Intervista Il Fedelissimo – Dal Canto: “Capisco gli aretini ma non sono un mercenario. Stufo di cambiare sempre, vorrei più stabilità”

Come comincia la passione per il calcio di Alessandro Dal Canto?

Una tradizione di famiglia. Mio padre ha fatto il calciatore, in casa eravamo tutti juventini.

È per questo che hai scelto la Juve, nel 1990?

Sì. Nonostante giocassi nel Montebelluna, succursale del Milan, mi lasciarono scegliere. E seguii la fede calcistica. Ho esordito prestissimo, in Coppa a 17 anni, in campionato 18 anni e 3 giorni.

Il tuo compagno che ha fatto più strada?

Beh, Del Piero. Ma in tanti sono arrivati in Serie A. Lorenzo Squizzi, Jonatan Binotto, Omar Milanetto, Christian Manfredini, Fabrizio Cammarata, Francesco Baldini.

Il momento da calciatore che ricordi con più piacere?

L’esordio in A con la squadra che tifavo. Poi i due campionati vinti in B con Vicenza e Venezia. Ma paradossalmente il momento migliore lo ho avuto a fine carriera, all’Albinoleffe. Perchè avevo raggiunto una maturità, perché sono tornato a fare il centrale di una difesa a tre, perché c’era un ambiente eccezionale. Quando sono tornato col Siena, quest’anno, ho ritrovato le stesse persone a 12 anni di distanza. Quella piazza mi ridiede vigoria in una fase calante.

Nel curriculum compare anche l’Uralan, nel 2003. Il primo italiano a giocare in Serie A russa.

Ero nel Vicenza ma arrivavo dalla prima lunga operazione al ginocchio e la società aveva altri programmi. Nell’Uralan allenava Šalimov, che avevo conosciuto al Bologna, e tentai quest’avventura. Che forse, a 28 anni, non rifarei. Avrei dovuto aspettare un po’ di anni.

Perché la decisione di allenare?

L’ultimo biennio, al Treviso, fui operato tre volte alle ginocchia e capii che ero arrivato. Durante l’ultimo anno Luca Gotti mi chiese di fare il collaboratore. Poi, finita la stagione, presi al volo il patentino e capitò un’occasione improvvisa: il Padova faceva la C, serviva un allenatore per la Berretti, ma poi fu promosso allo spareggio in B ed io ero l’unico con la licenza per allenare la Primavera. Un anno e mezzo dopo subentrai in B. La squadra era a 4 punti dai playout, alla fine perdemmo la finale per andare in A.

Da allenatore il tuo è un percorso anomalo: prima squadra, poi giovanili e poi di nuovo prima squadra.

Non lo scegli, te lo dà il corso degli eventi. Però forse avrei dovuto ponderare meglio le soluzioni post-Padova. A Vicenza arrivai il 1° febbraio, a mercato chiuso, con la squadra in condizioni disastrate. Retrocessi, potevo aspettare una situazione in B e invece preferii ripartire in C dal Venezia con una squadra fatta di Under. Ricominciai allora dalla Nazionale Under 17.

C’era la possibilità di fare la scalata in Nazionale?

Se vuoi intraprendere una carriera dentro la Federazione lo puoi fare, ma a me non piace. È limitante andare a vedere partite tutto il mese per poi fare un raduno dove incidi poco. Non era una cosa che faceva per me. Però, ad oggi, è stata l’esperienza migliore da allenatore. Ho trovato un gruppo di lavoro clamorosamente coeso, a cominciare da Giannichedda, mio ex compagno. E anche l’annata, i 1999, era ottima. Giocammo un Europeo a Baku, c’erano Scamacca, Pinamonti, Kean, Bastoni.

Quali sono le idee principali che tenti di applicare alle tue squadre?

Sono partito provando un po’ di tutto, coi giovani hai la fortuna di poterlo fare senza la preoccupazione di sbagliare, poi ho evoluto il mio modo di allenare. La mia idea precisa ce l’ho da quattro anni. Mi piace che le squadre giochino a pallone, ma dipende anche dalla qualità dei tuoi giocatori. Il calcio aggressivo, quello sì, lo puoi educare a prescindere. Un calcio non passivo quando gli altri hanno la palla e propositivo quando la palla ce l’hai tu.

Dibattito giochisti vs risultatisti, come la mettiamo?

