La Nazione: Crac Ac Siena, deposizione fiume di Mezzaroma

Arriva con un avvocato, cappello di lana in testa, in mano documenti. Entra subito nell’aula al terzo piano di palazzo di giustizia dove attende di raccontare la sua verità. Non è mai stato interrogato Massimo Mezzaroma, l’ex presidente dell’Ac Siena ora sotto processo per il crac bianconero. Parla di com’è arrivato a guidare la Società, dei rapporti con il Monte dei Paschi e delle sponsorizzazioni, della gestione dei tanti calciatori «e dei soldi, 33-34 milioni di euro, che dai soci sono andati nelle casse del Siena, messi personalmente anche da me, dalla famiglia, da Impreme di cui ero amministratore delegato», rivendica rispondendo alle domande del pm Siro De Flammineis. Che vanno avanti per due ore e mezzo prima che il collegio Mosti, alle 17,30, rinvii al 4 marzo per proseguire l’esame di Mezzaroma. Ma non basterà, con forte probabilità, tale udienza. Ne potrebbero servire ulteriori due per concludere l’esame dell’ex presidente. Che inizia con i retroscena. «Il primo contatto fu tra un dirigente Mps e il commercialista storico della nostra azienda, fu chiamato per sondare se c’era interesse per il Siena che personalmente conoscevo solo per una trasferta fatta come tifoso romanista», spiega ammettendo però che c’era interesse a legarsi ancora di più alla banca di cui i Mezzaroma erano clienti da tempo. Parla dei «contatti con Marino, Malfatti e in un secondo momento Mussari», di come la famiglia scelse poi lui e la sorella Valentina per la società bianconera quando l’intesa ci fu. «Guardammo subito i conti, c’era squilibrio quanto a numero dei calciatori: aveva oltre 100 tesserati. Serviva una razionalizzazione dei costi. Banca Mps ci disse che voleva mantenere il più alto livello sportivo possibile. A partire dal dottor Mussari – ricorda – che incontrai con mio padre. Venne a Roma verso la fine del 2009, era considerato uno dei più importanti banchieri italiani. Confermò l’interesse di Mps a far restare la squadra in alto». Mezzaroma racconta dell’operazione di finanziamento di 20 milioni, della «piattaforma di relazioni». E quando il pm De Flammineis insiste per sapere se c’era stata una garanzia scritta delle sponsorizzazioni l’ex presidente ribatte: «Non ci fu un documento scritto secco, nel senso ‘io mi impegno a sponsorizzare…’ ma per il resto c’era tutto a partire da lettere». Ricostruisce come si arrivò ad avere il ds Giorgio Perinetti, all’epoca al Bari: «Mi chiamarono ad un incontro a Bologna, rimasi sorpreso di trovarlo lì, c’era anche Mussari, Matarrese. Mi dissero che era libero e disponibile». Più volte sottolinea che il «diktat della Banca era di tornare in serie A. Avrebbe dato appoggio pieno perché voleva perseguire tale obiettivo. Avrebbe fornito assistenza finanziaria e patrimoniale». Insomma, una sorta di ‘whatever it takes’ di Draghi. Ad ogni costo. E per farlo servivano «giocatori di categoria». Passa poi a declinare, dietro le domande del pm, i capi di imputazione. Si difende. Punto su punto. Dal capitolo sponsorizzazioni, a quando nel 2013 cambia il rapporto con Mps, «all’ultimo anno che fu veramente drammatico». E’ accaduto qualche volta «che la Banca suggerisse delle priorità nei pagamenti», dice. L’operazione della cessione del marchio?. «Un’opzione che era stata prospettata da subito, già nel 2010, dalla Banca. Un asset da valorizzare come era accaduto ad altre società calcistiche». E ancora. Avrebbe significato fare altri debiti chiedere un prestito al Monte invece di cedere il marchio, chiarisce al pm De Flammineis. (L.Valdesi)

Fonte: La Nazione