Il calcio è fatto di corsi e ricorsi storici e il caso ha voluto che la Robur ottenesse la matematica promozione in quella Sansepolcro che nove anni orsono aveva rappresentato il viatico decisivo per la promozione in Serie C della allora neonata Robur Siena. A guidare quel Siena c’era Massimo Morgia, che durante l’ultima puntata di “Al Club con la Robur” ha portato le proprie congratulazioni ai bianconeri: «Faccio i complimenti a Magrini, ai ragazzi e alla società, perché vincere un campionato in qualsiasi categoria non è mai facile. Vincerlo partendo in ritardo come era successo a noi – sottolinea – è ancor più difficile, ma Lamberto è uno abituato a vincere. Credo sia stato il punto determinante di questa avventura». Di quella stagione si ricorda subito il grande legame che si instaurò tra squadra e tifo, un binomio che è risultato determinante anche quest’anno: «Senza guardare alla categoria il pubblico di Siena si è stretto intorno alla propria squadra come era successo a noi, anche senza stadio ha fatto sentire il suo apporto e la sua vicinanza. Il Siena meriterebbe altre categorie».
In estate anche il tecnico romano era stato tra i papabili per sedersi sulla panchina della Robur: «È vero, ero stato chiamato. Sarebbe stata una delle poche panchine che avrei accettato: avevo deciso di interessarmi di altre cose e non volevo più abbandonare la mia Lucca per motivi di età e di famiglia, ma a Siena non avrei potuto rinunciare, perché lì ho lasciato il mio cuore. Non sarei stato indifferente al Siena in Eccellenza. Come mai non sono tornato a Siena con la Durio? Le cose non andarono come previsto. In quel passaggio di proprietà fui abbastanza partecipe – ricorda Morgia – però sarei venuto per un progetto che mi avrebbe visto direttore tecnico con una grande aspettativa per il settore giovanile. Io volevo che juniores e prima squadra si allenassero insieme ma mi fu comunicato che non c’erano le strutture e Vaira mi disse che non era possibile. A quel punto dissi che la mia presenza era inutile, accettai altre cose e non tornai a Siena». (Jacopo Fanetti)
Fonte: Fol
