Babbo, allo stadio posso dire le parolacce? Non ricordo la risposta a questa domanda, forse era il solito sorriso-assenso o più probabilmente un semplice sì, ma non lo dire a mamma. Allo stadio, ogni domenica, era tutto bianco e nero. Io e babbo partivamo puntuali con l’autobus dei tifosi del Siena Club Valdarbia. Che io ricordi, ero l’unica bambina.
A volte c’era il mio compagno di scuola Federico, con il suo babbo Fabio. “Aurora chi mi scambi questa settimana?”, mi diceva Fabio tirando fuori il suo mazzetto di figurine dei Calciatori Panini. Allora tiravo fuori il mio e gli facevo vedere il doppione di Vergassola o quello di Materazzi. Nel pulmino del Siena – come lo chiamavo io – si parlava solo di calcio. Ad ogni fermata c’erano tifosi che salivano, si salutavano e cominciavano stralci di conversazioni minime, che io ascoltavo attentamente perché mi sembravano la Bibbia della Quotidianità Calcistica Senese: “Come la vedi oggi?”, “eh come la vedo, la veggo buia”,
“Chevvoi, tanto siamo abituati”. Il pulmino era sempre pieno di disfattisti, di gente che la vedeva buia. Ed era proprio questa la cosa che mi attraeva di più nell’andare a vedere il Siena: che quel pessimismo di fondo non era vero e proprio pessimismo perché era pieno di forza positiva, di smania di gioire, di dire che comunque c’eravamo anche noi. E non era nemmeno scaramanzia: i miei compagni di viaggio la vedevano davvero buia, ma proprio per questo avrebbero cantato a gran voce “Nella piazza del Campo” e alzato tutti insieme le sciarpe verso il cielo al di sopra del Franchi.
Una volta arrivati ai tornelli, io e babbo camminavamo dietro alla Curva Robur fino alle scalette che ci avrebbero portato al nostro posto. Salire le scale fino a veder spuntare il verde acceso del campo, con la squadra già intenta ad allenarsi e il tabellone pronto con gli stemmi delle due avversarie, era di gran lunga il mio momento preferito: era l’inizio dell’esperienza, tutto doveva ancora accadere. Scendevamo in basso e ci mettevamo sempre nella stessa zona della curva, a destra, quasi dietro alla bandierina del calcio d’angolo. Babbo, a quel punto, tirava fuori il mio kit da stadio: il cuscino per sedermi, il giornalino dei Fedelissimi per leggere ogni aggiornamento e vedere la formazione e, solo in certi casi, il mio cappellino da giullare bianconero. La sciarpa non faceva parte del kit; la sciarpa era un tutt’uno con il corpo, la indossavo ancora prima di uscire dalla camera e la sfilavo dal collo solo in caso di “sciarpata”, cioè per un motivo che già al tempo mi sembrava di altissimo valore morale.
Babbo, e tutti quelli seduti accanto a lui, di parolacce ne dicevano abbastanza, quasi sempre rivolte agli arbitri, perché – questo avevo imparato – “se per caso c’è qualche episodio dubbio, poi sta’ certa che un va in favore annoi”. Era una credenza popolare da Bibbia della Quotidianità Calcistica Senese? Oppure c’era qualcosa di vero? Io, nel dubbio, dall’alto dei miei pochi anni, non prendevo in considerazione l’ipotesi di un’analisi critica dei fatti: gridavo insieme agli altri “arbitro venduto” e tornavo a mangiare i pistacchi. Fatto sta che nel 2006 lo scandalo “Calciopoli” ci fu davvero e per un bel po’ di tempo nel pulmino non si parlò d’altro. Ma a me non importavano le teorie e i complotti, a me interessava solo gioire o non gioire, andare o non andare allo stadio, passare o non passare la mia domenica a cantare i cori con babbo accanto, gli ultras a pochi metri da noi e il mio biscugino Mirko, a cavallo delle inferriate, con in mano una bandiera più grossa di lui. Io e Mirko non ci conoscevamo bene né ci frequentavamo (del resto, nemmeno ora), ma era la prima figura che cercavo quando entravo in curva: saperlo lì a cantare con noi mi dava un senso di famiglia allargata che a casa mia non c’è mai stato.