Bisogna trovare l’equilibro. Far vedere di giocare bene a pallone senza i giocatori che possano farlo è stupidità. Vuoi esultare il tuo stile ma chi determina sono i giocatori. Devi dare delle idee, un’organizzazione, poi però in campo ci vanno loro.

Quanto incide un allenatore?

In percentuale non saprei, però incide. Non sono d’accordo sul fatto che un allenatore debba soltanto limitare i danni. Chi dice il contrario lo fa per falsa modestia. Non lo pensa nessuno veramente. Far danni invece vuol dire perseguire la tua idea in un contesto dove non puoi farlo.

A che punto è il lavoro nella Robur? In che percentuale hanno assimilato i tuoi concetti?

Siamo partiti con l’impostazione che la squadra aveva acquisito negli anni precedenti, ma col tempo è emerso che eravamo leggeri dietro e poco prolifichi davanti. La squadra adesso è quadrata, prende gol più difficilmente, ha riacquisito la capacità di palleggio che aveva prima, è tornata a comandare spesso le partite. Però dobbiamo essere cinici. Non lo eravamo prima e non lo siamo oggi. Serve trovare un po’ le individualità giuste nei ruoli giusti.

C’è questo dilemma della Robur a due facce. Vero che la fortuna si è vista spesso in trasferta.

Sono d’accordo. Con la Pistoiese abbiamo creato più occasioni da gol nel primo che nel secondo tempo. Contro l’Arezzo siamo stati arrembanti nel possesso e un po’ meno nella pericolosità, però dall’altra parte erano in dieci nella loro metà campo. Non siamo mai andati sopra in casa. Ci serve andare in vantaggio e provare a fare qualcosa di diverso. E un pò più di tranquillità. Lo stadio è dalla nostra parte, non vedo alibi e problemi.

Rivedremo il trequartista?

È un ruolo dove non dico che siamo scoperti, però dovrei adattarci dei giocatori. Anche se, per esempio, D’Auria è cresciuto molto. È uno di quelli cresciuti di più. Cambiare dietro? La difesa a tre ha preso sicurezza, in un campionato dove 10-12 squadre giocano col 5-3-2 e puntano a non prenderle.

Sono arrivati insulti, nel derby con l’Arezzo?

Gli insulti fanno parte del gioco, li comprendo. Il tifoso fa il tifoso, non vede un aspetto logico nella mia scelta. Ma per me è un lavoro, penso alla scelta migliore per la mia professione. Cade su una rivale storica? La vita va così. Capisco il disappunto dei tifosi aretini, è giusto che il tifoso viva di queste emozioni qua. Il professionista no. Sbagliano giocatori e allenatori nel battere al petto quando fanno gol o quando vincono. Sono gesti che poi fanno imbestialire i tifosi. Cosa gli racconti quando te ne vai? Odio poi i calciatori che fanno un gol alla ex squadra e non esultano, perché è una mancanza di rispetto verso i tuoi nuovi tifosi. Far gol è uno dei momenti più belli, perché devi limitare l’esultanza? Siamo i soliti ipocriti italiani, all’estero non la vedo questa usanza. Penso a Vieri, ha girato tante squadre e ha esultato sempre, senza nessun problema.

Stiamo rivedendo il Serrotti di Arezzo?

È sempre stato quello dell’anno scorso. Alle volte sono io che l’ho sostituito frettolosamente. Poi è arrivato in una squadra in gran parte cambiata. Forse l’impressione del miglioramento è perché oggi è all’apice della condizione fisica. Per me è un giocatore fuori discussione. Non vuol dire che giocherà sempre, ma è fuori discussione. Ha una tecnica spaventosa e un’intuizione di altissimo livello

Ad Arezzo segnavano tanto i centrocampisti. Sulla scia sembrerebbe esserci Arrigoni.

Ci vogliono determinate caratteristiche. Ad Arezzo non sono stato il mago di Oz che ha miscelato un gruppo di scappati di casa. Abbiamo fatto quel campionato perché i giocatori erano bravi. Buglio ha fatto 7 gol, Foglia 5. C’erano ragazzi in mezzo con i piedi invertiti, trovavano linee di passaggio che altri non trovano. E poi avevo due signori attaccanti, Cutolo e Brunori, e due signori terzini, Sala e Luciani. Comunque, tornando ai centrocampisti, mi piace che accompagnino l’azione. Ma non posso trasformare Basit in uno che fa gol. Arrigoni è un ibrido. Non è Buglio, ha lettura di quello che succede ma è più un palleggiatore. Può arrivare a fare gol perché ha senso della porta, la trova, sa come tirare. Però non è, per dire, Luperini. Queste sono mezze ali che in un campionato spostano gli equilibri. In rosa c’è da vedere Da Silva, il 100 % delle qualità ancora non lo ha espresso.

