Avrei fortissimamente voglia di parlare solo di calcio. Di una squadra che vince con la tecnica pura anche in mezzo ai campi fangosi. Di un gruppo di calciatori che è stato capace di riportare entusiasmo in città pur nell’abisso dell’Eccellenza. Di questo avrei voglia di scrivere: della splendida traversa di un difensore arcigno come Emanuel Achy, che con ammirevole impeto agonistico, per rifarsi dalla beffa del legno, va subito a inventarsi un gol di irruenza. Oppure, soffermarmi, sulla rete in tuffo dell’altro difensore centrale Daniele Cavallari. Imprese connotate da caratteristiche tecniche solitamente riservate agli attaccanti. Categoria che alla fine, per quanto riguarda le punte bianconere, trova una vera e propria perla nella girata di Boccardi che si insacca all’angolino. Il 3-0 alla Pontassieve è, insomma, una sorta di campionario di “gioielli di famiglia”, che a prescindere dalla categoria rende piacevole una partita di calcio.
E vorrei finirla qui. E invece no. Come tutti noi tifosi del Siena, da anni ci portiamo questa maledizione addosso: doversi lambiccare il cervello con questioni che con il pallone nulla c’entrano. Manovre, furbate, contenziosi, fallimenti, tribunali, Consigli di Stato, convenzioni, avvocati, giudici. Ma basta! Viene voglia di urlarlo eccome: ma basta!
Siamo tutti stremati dalle manovre dei legali di Montanari, ma soprattutto siamo tutti impauriti da ciò che può e non può fare la giustizia nel nostro Paese. Perché, al di là della capacità dei professionisti dei cavilli, è il traccheggiamento di chi amministra la giustizia a fare paura. Come è possibile che non possa prevalere la prima legge di ogni Paese civile, che è il buon senso? E come è possibile non agire per buon senso, decretando che lo stadio è un bene pubblico in cui si gioca a calcio su un campo erboso. Non altro. E se il titolare di una convenzione, ricorrente sull’impugnazione, non fa più calcio nella città in cui sussiste quello stadio, come possono i vari livelli giudicanti, rimpallarsi la dovuta sentenza, finendo per inibire il bene pubblico al suo scopo e determinandone così i presupposti di un evidente degrado?
La storia del Franchi è un’altra delle storie incredibili della nostra città. Il contenzioso dura da quasi un anno, essendo salito alla pubblica ribalta il 1° marzo scorso, quando l’amministrazione comunale precedente a quella oggi in carica, invia una comunicazione all’Acr Siena, allora presieduta dall’ingegner Emiliano Montanari. Nell’atto viene comunicato di ritenere “decaduta la convenzione per lo stadio Artemio Franchi”.
Non faccio l’esegesi della convenzione, non ho studiato gli atti. E quindi provo a ragionare per banalità.
Punto 1. Il concessionario dello stadio Artemio Franchi, l’Acr Siena presieduta al momento della convenzione da Montanari, non è più titolare di alcun titolo sportivo.
Punto 2. Il signor Montanari, che era presidente dell’Acr Siena, al momento della convenzione con il Comune, ha ceduto ad altri la presidenza.
Punto 3. L’Acr Siena scomparsa nell’oblio, ma che attraverso ricorsi su ricorsi evidentemente difende a spada tratta la convenzione impugnata dal Comune, ha però dimenticato di difendere anche il bene oggetto della convenzione. Non ha agito, come si dovrebbe in questi casi, in presenza di un bene pubblico, con lo scrupolo “del buon padre di famiglia”. Si è scordata di fare manutenzione del manto erboso del Franchi, elemento peculiare di uno stadio dove si fa calcio. E l’oggetto primario della mission di uno stadio – appunto il terreno – è così andato in malora, con un danno gravissimo per l’intera collettività.
Questa mia riflessione non ha alcuna pretesa di competenza giuridica. Di fronte al contenzioso giudiziario, oltre allo sconcerto espresso poche righe sopra, si può solo aspettare. E francamente non credo che l’attuale amministrazione comunale abbia responsabilità dirette sulla lungaggine che stiamo subendo: non penso che possa sottrarsi ai tempi e agli obblighi dell’incredibile iter giudiziario indirizzato dai vari livelli di giudizio.
Però riflettevo su quanto esternato dal mio omonimo allenatore del Siena. Parla con entusiasmo e trasporto caratteriale che vanno compresi e che devono essere un patrimonio comune per il nostro cognome. Però Magrini dice cose di buon senso quando parla del terreno di gioco che sta andando in malora. E allora sono andato a rileggermi il comunicato ufficiale del 1° marzo 2023, in cui l’allora amministrazione comunale dichiara, tra l’altro: “L’amministrazione è pronta a farsi carico delle incombenze in quanto proprietaria della struttura”. Ed è certo che la mancata manutenzione del bene pubblico rappresentato dal manto erboso, sia una di quelle “incombenze”, a tutela del bene stesso. E allora, mi chiedo: adottando le vie legali con una richiesta motivata d’urgenza, oppure agendo nel nome dell’interesse pubblico per vie più spicce, non potrebbe l’amministrazione comunale, intanto che i giudici traccheggiano, intervenire sul manto erboso, rimettendo poi il conto all’ingegner Montanari?
Gli avvocati valenti e i fans dell’ingegnere sogghigneranno beffardi, e sapranno certamente smontare anche questa ipotesi. Quello che non riusciranno mai a farci capire, è a chi giova questa picca, questo “giochino” diventato come la novella dello stento. È un detto dei nostri vecchi che cito con un certo tremore nella sua interezza: “La novella dello stento che dura tanto e non finisce mai”. Ma tra i detti delle nostre campagne ce n’è anche un altro che recita: “Al pollo ingordo gli stiantò il gozzo”. (Daniele Magrini)
Fonte: FOL
