José Vítor da Santa Rita, più semplicemente Roque Junior

Fa freddo, è fine gennaio. José si sfancula da solo, tra improperi sbiascicati in portoghese e occhiate al cielo. Dovrebbe essere abituato a questo clima infernale, ma è brasiliano. E, si sa da secoli, i brasiliani mal si abituano al gelo di certi inverni italiani, anche quelli come lui, nati in regioni dove, comunque, spesso il termometro segna zero. José è nato a Santa Rita do Sapucaì, ormai ventisette anni prima di quel momento, che lo immortala due passi dentro la hall di un albergo lombardo. E a Santa Rita faceva freddo, spesso, come in tutta la regione circostante del Minas Gerais, ma lui niente. Non era male Santa Rita, non fosse per quel particolare che aveva consegnato alle cronache solo due personalità: lui, José, vanto del paese, e Pedrinho Matador, il più prolifico serial killer brasiliano, con settantun omicidi all’attivo, quarantasette dei quali compiuti in carcere.

José rabbrividisce, e non solo per il freddo adesso, e ripensa alla sua carriera. Qualche soddisfazione se l’è tolta, sui campi di calcio. È salito sul tetto del mondo, appena due anni prima, con il suo Brasile, che ha perculato in modo mirabile la Germania in finale, unica vera rivale del torneo. Che notte, quella. Ha alzato al cielo una Coppa Uefa, insieme ai suoi compagni del Milan. E tutto questo solo un pugno di mesi prima di trovarsi abbandonato in quella hall d’albergo.

Ma José pazienta: è tornato in Italia dopo una parentesi mesta nella ferrosa Leeds, sa che può ripartire con la palla del destino al piede e rilanciare la propria azione personale.

Finalmente vede qualcuno venirgli incontro: è un uomo di una certa età (che vorrà dire, poi), robusto e con lo sguardo a metà tra il severo e il decisamente incazzoso. José lo guarda sorridente, meglio far subito una buona impressione: quell’uomo è l’allenatore della sua nuova squadra, sa che peso può avere sul suo futuro e sa, tramite qualche collega, che è proprio come sembra. Incazzoso.

L’uomo lo squadra arcigno: José continua a sorridere, l’educazione innanzitutto. Qualcuno, non sa chi, lo introduce al mister, che annuisce. José vede la luce in fondo al tunnel, scavalca la barriera del timore reverenziale e si presenta. Finalmente l’uomo di fronte a lui, Papadopulo Giuseppe, di anni cinquantasei, un dignitoso passato da difensore centrale che gli concede un deciso occhio critico, apre bocca: «E io con questo che cazzo ci fo?».

Qua finisce la cronaca e inizia l’opinione: mi piace pensare che abbia strabuzzato gli occhi, mentre qualche salace risposta inciampava nei denti e restava spalmata sul palato, impotente di fronte a quella situazione. José, orgoglioso e battagliero, avrà pensato un “Glielo faccio vedere io chi sono, a questo vecchio di merda!” (Scusa Beppe, licenza poetica).

Dopo tre giorni la Robur è di scena al Meazza, un campo che José conosce a menadito. Non poteva sperare in un debutto migliore. Davanti c’è una delle miglior (e più inconcludenti) Inter degli ultimi anni. José è titolare: ora può dimostrare il suo (in)discusso valore! Scende in campo carico e convinto di far bene. Al suo fianco c’è Mignani: capitano, traghettatore, colonna portante. Ma non ubiquo.

Il Siena ne prende quattro e José splende all’incontrario: si è afflosciato su se stesso in occasione della seconda rete nerazzurra e ha causato il rigore che ha portato Rossi a raccogliere per la terza volta la palla in fondo al sacco. La partita finisce (continuerà davanti alle telecamere, con Cirillo a reggersi un labbro spaccato e Materazzi imputato): José se la lascia alle spalle, avrà mille altre occasioni di dimostrare chi è. Nemmeno sapeva i nomi dei propri compagni di squadra, ancora. No. Giocherà altre due volte da titolare (due sconfitte, con Parma e Roma: notevole 6-0, game, set, match). Saluterà idealmente il pubblico senese con nove, squallidi minuti contro la Reggina ed emigrerà per altri lidi. So long, Caffè Nero Bollente. (Jacopo Rossi)

Fonte: Il Fedelissimo