Co-protagonista della trentesima puntata di “Al Club con la Robur”, insieme all’ex compagno di reparto Aniello Panariello, Mirko Romagnoli, nato e cresciuto a Siena e protagonista di tre stagioni in bianconero, intervallate dal prestito al Rimini. Per lui 37 presenze complessive, di cui 21 nell’annata 2018-19 sotto la guida di Mignani, impreziosite anche dal gol segnato a Novara su assist di Guberti. Di seguito le parti più interessanti della sua chiacchierata al Club.
L’amore per il Siena – “Sono sempre stato tifosissimo della Robur anche perché, una volta che vivi questi colori, te li porti dentro per sempre. Tra l’altro sono nato e cresciuto qui, con i miei genitori che spesso mi portavano allo stadio, quindi per forza di cose sono sempre stato legato a questa maglia. In più, quando mi è capitato di andare a giocare in giro per l’Italia, ho sempre seguito e sostenuto anche da lontano la Robur”.
L’annata a Torrita e Montepulciano – “Purtroppo non ho potuto festeggiare la salvezza quest’anno, però la prima cosa che ho pensato quando ho deciso di scendere di categoria, prima a Torrita e poi a Montepulciano, è che in questi posti si rispecchia l’essenza del calcio vero. Siamo nei dilettanti, ma c’è voglia di stare insieme e condividere il tempo fuori dal campo. I ragazzi che ho trovato mi hanno fatto riscoprire l’amicizia nel calcio e per questo li considero prima amici che compagni. Purtroppo quest’anno è andata come è andata, ma mi porto comunque dietro un’esperienza più che positiva”.
Gill Voria – “È una persona squisita e ogni volta che è stato chiamato in causa per aiutare il Siena ha sempre risposto presente. Sfortunatamente non l’ho mai avuto come allenatore, però già quando mi allenavo nelle giovanili si vedeva il polso di un mister di livello”.
Il percorso – “Ho fatto gli Allievi al Siena, poi Empoli, Perugia, di nuovo Empoli e infine il ritorno nella Berretti del Siena per sette-otto mesi prima di essere aggregato in prima squadra, quando ancora c’era Ponte presidente”.
La stagione 2016-17 – “Quell’anno lo ricordo perfettamente perché era la prima volta che entravo in uno spogliatoio di prima squadra. Venivo dal settore giovanile e mi affacciavo al mondo degli adulti. Mi mettevo sempre in un angolino e guardavo ogni piccolo movimento dei miei compagni di reparto, sia dentro che fuori dal campo. Aniello (Panariello, ndr) è stato un esempio per me, così come Dario (D’Ambrosio, ndr). Ricordo anche l’assist a Marotta nell’1-2 di Prato entrando dalla panchina da terzino, perché a 19 anni difficilmente facevi il centrale dietro (ride, ndr). Fu un anno travagliato, ma alla fine riuscimmo a portare la nave in porto”.
Il gol a Novara – “Non me lo scorderò mai, fu un’emozione incredibile. Ero sicuro che la palla crossata da Stefano (Guberti, ndr) sarebbe finita perfettamente lì e quindi, tra virgolette, fu abbastanza semplice. Dopo il gol non sapevo né come esultare né dove andare, anche perché figuriamoci se immaginavo di segnare con questa maglia”.
Il secondo anno a Siena – “Anche in questo caso devo ringraziare Panariello e una sua chiacchierata con Mignani dell’anno prima, quando gli disse di fidarsi della panchina. Dopo il ritorno dal prestito al Rimini, nelle prime sette partite di campionato nelle quali non vincemmo mai, avevo giocato zero minuti. Poi il mister mi fece giocare con il Pisa all’ottava giornata, vincemmo 1-0 e da lì trovai più continuità”.
Mister Mignani – “È il mister che mi ha insegnato di più, sia a livello professionale che umano, anche perché si dedicava in maniera maniacale alla fase difensiva. Gli devo tanto”.
L’ultimo anno – “Con Dal Canto speravo di avere maggiore continuità, ma purtroppo andò diversamente: se non sbaglio feci cinque presenze. In ogni caso fa parte del calcio e del mio percorso, quindi va bene così. Chiaramente, visto l’anno precedente, speravo di avere più spazio facendo del mio meglio, però non fu così”.
Una carriera partita al top – “Per quanto sia stato bellissimo partire da Siena, sono stato anche un po’ sfortunato, perché per me giocare qui era il massimo a cui potessi aspirare. Quando stavo iniziando a entrare nei meccanismi della squadra, della società e dei tifosi, sono andato via a Pistoia e in altre piazze importanti, anche grazie al direttore Dolci. Senza screditare nessuna realtà, oggi mi rendo conto ancora di più di quanto fossi fortunato in quegli anni: ogni volta che parcheggio la macchina vicino al campo penso sempre ‘io lì ci ho giocato’. Magari sarebbe stato meglio arrivarci un po’ più tardi”.
Presente e futuro – “Per il momento lavoro perché mi piace giocare a calcio e ho ancora voglia di farlo, però oggi la priorità è il lavoro e il calcio è tornato a essere un gioco nel vero senso della parola. Per il prossimo anno vedremo: al momento non ci sono offerte, sto aspettando”.
Boscagli Niccolò
Fonte: Fol
