MANNINI, DALL’ASTA TAVERNE AL MONDIALE: “SOGNO IN GRANDE, CON UMILTA'”

 

Babbo Massimo, quando aveva quattro anni lo ha portato alla Virtus, sperando che il piccolo Federico seguisse le sue orme (corre voce che il signor Mannini fosse un buon cestista). Ma lui, dopo la scuola, preferiva giocare a pallone con gli amici e appena ne ha avuto facoltà, ha preso la sua decisione. Ha iniziato all’Asta Taverne, il suo primo mister Andrea Manganelli. Nella stagione 2003/04 la chiamata della Robur. A volerlo Gianni Mestrini, che lo aveva visto giocare e aveva intravisto in lui un potenziale campioncino. Delle Giovanili bianconere, Federico Mannini, ha percorso tutte le tappe, anche se già dagli Allevi ha giocato un anno avanti, raggiungendo la Primavera la stagione passata. “Ero preparato a farmi gran parte del campionato in panchina – dice -, invece poi Baroni mi ha sempre messo titolare”. “La finale non l’ho giocata, ma non mi dispiace per quello, mi è bruciata la sconfitta, il non aver regalato il Tricolore alla città in cui sono nato e in cui vivo”.
Diciassette anni, piede mancino numero 43, occhi azzurri e ciuffo biondo, accento senesaccio, lecaiolo purgato (“Eh, che vuoi farci, giusto che nel Palio vincano un po’ tutti”), Federico Mannini è un patrimonio importante per Siena e per il Siena. Senza sentirne troppo il peso, lui stesso è il primo ad esserne consapevole. “Se mi avessero detto qualche anno fa che avrei vestito la maglia della nazionale – ammette -, non ci avrei mai creduto. Ho sempre considerato il calcio un divertimento. Con il tempo però, esperienza dopo esperienza e con sempre più motivazioni, ho iniziato a pensare al pallone come a un qualcosa in più. Ci credo e ci provo, ma continuo a studiare: voglio prendere il diploma di Liceo Classico e se ci scappa anche la Laurea. Non è facile, a scuola spesso sono assente, sono tutto il giorno di corsa. Ma lo studio è importante, apre la mente, e poi non si sa mai nella vita… Per fortuna a educazione fisica ho 10, almeno alzo un po’ la media…”. “A ballare – sorride -? Ci vado poco e semmai d’estate. Credo nello Sport e che lo Sport rappresenti un’alternativa importante ai problemi che oggi colpiscono i giovani”. Più maturo dell’età che dicono le anagrafe, Mannini, cerca di catturare dagli altri e dalle esperienze che vive tutto il meglio possibile, per poi metterlo in pratica con “impegno, costanza e determinazione. E sempre con la massima umiltà: sono forte fisicamente, vado giù duro quando serve, ho un buon senso della posizione, ma ancora tanto, tanto, tanto da migliorare. Sono un centrale, ma posso adeguarmi anche a fare il terzino, destro o sinistro”. Con l’Under 17 ha giocato centrale… “L’esperienza al Mondiale mi ha arricchito sia a livello calcistico che umano – sottolinea -, sono rimasto colpito dalla Nigeria, un Paese completamente diverso dal nostro, negli usi, nei costumi, nella cultura. Mi ha sorpreso soprattutto la disponibilità della gente. In qualche modo mi sono sentito un privilegiato. Per me non è stata la prima volta in azzurro: avevo già partecipato a tre stage con mister Salerno e a due amichevoli con la Repubblica Ceca. Ci sono tanti ottimi giocatori in squadra che faranno parlare di sé: Fossati, Carraro, Perin, Bardi…”. E Mannini dove lo metti? “Beh… Lo spero. Il mio sogno sarebbe quello di vestire un giorno una maglia nerazzurra con il 3 o con il 6, i numeri che ho sempre avuto sulle spalle. Ma preferisco volare basso e pensare intanto alla Primavera: la squadra è cambiata molto rispetto alla scorsa stagione e ha risentito del cambio di allenatore. E’ stato un brutto colpo: Baroni è un grande mister, sempre disponibile, attento a ogni necessità del giocatore. Uno che parla, che ascolta, che mette in quel che fa la massima professionalità. E’ un uomo che va avanti, a prescindere da tutto e da tutti, credo che in questi giorni ve ne sarete accorti. Ora però dobbiamo guardare avanti e adeguarci alle nuove esigenze”. “Saluto Pietro – aggiunge parlando del compagno in ospedale -, non sono ancora andato a trovarlo, ma lo farò presto. So che sta già meglio: appena accaduto l’incidente, le notizie non erano affatto incoraggianti. Spero che si rimetta velocemente, è un bravo ragazzo e lo aspettiamo. Ma ora deve pensare alla sua vita, non è più in pericolo e questa è l’unica cosa che conta”. Parole semplici, concetti importanti. “Ringrazio la mia famiglia perché, come gli amici, ha fiducia in me, mi segue e riesce a darmi quella tranquillità che mi serve per andare avanti, tra una mattina in classe, un pranzo veloce e le corse al campo”. “E speriamo che questa non sia la mia prima e ultima conferenza stampa…”. (Angela Gorellini)

Fonte: Fedelissimo on line