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Al club con la Robur

Intervista Fol – Rossetti: “L’esultanza ai gol passione pura. Siena non merita ciò che sta vivendo”

Protagonista della sedicesima puntata di “Al club con la Robur” Gigi Rossetti è tornato a raccontare il Siena con la passione e la schiettezza che lo hanno sempre contraddistinto. Prima calciatore bianconero, poi storica voce delle telecronache e infine addetto stampa della Robur, Rossetti ha ripercorso le tappe della propria carriera, dagli esordi fino agli anni più significativi vissuti a Siena, soffermandosi anche sull’attualità, sul momento attraversato dalla squadra e su un calcio moderno che fatica sempre più a riconoscere. Di seguito i passaggi più significativi emersi nel corso della trasmissione.

Il Siena oggi – “Ho visto poche partite della Robur quest’anno, anche perché – lo dico con sincerità – era  inguardabile. Provavo a seguirla, ma dopo un quarto d’ora vedevo solo passaggi all’indietro e giocatori che aspettavano l’avversario. Il mio calcio è un altro: andare in avanti. Avevo visto qualcosa di più convincente nel derby di Grosseto, poi però quella sensazione si era persa. Domenica, con Gill, ho visto una squadra diversa, più pragmatica: ha rischiato nel primo quarto d’ora, ma poi ha portato a casa una vittoria più che meritata. È sempre bello rivedere in bianconero figure come Voria e Marco Ghizzani: sono stati un pezzo della nostra storia, ricordi che restano”.

Gli inizi – “Ho cominciato a giocare a Roma, giovanissimo, insieme a mio fratello, contro ragazzi molto più grandi di me. Non fu semplice. Poi passai al Lomi, probabilmente la miglior squadra Allievi del Lazio: arrivammo fino alle semifinali contro il Torino. La Roma acquistò quasi tutta la squadra: feci due anni di Primavera e uno con la prima squadra. Nel 1969 arrivai a Siena, dove rimasi quattro stagioni. Poi Pescara, Pistoia, Figline, fino a quando le ginocchia mi dissero di smetterla e allora ho continuato per un po’ nei dilettanti”.

Quattro stagioni in bianconero – “Con il Siena ho collezionato 125 presenze. I gol? I dati del Museo della Robur dicono 15, ma in realtà sono 17 (ride, ndr): sette il primo anno, sei il secondo, quattro il terzo. Nella prima stagione giocavo addirittura da stopper. All’epoca non si contavano gli assist, ma se Ferranti segnò contro il Montevarchi davanti a ottomila spettatori, il merito è mio. I filmati erano in bianco e nero, per cui capendoci il giusto bisogna fidarsi di chi guardava (ride, ndr)”.

Monguzzi – “Era il capitano vero. Quando parlava lui, parlava la squadra. Poche chiacchiere: se diceva una cosa, quella era”.

Primo anno complicato – “Fu una porta girevole: giocatori che arrivavano la sera e sparivano la mattina. Era chiaro che sarebbe finita male. Il rammarico è essere retrocessi per un solo punto, con la partita di San Benedetto in cui successe quello che successe. Io non c’ero: ero infortunato al menisco e all’epoca operarsi significava rischiare di smettere, così rimasi a casa”.

Gli altri tre anni – “La stagione successiva facemmo un campionato anonimo, con tanti ragazzi della Berretti. Poi la squadra si assestò.
Con Mannucci lottammo fino in fondo e con Grassi arrivammo secondi dietro il Grosseto. In quell’anno mi tolsi una piccola soddisfazione: segnai il gol decisivo nel derby, che non vincevamo da una vita. Durante l’azione travolsi sia il portiere che il difensore, ma sul momento nemmeno me ne resi conto”.

Vendrame – “Un genio assoluto. L’ho sempre paragonato a Corso, solo che Corso aveva un piede solo, lui li aveva entrambi. Classe immensa e generosità totale, ma viveva il calcio a modo suo. Doveva fare una carriera incredibile, invece la “soffitta” gli suggeriva altro. A 17-18 anni si faceva squalificare pur di vedere la fidanzata, quando avrebbe dovuto giocare in Serie A con la Spal. Qualche anno dopo lo trovarono a Santa Maria Novella con la chitarra. Un personaggio unico, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto”.

