Babbo fisico nucleare, mamma insegnante di italiano e latino, un fratello ricercatore di fisica, l’altro professore di matematica, la sorella laureata in Lettere Antiche. È la famiglia in cui è cresciuto Tommaso Bellazzini. “Ho avuto la grande fortuna di avere dei genitori che mi hanno permesso di realizzare il mio sogno, che era quello di fare il calciatore prima e l’allenatore poi, senza trascurare un percorso di studio solido e profondo”, racconta a “Al Club con la Robur”.
Bellazzini inizia a giocare a 5-6 anni nella Frecciazzura, una squadra vicino casa a Pisa, dove è nato. “A 10-11 anni mi ha preso la Fiorentina e ci sono rimasto fino alla Primavera”. La prima esperienza nel calcio coi grandi è la Pistoiese, poi il Cittadella in Serie B. “La prima stagione è stata la più bella della carriera, avevo 23 anni. Eravamo una squadra di ragazzi giovani, l’obiettivo era salvarsi e arrivammo in semifinale per andare in A. Feci 10 gol all’esordio in Serie B, l’estate dopo arrivarono varie offerte tra cui quella del Siena di Antonio Conte. Purtroppo poi il Cittadella decise di vendere altri ragazzi puntato su di me per la stagione seguente”.
Il Siena di Conte lo sfidò col Cittadella, ma non andò benissimo. Nel settembre 2010, all’andata, uscì dopo pochi minuti per l’espulsione del portiere. Vinse il Siena 3-1, con doppietta di Calaiò, gol di Terzi e rigore sbagliato da Immobile. “Fu la prima volta che venni al Franchi, mi fece una bellissima impressione anche per il contesto meraviglioso, un’opera d’arte dentro la città. Putroppo il calcio di oggi va in una direzione diversa”. Sfortunato, Bellazzini, anche al ritorno. “Ero stirato e saltai quella partita”.
La Robur l’ha riaffrontata poi con Pistoiese e Alessandria, si è alternato tra C e D prima di chiudere in Eccellenza, a Livorno. “Non immaginavo un finale di carriera così. Probabilmente già da un po’ di tempo il fuoco che deve avere un calciatore per poter esprimersi si era affievolito. Iniziavo a vedere le cose un po’ diversamente, anche accompagnato da esperienze negative negli ambienti in cui ero stato negli ultimi anni. La stagione particolare e difficile a Livorno ha fatto sì che chiudessi un po’ in anticipo la carriera”.
Prima di iniziare ad allenare, il tecnico bianconero si è preso del tempo per riflettere. “Un periodo sabbatico, nel senso di allontanarmi dal calcio intenso quotidiano. Da calciatore giochi tutte le domeniche, sei in un frullatore. Quando finisce tutto devi capire bene chi sei e dove vuoi andare e per farlo bisogna allontanarsi un po’ dalla scena per capire bene la strada. Ho rallentato, ho passato più tempo con la famiglia, e parallelamente ho iniziato un percorso di studi, di approfondimento di questioni non necessariamente legate al campo, per avere una visione d’insieme più ampia. Ho fatto diverse cose, compresa quella di Coverciano dove ho avuto la fortuna e la possibilità di seguire tutti i corsi attraverso una borsa di studio, cosa un po’ anomala. Dopo un anno e mezzo tramite la conoscenza con Lelli ho avuto la fortuna di andare al Ghiviborgo da vice”.
La conoscenza con Lelli ha fatto sì che venisse semplice il ribaltamento dei ruoli. “È stato molto facile. Con lui ho un legame profondo, di amicizia e di grandissima complicità. Io sarò sempre un primo allenatore. Lui magari tra un po’ ricomincerà ad esserlo, però ha voluto fortemente questo ruolo e c’è grande armonia”. (G.I.)
Qui la prima parte dell’intervista. Qui invece la seconda parte sulla filosofia di gioco del mister.
Fonte: Fol