Il viaggio di ritorno era euforico se vincevamo, triste ma interessante se perdevamo – d’altro canto, qualcuno direbbe che chi perde impara e noi, in effetti, si perdeva spesso. Intanto, dal momento che ho sempre avuto una buona memoria visiva, tutti i tifosi mi domandavano che cosa avessero fatto le altre squadre – i risultati degli altri campi scorrevano sul tabellone al momento dei goal e bisognava stare attenti a guardali perché nessuno aveva la connessione a portata di mano sul cellulare. In base alle mie risposte, babbo e gli altri ragionavano sui punti che dovevamo ancora fare per la salvezza. “La lotta per la salvezza è la cosa più avvincente della serie A”, questo era il credo di babbo Augusto. Non ho mai capito se lo dicesse perché tifava il Siena o perché ci credeva davvero.
Ci sono due momenti di quegli anni in curva che, a ripensarci, ricordo con nitida e purissima gioia. Il primo è celebre e generalizzabile: il 4 a 0 contro l’Empoli del 21 settembre 2003, la famosa tripletta di Enrico Chiesa e il quarto goal di Flo. Avevo sette anni e, onestamente, non riesco a ricordare se mio padre quel giorno mi portò allo stadio, ma ricordo che, dopo quella partita, mi regalarono la maglietta di Chiesa e che raccontai alle mie compagne di classe – alle quali probabilmente importava molto poco – che Tore André Flo era il giocatore più forte del mondo. Ancora meno, probabilmente, importò loro quando diffusi la fake news che Nicola Ventola, mentre batteva un calcio d’angolo sotto la Robur, si era girato verso la curva e aveva fatto l’occhiolino proprio verso di me. Non so perché lo feci ma credo che il mio intento fosse dimostrare loro che quello che facevo io a domeniche alterne era estremamente divertente e che anche loro sarebbero dovute venire con me allo stadio. A domeniche alterne, perché babbo in trasferta non mi ci portava, ci toccava andare a Scarpa Mondo o all’outlet a fa’ una giratina. Ma il risultato era sempre lo stesso: mamma comprava e io e babbo ascoltavamo la partita in macchina, alla radio. Un’esperienza a suo modo avvincente, anche questa, dalla quale probabilmente ho imparato quanto è affascinante ascoltare anche senza vedere e quanto è importante saper raccontare bene per far vivere a tutti una serie anche complessa di emozioni.
Il secondo momento decisivo nella mia vita da tifosa del Siena, invece, non so in che stagione avvenne. Durante una partita un calciatore fece un pessimo tiro (sicuramente seguito dal classico “bada questo che piedi a banana”) e la palla arrivò dritta addosso a me, rimbalzò poi nei gradoni della curva e qualcuno andò a raccoglierla. Babbo ritenne fermamente che quella palla mi spettasse di diritto e così fu: quella domenica tornai a casa con un trofeo inaspettato e da quel giorno la palla con lo stemma dell’A.C. Siena svetta sull’armadio della mia camera poggiata sopra uno di quei coni trasparenti che sorreggono le uova di Pasqua dentro l’involucro. Quando torno a casa dei miei a volte la guardo e mi sembra in qualche modo la mia madeleine.
Da quei giorni sono passati anni, anche dalla mia infanzia sono passati anni e la vita calcistica del Siena ha subìto la discesa che tutti conosciamo. Anche la città ne ha risentito: non penso solo all’economia, penso piuttosto alle cose che si stratificano nella memoria umana e ne compongono le fondamenta. Nei miei ricordi di bambina camminare la domenica per le vie del centro, prima delle 15.00 e dopo le 17.00, significava districarsi tra centinaia di sciarpe bianconere, cappellini e magliette del Siena.