Legami – “Sono rimasto in contatto con diversi ex compagni. Sento spesso Manfredini, seguo il figlio di Giampiero Forte (Francesco, ndr) che gioca a Catania e quando posso guardo il Cesena di Michele Mignani”.

Il ritorno – “Mi sono sposato a Siena nel 1973 e, dopo varie esperienze, mi sono accasato qui. Ho trovato lavoro grazie a una persona a cui voglio un bene dell’anima e che ringrazio se ci sta guardando. Detto questo posso dire, senza dubbi, che Siena è casa”.

Dal campo al microfono – “Ho iniziato quasi per caso: prima due anni di radio, poi TVS. La prima telecronaca fu un Siena-Foggia 0-0. Ricordo bene quella partita perché il giorno prima era morto Luigi Arietti, grande personaggio della storia bianconera. Ho raccontato anni difficili, pieni di polvere e sofferenza, ma sempre con passione, come se lavorassi a Sky o Mediaset. Ho fatto programmi sui dilettanti, uno dei quali premiato a San Gusmè. In televisione sono rimasto dalla stagione 1987-88 fino alla promozione di Conte e quando qualcuno mi ha detto “ti seguo perché non sei banale” o “la domenica sei a tavola con noi”, ho capito che, nonostante i sacrifici, ne è valsa veramente la pena”.

L’urlo al gol – “L’esultanza è nata spontaneamente. Quando segna il Siena, segna il Siena. È passione pura. Ho sempre cercato di essere corretto anche verso l’avversario, ma l’amore per questi colori veniva fuori, inevitabilmente”.

Genova e la frase storica – “Un’altra piccola soddisfazione personale. Quando dissi: “La mia voce non ha più parole, la mia mente non ha più pensieri, la mia gioia non ha più lacrime da piangere”, fu solamente istinto e, anche in quel caso, passione. Di tante cose non mi ricordo, quella sera sì. E quell’applauso in sala stampa fece sicuramente piacere”.

Baracca Lugo batte Baracca Siena 3-0 – “Anche quella fu una battuta che mi venne istintivamente dopo la sconfitta per 3-0 a Lugo. Devo dire che non passò inosservata, creando qualche piccola incomprensione, soprattutto con Jacopo Paganini, poi scemata col tempo. A questo proposito ringrazierò sempre Massimo Biliorsi che, su La Nazione, scrisse di me “Coerenza sempre, compromesso mai”. Ho tanti difetti, ma questo pregio me lo riconosco: non so mediare. Se devo fare una cosa, la faccio fino in fondo. A metà, non la faccio”.

La promozione in B – “Dicevo sempre: “Sarebbe bello fare un anno in Serie B e poi tornare nel nostro ridotto”. Invece poi ci abbiamo preso gusto. Prima le due salvezze consecutive, poi il paradiso del calcio che ci aprì le porte. Sono momenti incredibili, per i quali non so se si possa essere pronti: credo che uno li viva e basta”.

Il Siena in serie A – “Quando qualcuno associava il Siena alla massima serie gli davamo tutti del matto . E invece ci siamo stati a lungo: tra alti e bassi siamo scesi e risaliti, fino agli avvicendamenti societari dai quali sono cominciati i periodi bui”.

De Luca – “All’inizio c’era qualche perplessità. “Ma chi è questo?”. Poi una sera si presentò all’Excelsior e disse: “Io sono qui”. E ci ha portato dove siamo arrivati. Quando lanciò la campagna “Sognamo la Serie A” tutti si sbalordirono. E invece ci andammo davvero. A volte i sogni si realizzano: abbiamo sognato in tanti, ci siamo divertiti e questo grazie anche e soprattutto a lui. Per cui credo che quando si vede una persona metterci il cuore come uno di noi – perché poi era diventato uno di noi – non si può non averlo amato. È stato un grande presidente”.

