È una specie di maledizione. Quando si incomincia a parlare di stadio nuovo, di programmazione, di settore giovanile, insomma di tutte quelle cose dalle quali non si può più prescindere per fare calcio nei difficili tempi odierni, il Siena sul campo sbanda paurosamente. E perde. Chi ha un’età in grado di rimembrare potrà confermare. È successo di nuovo e stavolta in modo anche più cattivo. Proprio nel giorno in cui si concludevano i festeggiamenti del 120° anniversario della Robur e la tribuna d’onore era piena di svedesi, esponenti in percentuali variegate, della nuova proprietà.
Così gli uomini del Nord hanno anche avuto il battesimo della prima contestazione, non a loro che è presto, ma alla squadra. E un po’ di berci, un po’ di sangue che ribolle di fronte a prestazioni sconcertanti come quella col Trestina, ci stanno pure bene. Tra l’altro ai tifosi va il merito di aver esposto uno striscione di solidarietà con i lavoratori della Beko e di altre aziende in crisi del nostro territorio divenuto povero, con una frase tanto sintetica quanto efficace: “Vicini a chi lotta per il lavoro”. Perché in quelle poche parole c’era la sensibilità nei confronti di chi sta soffrendo per il buio nel futuro suo e delle proprie famiglie, ma anche la riaffermazione di un valore, quello del lavoro, che a nessuno sembra più stare a cuore. Che nessuno difende più come diritto primario con l’impegno intransigente prima morale che politico. E quindi, grazie a quei tifosi!
Ma tornando al Trestina: è la prima delle quattro sconfitte in queste tredici partite della ritrovata serie D, in cui il Siena perde dopo essere passato in vantaggio. Perché con il Livorno, il Terranuova Traiana e il Foligno non era andata così. Ora, è pur vero che – tanto per volare parecchio alto – perfino il Manchester City incappa in giornatacce tali da concludersi con un capotto di 0-4 in casa col Tottenham, ma il Trestina fino a questa maledetta domenica aveva vinto solo nel proprio campo con il Foligno e con la derelitta Fezzanese. Non pareva e non pare una corazzata. E oltretutto, nel primo tempo, la pratica sembrava ben avviata in virtù del gol di Pescicani. Poi, invece, ha fatto seguito un secondo tempo fallimentare sotto tutti i punti di vista, di gioco e di temperamento. Ed è apparso chiaro che oltre alla maledizione del parlar di stadio nuovo, il Siena si caratterizza anche per il mistero delle seconde palle. Perché non ci vogliono i nuovi esperti analitici che fanno scout immediati come se il calcio fosse la pallacanestro – e non lo è – per constatare che i giocatori che indossavano le belle maglie bianconere dell’anniversario, arrivavano sulle ribattute sempre dopo quelli vestiti con la divisa ufficiale dell’Anas per i lavori notturni. Perché? È uno dei temi su cui dovrà lavorare più a fondo mister Magrini, anche lui finito nell’occhio del ciclone. Solitamente si arriva per primi sulla palla se quegli altri corrono meno, sono meno reattivi, sono dotati di meno vispo, ma soprattutto se non hanno le giuste posizioni in campo. E questo è apparso il nocciolo del problema: visto dall’alto, quelli in bianconero sembravano di meno e soprattutto erano distanti, non occupavano zone del campo in modo compatto e organizzato, ma sembravano come quelle gite che aggrediscono la città in ordine sparso e se ne vanno via senza comprare niente e aver visto poco. Ecco, noi, ugualmente, restando sulla metafora, la seconda palla non l’abbiamo mai vista.
Quelli con la divisa dell’Anas, invece, ripartivano sempre in modo efficace, veloce, con pochi tocchi, tanto che se non fosse stato per Stacchiotti, decisivo in almeno tre occasioni, la domenica sarebbe stata ancor più indimenticabile.