Posso chiederti il perché della sfuriata post-Pistoiese?

L’ho fatta un po’ per il pareggio arrivato all’ultimo soffio, un po’ per la frustrazione, stava arrivando la quarta sconfitta di fila in casa, e un po’ perché dal campo hai delle impressioni che poi, rivedendo la partita, non è detto che siano confermate. Siamo andati sotto 2-0 non si sa neanche come, per un’ingenuità e un intervento fortuito di Serrotti che tocca la palla che va a Valiani. Sprechiamo 4-5 occasioni da gol, non ti danno un rigore. Non volevo che passasse il messaggio del tipo: poverini, che sfiga. È giusto prendersi le responsabilità. E poi si arrivava dalla vittoria di Monza. Le squadre che fanno grandi imprese e poi nicchiano con le piccole mi fanno schifo. Detto questo, rivedendo la partita penso che abbiano fatto tutto nel modo corretto. Comunque il messaggio l’hanno percepito nel modo giusto.

Troppo severo quindi?

Non sono uno che grida sempre, ma è giusto alzare la voce se serve per far recepire il messaggio al giocatore. Ho detto tante parolacce e so che non è educativo, ma con i giocatori parlo nel linguaggio con cui sono abituati a parlarsi. Per fare effetto. E l’ho ottenuto. Magari bastava un po’ meno, ma mi è uscita così.

Insisto su Bentivoglio e sulla sua esclusione prolungata.

È esclusivamente una scelta tecnica, oggi vedo meglio altri tipi di soluzioni. Stiamo parlando di un signor giocatore, lo dice la carriera, e nell’intuizione di calcio e tecnica è un lusso. Lui è sereno, lavora da professionista esemplare. Ma oggi ho altre esigenze. Non ingigantirei la cosa. Lo faccio in buona fede, per il bene del Siena.

Però un conto è non farlo giocare, un conto è non convocarlo proprio.

Le personalità dei giocatori che hanno fatto grandi carriere sono particolari. Non è detto che un calciatore sia moralmente più frustato se fa la tribuna che la panchina. Potrebbe essere il contrario. Una situazione simile l’ho vissuta al Perugia, me ne sono andato per non creare problemi o malintesi, questo non vuol dire che lui se ne voglia andare. Anzi, si allena particolarmente bene in questo momento. Non è una scelta definitiva.

È la prima volta che la società stipula con l’allenatore un contratto pluriennale. Ci sono le premesse per portarlo in fondo?

Vorrei fare prima una precisazione. L’anno scorso firmai un biennale ad Arezzo con opzione per il terzo perché avevo sposato un progetto. Mi avevano costruito una squadra per salvarmi in modo tranquillo ed è andata aldilà di ogni previsione. Succede che, aldilà del progetto, l’allenatore è il maggior responsabile e l’anello debole del sistema. Paga quando non va bene la situazione. I contratti pluriennali sono l’unica forma di tutela che abbiamo. Con delle dirigenze frettolose, succede spesso che vai a casa. Quando hai un contratto pluriennale c’è più attenzione. Detto questo io ad Arezzo ho rinunciato al secondo anno di contratto a zero euro di buonuscita. Zero euro. Non ho messo paletti, né costretto nessuno, e nessuno mi può dare del mercenario. Sono arrivato a Siena, in una piazza che viene da due stagioni di alto livello. Sono andati via tanti giocatori qualitativamente forti, penso ad Aramu, Cianci, Gliozzi, Rossi. Non c’è stato un ridimensionamento ma ci sono da fare un sacco di valutazioni sull’evolversi del campionato. Normale che come all’Arezzo parta per sposare il progetto.

Siena, comunque, è un’ottima occasione per risalire.

Un po’ mi sono stufato di cambiare società tutti gli anni. Da un certo punto di vista è pesante, mi piacerebbe anche avere un po’ di stabilità, un rapporto più duraturo. Una cosa la posso dire: non sono venuto col pensiero di fare una buona stagione e andarmene. Spero ci possa essere un proseguo più lungo.

(Giuseppe Ingrosso)

Fonte: Il Fedelissimo