Le domeniche fuori casa – “Io ho chiuso con la promozione di Conte e ho chiuso bene. Sono partito dalla C2, dal basso, poi alti e bassi. Io mi sono divertito, forse mia moglie un pochino meno: 25-30 anni di domeniche senza di me. Ora sto recuperando. Ho resistito perché per un paio d’anni sono stato tirato per la giacca: “Vieni, fai”. Ho detto no, basta. Quando si stacca, si stacca. Ogni cosa ha il suo tempo. Evidentemente il mio era finito. Lo sto recuperando con la famiglia, alla quale devo dire grazie: non è piacevole passare tutte le domeniche da sola, ma sapeva che mi divertivo. Ora conosce tutti i nomi dei giocatori, ogni tanto me li ricorda lei. Sul fuorigioco ci perdiamo ancora ma questo fa parte del gioco (ride, ndr)”.

Il periodo da addetto stampa – “Il Siena aveva bisogno d’aiuto e io avevo detto al presidente Ponte che avrei dato una mano. Furono sottoscritti addirittura quattromila abbonamenti. Con Morgia ci conoscevamo: l’avevo rincontrato quando allenava il Poggibonsi. Un paio di volte mi telefonò. Morgia fece quello che doveva fare. La svolta fu quando Ponte vide quei quattromila abbonamenti. La squadra fu fatta all’ultimo momento, Morgia portò il blocco. Non fu facile vincere il campionato: il Poggibonsi era sempre lì attaccato. L’ultima giornata fu durissima”.

Ponte e la vittoria nel 14/15 – “Ponte viene spesso criticato, ma è stato a Siena due volte e due volte ha vinto: una volta la Serie C, una volta ha riportato il Siena in Serie C. Poi si possono fare tutte le critiche del mondo, ma due campionati e due vittorie restano. Io ai ragazzi dicevo: se c’è da ingoiare qualche rospo, ingoiamolo. Perché l’obiettivo era uno solo: vincere il campionato. Ero talmente convinto che misi in una busta, a inizio stagione, un foglio per un collega: “Andiamo in Serie C”. E così fu”.

La rescissione – “L’anno successivo ci furono delle incomprensioni. E io torno sempre lì: coerenza sempre, compromesso mai. A marzo dissi: “Arrivederci”. È stata una bella esperienza, mi sono divertito. Ho dato una mano in maniera totalmente disinteressata: mi pagavo anche il parcheggio quando andavo allo stadio”.

Il calcio moderno e il VAR – “Mi ha fatto disinnamorare del pallone. Accetto solo il gol/non gol. Per il resto fino a che c’è l’uomo dietro la macchina fanno vedere quello che vogliono. Detto questo del calcio attuale non sopporto il calcio all’indietro, termini come braccetto di destra e di sinistra, l’uomo di gamba. Il calcio lo fanno complicare inutilmente e per questo non mi piace”.

Situazione societaria – “Vorrei davvero che oggi qualcuno di senese prendesse in mano questa storia. Non so se “avventurieri” sia l’aggettivo giusto per definire l’attuale presidenza, ma quello che abbiamo visto non è accettabile. Siena non merita questo. In passato siamo caduti e ci siamo rialzati più volte, ma sempre con un programma e con persone mosse dalla passione. Oggi il calcio è cambiato e troppo spesso si cerca solo il tornaconto personale. Mi piacerebbe rivedere figure senesi alla guida della società. Quello che faccio fatica ad accettare è vedere dirigenti che non parlano italiano e una società distante, che non vive la città. Se non sei presente in società, se non la vivi davvero, poi si arriva inevitabilmente a quello che siamo diventati. Servirebbe più amore verso chi rappresenta una città: da questa parte c’è il cuore, dall’altra troppo spesso c’è solo l’interesse personale. E questo, personalmente, non lo accetto”.

Voria e Ghizzani – “Voglio sperare che si possa continuare sull’andazzo intrapreso domenica passata, con tanto cuore e un po’ di saper fare. Penso che questi giocatori ce l’abbiano. Quindi forza Siena, mettiamoci in carreggiata e lottiamo fino alla fine. Poi mai dire mai: il Grosseto è attrezzato per vincere, come giocatori e come disponibilità economica, ma farcela non è mai facile. Dalla Terza Categoria in su, vincere è sempre difficile”.

Niccolò Boscagli

Fonte: Fol