessuno avrebbe mai potuto modificare.

E a un certo punto lui, che da adolescente duro e scontroso evita giustamente ogni contatto fisico con il padre, mi ha stretto la mano come faceva tanti anni fa quando c’era un momento di dolore, come a volermi trasmettere una sensazione di un dispiacere indicibile –è finita. Babbo, ci hanno ammazzato il nostro sogno.

 

Grazie, autorità cittadine e dirigenti dell’Ac Siena. Spero che anche a voi prima o poi capiti di provare un dispiacere del genere, ma se c’è un minimo di giustizia a questo mondo vi auguro che in quel momento siate soli, che i vostri figli abbiano capito di che pasta siete fatti, che vi abbiano abbandonato, e che non siano lì con voi a condividere i vostri dispiaceri

Leopoldo Nuti

Fonte: Fedelissimo Online