QUESTI ULTRAS CI FANNO SCHIFO

All’improvviso l’Italia, calcistica e non, ha scoperto il fenomeno “ultras”. Le inchieste giornalistiche si sprecano, si è detto tutto e anche…di più. Anche noi vogliamo intervenire nel dibattito. Dobbiamo farlo, soprattutto per specificare alcuni concetti che forse non sono chiari a molti giornalisti o sociologi vari. Innanzitutto in questi tragici giorni si è parlato a dismisura di una minoranza (violenta quanto si vuole, ma sempre una minoranza) e poco del 90% della tifoseria vera, quella, tanto per intenderci, di Siena, Chievo, Parma, Udine, la stragrande maggioranza dello stadio Olimpico di Roma che ha applaudito coprendo i fischi di quegli sconsiderati della curva sud. Lo stadio è frequentato anche da queste persone, anzi soprattutto da queste persone, e da qui si dovrebbe ripartire. Gli ultras violenti o quelli che fischiano il minuto di raccoglimento o scrivono sui muri inneggiando alla morte, sono sempre e comunque una minoranza che non deve rappresentare tutto il mondo dei tifosi del calcio. Il problema vero, purtroppo, è che la parola “ultras” è cambiata nel significato nel corso di questi anni. Quando nacquero i primi gruppi di tifosi con questo nome, essi rappresentavano l’ala dura di una fazione del tifo, la passione estrema verso la propria squadra del cuore. Eravamo negli anni 80’, oggi le cose sono molto cambiate e la gran parte di questi “soggetti” non sono più tifosi sportivi. Le curve degli stadi sono state riempite da estremisti politici, soprattutto di destra, per cercare di portare avanti un fantomatico discorso politico violento ed estremo. La curva di uno stadio, quale esso sia, ha rappresentato per costoro la visibilità, la copertura e la facile possibilità di trovare seguito, soprattutto tra i più giovani. Per farla più semplice e banale, gli ultras odierni di alcune città (tra queste non c’è Siena, meno male), non sono più quelli che si scazzottavano a mani nude contro rivali per puro spirito campanilistico o, al limite assediavano per qualche ora gli arbitri negli spogliatoi per poi andarsene a casa incazzati neri. No, oggi la violenza cieca e gli interessi personali fanno da padroni, i capi ultras hanno come occupazione principale proprio quella, fare i “tifosi” a tempo pieno, ricavandoci molto spesso anche un bello stipendio. Basta informarsi su quanto accade a Milano, Roma e altre grandi città. Basta guardare quanto sta accadendo in casa Lazio, dove alcuni pseudo-tifosi sono in carcere per aver ricattato la società, rea non di aver svenduto questo o quel giocatore, ma semplicemente di aver tagliato loro i fondi. Un bel favore a questi personaggi lo fanno anche molti pseudo-giornalisti che dalle tribune televisive straparlano di calcio, analizzando al microscopio ogni decisone arbitrale, inneggiando a complotti vari. Nei dibattito, e questa è la cosa più grave, molto spesso si infiltrano ministri, politici, personaggi noti. Un giovane tifoso, magari disoccupato, socialmente disadattato, come traduce le parole di un politico famoso che dice che la propria squadra ha subito “un vero e proprio furto”? Il ministro Meandri, uno dei più sensibili a questi temi, ha parlato anche di un codice etico per i giornalisti, speriamo che questo si traduca in qualcosa di concreto al più presto, non ne possiamo più dei vari processi televisivi. A noi, tifosi “normali”, piacerebbe tornare ad un’atmosfera più tranquilla e soprattutto meno corrotta, negli stadi italiani. Per fare ciò, però, non serve solo la repressione, ma anche e soprattutto la prevenzione. Il decreto emanato dal Governo va in questa direzione, ma molto di più si potrebbe fare. Ancora oggi, tornelli o no, non capiamo perché i tifosi del Chievo, per esempio, non possono andare allo stadio, mentre gli ultras romanisti si. Per loro non è cambiato nulla.
(Antonio Gigli)

Fonte: Siena Club Fedelissimi