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Al club con la Robur

“Quello che non ho visto arrivare”, Perinetti si racconta ai Fedelissimi

“Se con questo libro avrò convinto anche una sola ragazza a cambiare idea, allora ne sarà valsa la pena”. Dopo la Biblioteca degli Intronati, l’ex ds del Siena Giorgio Perinetti ha presentato il suo volume ieri sera anche ai Fedelissimi, alla presenza di Chiara Celentano, rappresentante di Aidap Rep (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso – Ricerca e Prevenzione), e Monica Federico, già dietista della Robur e rappresentante della neonata sezione senese di Aidap.

“Il libro, Quello che non ho visto arrivare. Emanuela, l’anoressia e ciò che resta di Bello (Cairo Editore), è nato dall’idea del co-autore Michele Pennetti, che mi aveva chiesto un’intervista dopo la scomparsa di mia figlia Emanuela – spiega Perinetti durante la puntata speciale di “Al Club con la Robur” – All’inizio non ero d’accordo, poi gli ho detto: mandami le domande, vedo se ce la faccio a rispondere. E nella notte sono riuscito ad elaborare tutte le risposte, quasi un fiume in piena. In pochissimo tempo ho risposto. Questa intervista ha fatto un numero incredibile di letture. Da qui abbiamo deciso di fare un libro”.

“Non è questione di raccontare il mio dolore, è una questione di raccontare cosa può provare un genitore di fronte ad un argomento che non conosce, della sua inadeguatezza, del fatto che non sappia dove andare, a chi chiedere, cosa fare – prosegue Perinetti – questa è una malattia subdola, di origine mentale. Ha preso una ragazza che aveva tutto, era anche gratificata nel lavoro, tanto che lavorava con Del Piero, il suo idolo da bambina. Una delle caratteristiche della malattia è negarla. Chi ce l’ha dice: ma io sto bene, sto benissimo, non ho bisogno di nessuna cura. In più, non c’è possibilità di obbligare una maggiorenne alla cura. E io non avevo nessuna possibilità di obbligarla a salvarsi la vita e a vivere. Capite che è una situazione paradossale”.

Il titolo, “Quello che non ho visto arrivare”, è emblematico. “Io non ho visto arrivare i segnali di disagio. Quando mia figlia mi diceva papà fammi lavorare con te, fammi stare con te, voleva dire sono sola, mi sento sola, sono a disagio, stammi vicino. Io credevo che fosse una scelta sbagliata di lavoro, invece era soltanto una richiesta d’aiuto e di avere qualcuno vicino da parte di qualcuno che aveva già perso la mamma. È il mio rimpianto, il mio rammarico”.

“Questo dolore che provo, o me lo tengo dentro, ma non serve a nessuno, tanto meno a me, o cerco di trasformarlo in qualcosa che può essere utile a un’altra persona, un’altra ragazza, un altro papà. E quindi ho deciso di raccontare la storia, nuda, cruda, tosta, senza pretese letterarie e neanche l’illusione di essere salvifico”, sottolinea l’ex ds bianconero.

“Lei cadde in casa una mattina alle sei e mezzo – continua Perinetti – Chiamò il portiere e lui avvertì l’ambulanza. Dopo tante resistenze venne portata in ospedale e i primi tempi si ribellava, voleva uscire, ma non aveva neanche la forza di arrivare al bagno”.

Emanuela, negli ultimi giorni, si era accorta di aver perso il controllo. Aveva capito che quello che credeva di dominare invece l’aveva dominata. “E allora si attaccava al poco cibo che riusciva a mangiare, lo strappava dalla vaschetta, se lo metteva in bocca, cercava di dire: ma io voglio vivere, la vita è bella, ho tutti gli amici intorno, mia sorella vicino. È la parte finale del titolo del libro, “e quello che resta di bello”. Quello che resta di bello è capire che la vita è meglio di tutto, che ci si può salvare perché ci sono organizzazioni che cercano di aiutare i ragazzi, c’è la medicina, c’è la scienza che migliora sempre, c’è comunque l’amore dei genitori, di chi ti vuole bene, e l’amore alla fine vince su tutto”, dice Perinetti.

“Spero che dopo questa lettura qualcuno capisca la necessità di andare finalmente al terapista, perché questo è un problema mentale, e i problemi mentali li dobbiamo curare come curiamo le altre cose. Se ti fa male il dente vai dal dentista, non ci deve essere vergogna ad andare dallo psicologo, dalla psicoterapeuta. È un fatto normale, deve essere un fatto normale. Viviamo in una società dinamica ma anche convulsa, con poca riflessione, con poca comunicazione. Noi facciamo una grande comunicazione con i social in tutto il mondo, ma magari padre e figlio si scambiano messaggi senza parlare”. (Giuseppe Ingrosso)

Fonte: Fol