Ricordo anche tanti bambini, per mano o sulle spalle dei genitori, che si mettevano in fila ai tornelli del Franchi. Ci penso ogni volta che rifletto sul lavoro che sto facendo. Oggi mi trovo infatti a far parte del terribile mondo degli insegnanti precari e quando i ragazzi, che ora hanno l’età che avevo io nel 2007, mi chiedono che squadra tifo, io rispondo sempre il Siena. “Prof, ma il Siena non è mica in serie A!”, mi dicono. Il mio “e che vuol dire?” non li convince molto. Ha senso, in tv vedono i migliori calciatori della Serie A attuale, alla scuola calcio imparano come ci si muove in campo e desiderano essere dei campioni. Non molti di loro, a undici anni, sanno cosa significa seguire ogni domenica la propria squadra allo stadio. Non molti di loro hanno una storia familiare calcistica legata alla propria città. Forse nessuno di loro conosce la Bibbia della Quotidianità Calcistica Senese. Eppure, ogni momento libero – l’intervallo, una pausa, un’ora di supplenza – è buono per accartocciare un paio di fogli di carta, creare un pallone e cominciare a prenderlo a calci dribblando zaini e borracce per segnare sotto le gambe dell’ultimo banco.
Dopo anni di lontananza dallo stadio, in un momento un po’ complicato della mia vita, il 15 gennaio 2023 una persona molto importante per me mi mise in mano il biglietto per Siena-Imolese e mi disse, semplicemente: “andiamo?”. Andammo, e fu come tornare nella casa in cui si è abitato da bambini, quella che contiene i ricordi più semplici e puri. Da quel momento in poi, che sia allo stadio o da casa, non c’è neanche una domenica che io passi senza il pensiero della partita del Siena. Soprattutto quest’anno, in cui finalmente siamo tornati a gioire.
A scuola, due giorni fa, ho fatto presentare i ragazzi di una nuova classe. “Mi chiamo Matteo, ho undici anni, sono del Bruco e tifo l’Inter”; “Mi chiamo Giovanni, sono del Nicchio e tifo la Juve”, e così via. Prima di loro, mi ero presentata io: “Sono la vostra nuova insegnante di italiano, mi chiamo Aurora, ho ventisette anni e mi piace lo sport, soprattutto il calcio. Sono una tifosa del Siena”. È cambiato qualcosa, nel tempo che è intercorso tra me e loro? Forse non poi così tanto: anche io ero l’unica bambina nel pulmino del Siena Club Valdarbia. E forse il discorso non è tanto la questione dell’appartenenza calcistica alla squadra della propria città, quanto l’idea che si ha dello sport, soprattutto del calcio.
Credo che dovremmo fare qualcosa in più per avvicinare i più piccoli a quello che questo sport rappresenta veramente: un aggregante sociale, una delle forme che può assumere il senso di famiglia se lo si pensa in maniera un po’ più ampia. Dovrebbe essere facile per noi senesi, così abituati dal Palio a concepire la comunità come una forte entità che va oltre la famiglia. Dovremmo forse raccontare ai più piccoli che la storia del calcio è una storia che nasce dal niente: un pezzo di terra, un pallone, qualcuno che lo calcia. Spesso è una storia fatta di vita quotidiana e povertà, di semplicità e unione. Il calcio non si gioca solo a San Siro, si gioca anche a Monteroni, al campino vicino alla Coop dove andavamo dopo la scuola, si gioca nelle strade, anche in classe o in corridoio se serve. Quest’anno, per esempio, invece che al Franchi si è giocato a calcio allo stadio Berni di Badesse e proprio in questo stadio si è cominciato a vederla un po’ meno buia. Ai più piccoli dobbiamo dire questo: che il calcio non è altro che una sciarpata bianconera in un campo di provincia. Laerte, che di calcio e di insegnamenti se ne intendeva, probabilmente sarebbe d’accordo con me.
Aurora Codogno
Fonte: FOL
