La squadra di mister Magrini ha appena ritrovato una certa continuità nelle vittorie che subito la vis polemica tipica dei senesi – tifosi o giornalisti che siano – non ha tardato a riprendere vigore spostando adesso il proprio obiettivo sulla nuova proprietà svedese della Robur, per certi aspetti con più interesse di quello manifestato al momento dell’acquisizione della società che fu, per pochi mesi in verità, del comunque provvidenziale Simone Giacomini.
Il Siena Club “Fedelissimi” ha dedicato alla questione larga parte della sua ultima e numerosa assemblea dei propri soci durante la quale, pur con differenti argomentazioni e posizioni, alla fine tutti si sono per il momento riconosciuti nelle parole del nostro saggio presidente Mulinacci propenso, prima di ogni valutazione di sorta, a dare tempo al lavoro di Jonas Bodin & soci, passando sopra anche al fatto che non siano disposti a sprecare denaro nel difficile calciomercato invernale in cui di solito si compra tanto per comprare, placare la piazza e rischiando magari di ingaggiare calciatori semirotti o bolliti. I “fedelissimi”, insomma, si sono confermati gente seria, con la testa sulle spalle e coi piedi per terra, amanti del Siena a tutto tondo ed in ogni categoria questo si trovi.
In quell’occasione non presi la parola ma, riordinate le idee, vorrei fare anch’io alcune riflessioni sul tema.
Innanzitutto, quanto meno per buona creanza, dobbiamo un minimo di riconoscenza alla cordata svedese per essersi caricata dell’onore e dell’onere di una società che, nonostante tre (diconsi tre!) fallimenti nel breve arco di dieci anni, può così continuare a far essere presenti i colori bianconeri della Balzana nel panorama del calcio italiano. Non era scontato.
In secondo luogo non è da storcere il naso più di tanto se il programma dei nuovi acquirenti mette innanzi a tutto il consolidamento societario sul piano economico, amministrativo, organizzativo ed impiantistico. Non è detto che ci riescano ma un po’ di credito nel frattempo bisogna darglielo, preso atto che (pensiamo per esempio alle strutture di allenamento) a Siena dobbiamo fare un bel “mea culpa” non avendo realizzato nulla di nulla nonostante un decennio tra Serie A e B ed i tanti soldi dispensati in quel tempo beato dal Monte dei Paschi.
D’altra parte è noto che in Svezia ci si pone davanti allo sport con una mentalità completamente diversa rispetto all’italico stivale, terra di campanili usi a sfidarsi in accesi derby e dove una promozione spesso vale una guerra vinta ed una retrocessione è vissuta come un’onta irrimediabile. In Svezia, invece, lo sport piace farlo più che guardarlo; basti pensare infatti che in quel Paese ben il 64% della popolazione pratica regolarmente sport contro il 40% della media europea, cosa che evidentemente la dice lunga sull’intenzione dei proprietari della nuova Robur di puntare ad avere in futuro frotte di tesserati e numerose squadre di calcio giovanili maschili e, piaccia o no, femminili.
Sforzandosi di guardare un po’ più avanti dell’immediato futuro, allora, va riconosciuto che riuscire nel medio periodo a stabilizzarsi come società di calcio modello potrebbe essere la chiave di volta per rendere in avvenire appetibile la Robur a chi avesse intenzione di scalare le gerarchie del football italiano. Vista così, anche la permanenza di qualche anno in quarta serie (ovviamente si preferirebbe la Serie C…) assume un aspetto un tantino meno frustrante.
Detto poi che alternative alla presente proprietà non ce ne sono proprio, vuoi per l’asfittico mondo imprenditoriale senese, vuoi perché il resto è noia ed avventurieri, gioca paradossalmente a favore dei nostri svedesi proprio la loro visione diversa di fare calcio, abituati come siamo ad ogni livello a proprietà mordi e fuggi all’insegna del compro-rivendo prima possibile. Le eccezioni non fanno che confermare la regola.
Dunque evviva i nordici proprietari del Siena? Non esageriamo perché qualcosa che mi lascia perplesso c’è. Intanto un innegabile distacco comunicativo con la piazza e poi la svedesizzazione a tappe forzate della società senza il coinvolgimento di nessun rappresentante della città che ne conosca bene il polso, la storia e le aspettative; di questo passo arriveranno dal nord Europa perfino gli stewards! D’altra parte, se il motto “Chi unn’è di Siena stianti” ormai è abbastanza superato e perfino patetico, nemmeno vuol dire automaticamente che per essere benaccetti ai senesi basti sedere in tribuna d’onore con la sciarpa bianconera al collo ed assistere per la prima volta nella vita ad una partita del Siena insieme a chi al “Rastrello” invece c’è cresciuto. Insomma troppa Svezia e poca Siena si potrebbe ad un certo punto prefigurare quasi come una forma di fastidiosa “sostituzione etnica” o, se l’espressione non piace, quanto meno di una strisciante colonizzazione.
Senza contare che, se prima o poi dovessero mollare anche loro, non sapremmo come rimettere insieme i pezzi se non ci avranno lasciato almeno la sacchetta delle viti.
Mario Lisi
