Mezzaroma: «Juve fai in fretta se vuoi Conte»

Calcio, volley, vela, costruzioni: qual è l’attivi­tà che le porta via più tempo e le dà più sod­disfazione? «All’Università insegneranno una nuova mate­ria: l’organizzazione dell’agenda di un folle. La mia segretaria ha il compito più importante, per­ché riuscire a incastrare tutti gli impegni non è facile. Ma debbo ringraziare anche mia moglie e la mia famiglia per la pazienza. Quella che mi dà più soddisfazione personale è la vela, pratica che porto avanti con qualche buon risultato an­che a livello internazionale. E’ bello riuscire a to­gliersi giacca e cravatta e andare in giro per il mondo senza rumore ad ascoltare il vento e le battute degli amici nei momenti tosti di una re­gata. Essere, poi, il presidente di una società di calcio è un lavoro vero e proprio, se si vuole es­sere dei vincenti. Perché il calcio è un’azienda con tanti collaboratori e tanti dipendenti, tanti meccanismi che diventano un’attività reale per­ché senza quello i risultati non vengono. La sod­disfazione umana arriva dal volley, vedere tan­ti ragazzini del settore giovanile, a volte di un metro e ottantacinque, crescere è una cosa che fa piacere. Abbiamo riportato a Roma scudetti giovanili. Ed è stato bello».
Come mai un imprenditore romano, che avrebbe potuto avere per destino mezza Roma in Serie A, è dovuto andare a Siena a fare calcio e a Roma arrivano, invece, gli americani?
«Innanzi tutto, nemo profeta in patria, senza voler prendere pieghe latiniste, c’è già chi lo fa. Poi ricordo benissimo quei giorni, poche setti­mane prima che papà Pietro comprasse la socie­tà con la gente sotto casa che implorava affinché il club non sparisse. Per un romano essere pre­sidente della Roma è complicato. Il grande amo­re, a volte, fa venir meno quel pragmatismo in­dispensabile quando un’azienda sportiva arriva a fatturare 100 milioni di euro. C’è, purtroppo, uno squilibrio fra un approccio sentimentale al calcio e i numeri che il calcio stesso produce, le professionalità necessarie e gli appetiti che ge­nera. Farlo a Roma è molto complicato per un romano. Siena, in questo senso, è una città diver­sa. Ci sono regole antiche non rintracciabili al­trove. Il clima è quello di una volta. I tifosi sono ancora avversari, non nemici».
Ma il fatto che arrivino gli Americani a Roma come lo valuta?
«Aspetto di vederli all’opera. DiBenedetto che scende dall’aereo dà l’immagine di un uomo che viene per lavorare. Sono curioso di verificare co­sa porteranno di nuovo nel mondo del calcio. Mia madre è inglese, conosco la cultura anglo­sassone ».
Lei ha detto che è disponibile ad ascoltare la Juve per quanto riguarda la posizione di Conte. Ma sino a quando aspettarà?
«La mia disponibilità è più verso Antonio che verso la Juve. Lui è un uomo vero che ha dato tanto al Siena e a me. E’ un viscerale. So che la Juve per lui non sarò mai una squadra come un’altra. Lui ha fatto tanto per riportare il Siena in A e se si convincesse che il bianconero giusto sia quello della Juve, io lo inviterei a pensarci bene. Ma non mi opporrei. Il tempo d’attesa? E’ praticamente brevissimo. La prossima settima­na cominceremo a lavorare per programmare insieme con Conte il prossimo campionato. Co­munque, questo non è un invito a telefonarmi in fretta. Anzi spero di non ricevere mai una chia­mata da Torino».
L’altro punto fermo per il futuro è Giorgio Pe­rinetti.
«Ormai lui ha sposato un’idea di società che parte dal fatto che Siena sia un luogo ideale per fare calcio».
In questo periodo si è parlato tanto delle dif­ficoltà della Roma, c’è stato un momento in cui ha pensato di prendere la società?
«Sì, prima di acquistare il Siena. Nell’autunno del 2009. L’idea era un po’ diversa. Io trovavo strano che in una città come Roma, che è quella dei costruttori da duemila anni, di fronte ad una volontà forte della politica di creare un mix for­te tra infrastrutture e sport nessuno abbia rispo­sto. Avremmo investito sino a stabilizzare la so­cietà e a risanarla in cambio della possibilità di fare urbanistica anche attraverso uno stadio. Non mi si è filato nessuno».
Questa apertura che lei ha nei confronti di Conte vale anche per altre squadre? Si parla, per esempio, del Napoli.
«No. vale solo per il bianconero. E secondo me anche Conte la pensa allo stesso modo perché sa come abbiamo lavorato in questi dieci mesi. Non sempre è possibile fare calcio come abbiamo fat­to noi, nel rispetto reciproco dei ruoli e delle competenze. Ognuno, insomma, al suo posto: presidente, ds, tecnico, calciatori. Con questo metodo abbiamo creato una barchetta in cui il problema, alla fine, era togliere dai remi gli uo­mini, non metterceli».
Conte ha una sua precisa cultura calcistica, un suo stile di vita che chiede di seguire anche fuori dal campo ai calciatori regole precise. Co­sa l’ha colpita di più?