Il problema è che anche sulle prime palle, quando cioè era il Siena ad avere il pallone, non si sono visti movimenti di squadra che avessero una dinamica offensiva. Non si capisce chi è che deve organizzare, chi deve proteggere, chi deve andare di là o correre di qua. È bastato un 2 roccioso ad annullare Galligani e il Siena è apparso spuntato. Al di là dei braccetti, i quarti, i quinti, tutti questi insulsi vocaboli che ora caratterizzano ciò che una volta erano terzini, ali, stopper, mezze ali, etc. chi è che distribuisce i palloni? Chi è che comanda la difesa? Chi è che bercia in campo quando c’è da farlo? Le risposte mancheranno a me, e senz’altro invece il mio omonimo le ha, ma il problema è questo Siena appare sfilacciato e senza leader in campo.
Infatti, i due che potevano esserlo per esperienza e carisma, Lollo e Bianchi, erano in panchina, evidentemente perché non in condizioni tali da poter giocare. E allora i problemi aumentano. Perché senza riferimenti carismatici e senza quote in grado di diventarlo, il Siena non potrà ritrovarsi in tempi utili quantomeno a rimanere alle calcagna del Livorno. Che è un ulteriore problema perché è da quella sconfitta non metabolizzata, non meditata ammettendo la differenza di qualità tra le due squadre, con l’allenatore che ha perfino tirato fuori l’alibi degli arbitri, che sono cominciati tutti i guai. Perché tre giorni dopo è arrivata la partita a Poggibonsi, che poteva avere le stesse caratteristiche rispetto a quella col Trestina, in quanto ad andamento del risultato: passati in vantaggio, poi riagguantati e poi dominati. Così la squadra ha perso sicurezza. Prima del Livorno, di fronte alla rimonta col Seravezza, tutta di carattere e bollar (è termine svedese facilmente comprensibile), sui giornali si titolava: “Siena inarrestabile”. E neppure il successivo sciatto pareggio a Orvieto aveva fatto squillare il campanello d’allarme. Poi, dal 20 ottobre a oggi, in poco più di un mese, i punti di distacco dal primo posto, sono diventati 9. E soprattutto le due sconfitte in casa con il Foligno e, appunto, il Trestina, hanno incrinato la fiducia dell’ambiente.
Possibile che la squadra sia un ammasso di brenne? Siamo convinti di no. C’è da ritrovare il bandolo della matassa e mettersi tutti l’animo in pace su un punto: la serie D è un campo minato difficile da attraversare. Tanto meno da vincere al primo tentativo. Perché, purtroppo, la storia non va in campo. E allora, se si guarda appena un po’ più in là della contingenza, ecco che si arriva agli svedesi. Sono proprietari o sono investitori? Nel rinfresco allo splendido Palazzo delle Papesse hanno affrontato un freddo birbone in giacchetta e camicie sbottonate. Incuranti del gelo. E Patrick Englund, nonostante gli spifferi, nel suo discorso ha anche parlato di finestre aperte. Nel senso che di fronte all’imminente mercato di riparazione la società doveva tenere una finestra aperta sul presente e una sul futuro. Comprensibile, ma attenzione che non “faccia corrente”, come si dice a Siena. Perché noi senesi siamo particolarmente portati, se non arrivano risultati, a tacciare ogni sforzo programmatorio di sterile attendismo. Non siamo avvezzi alla visione strategica. Tanto che per anni abbiamo avuto soldi a valanga e non abbiamo infrastrutturato nulla pensando al futuro. Né nel calcio, né nell’economia cittadina, né nelle strade. Ha detto bene il vicesindaco Michele Capitani al “rinfreddo”, che vista la temperatura è più calzante di rinfresco: “Non sono invidioso del progetto di stadio degli aretini, sono arrabbiato per le occasioni avute e non concretizzate. Ora è il momento di guardare avanti con serenità”. Parola magica quest’ultima: il primo rinforzo del Siena da gettare subito in campo. Fin da domenica a casa del Follonica-Gavorrano. Perché non ci vada di traverso la frittura che, presumibilmente, caratterizzerà il prepartita da mare d’inverno.
Post-scriptum. Ho già tessuto lodi del Museo bianconero realizzato grazie alla passione e all’impegno di Nicola Natili. Ora è online e si può solo ringraziare Nicola e i Fedelissimi. Loro sì che l’anniversario l’hanno rispettato e celebrato a dovere.
Fonte: FOL