«Abbiamo una serie di cose in comune. Io ho avuto un’educazione all’antica. Antonio è una persona molto credente, ha dei comportamenti che nel mondo del calcio non tutti hanno il corag­gio di avere. E’ l’esempio che serve ai nostri gio­vani. Lui è riuscito a riversare sulla squadra il suo sistema di valori, il modo di alimentarsi, un’identità di gruppo, non solo il suo modulo di gioco. Una squadra retrocessa e non rivoluziona­ta ha ritrovato così motivazioni forti e fiducia nei propri mezzi con tanto lavoro quotidiano. Un modello di vita».
Facendo un parallelo tra il Siena e la M. Ro­ma di volley, quali sono gli obiettivi del prossi­mo anno?
«Sarà una stagione importante. Innanzi tutto ripartire da Conte e Giani in panchina. Poi rag­giungere la salvezza e consolidare la categoria in A, per quanto riguarda il calcio. Mentre nel vol­ley arrivare alla fase finale di Final Four di Cop­pa Italia che si svolgerà a Roma e poi arrivare nei play off. Quest’anno è stato un anno partico­lare in cui Giani non è riuscito a lavorare. Il mer­cato? E’ tutto in divenire. In Serie A ci sono sei o sette squadre che cambieranno, mentre nel vol­ley ci sono ancora situazioni poco chiare. Biso­gnerà aspettare. Sicuramente bisognerà cambia­re palleggiatore. Servirà esperienza (è stata fat­ta un’offerta a Nikola Grbic, 37 anni della Bre­banca Cuneo), ndr) ».
Tornando a Conte, secondo lei il suo sistema di gioco così propositivo sarà premiante anche in A?
«Io credo di sì. Anche perché quest’anno ab­biamo dovuto affrontare delle squadre che ave­vano chiesto la licenza edilizia nella propria area di rigore. In A, ci aspettiamo squadre con atteg­giamenti diversi e questo potrebbe agevolarci. Ovviamente sarà tutto più complicato».
C’è già un’alternativa al tecnico salentino?
«Non ci abbiamo ancora pensato. Per ora con­tinuiamo a scherzare sull’argomento».
Un allenatore che le piacerebbe di quelli che ha affrontato in B?
«Certamente Sannino, anche se dietro ha un ds collaudato e una società che ha lavorato da tem­po insieme. Secondo me anche Menichini ha fat­to benissimo. Anche perché alle spalle c’è un personaggio come Mazzone. Vi svelo un segre­to: a Carletto avevo offerto la presidenza onora­ria del Siena. Lui con un grande gesto di umiltà, scelse la famiglia e di fare il nonno. Poi anche Maran, a un certo punto della stagione, ha fatto bene con il Vicenza. Tesser? Del Novara ho ap­prezzato di più i giocatori».
Prenderete Bertani e Gonzalez?
«Si tratta di due giocatori importanti. Bertani farà bene in massima serie. Con il Palermo ab­biamo appena finito di parlare di Perinetti!».
Cosa pensa di questa vicenda dei diritti tele­visivi?
«Sicuramente i grandi club nel recente passa­to hanno creato ricchezza per tutti, ma oggi le co­se sono un po’ cambiate e bisogna tener conto anche di realtà che si affacciano e si propongo­no con ambizioni precise. Penso al Palermo, al­la Lazio, all’Udinese. Serve un equilibrio. Per vincere a volte bisogna dare ragione anche agli altri. Il vincente deve essere umile. Forse una parte della ricchezza andrebbe ridistribuita per creare infrastrutture di base sul territorio».
In un anno e mezzo di calcio ha fatto tutto: una retrocessione e una promozione. C’è un mo­dello tra i giovani presidenti che seguirebbe?
«Insomma, posso anche smettere! Ci sono tan­ti giovani presidenti non ancora quarantenni molto bravi. Per me Viola resta un esempio, una figura unica. Pensate alle polemiche con Boni­perti e paragonatele alle liti Lotito-Galliani di og­gi. Non c’è più partita, anche se questa è un’altra Italia e un altro calcio. Nessuno vuole lasciare più un segno. Abbiamo perso il gusto di fare. Mio padre faceva il falegname e mi ha sempre inse­gnato a tenere la testa su quello che sto facendo. Nessuno combatte più per rimanere nella storia, neppure in quella del proprio quartiere».
Il mondo della pallavolo è diverso da quello del calcio?
«Sono due universi paralleli. Il calcio è davve­ro un mondo a parte, tutto costa di più. Ma io mi sono fatto una maglietta con su scritto: e chi se ne frega».
Quale sarà il suo derby il prossimo anno?
«Sicuramente Siena-Fiorentina. Ci preparere­mo sin dal ritiro per questa gara».
Che cosa dovrà succedere affinché Roma ab­bia un palasport tutto per il volley?
«Vorrei al più presto presentare al Comune di Roma un progetto completo e moderno. Penso ad un’Arena come quella di Berlino, capace di essere modulare. Il volley può diventare un pez­zo del tempo libero dei romani. Il primo passo per creare un sistema M. Roma autonomo e in grado di esistere anche dopo di me. Quanto tem­po ci vorrà per costruirlo? Oggi come oggi servi­rebbero 12 anni. Spero di poterlo fare, dal mo­mento in cui si parte, in due o tre anni».
Di questo Siena che è andato in A cosa rimarrà?
«La nostra politica è la valorizzazione del gruppo. Quando sono arrivato a Siena non esiste­va nulla. L’allungamento del contratto a Vergas­sola e la possibilità di diventare poi dirigente è il primo passo di un progetto che punta a creare una struttura solida».
Fonte: Corriere dello Sport