Nel corso dell’ultimo appuntamento di “Al Club con la Robur” è stato ospite Giulio Pelati, ex calciatore e storico allenatore del settore giovanile del Siena. Una lunga carriera in bianconero, iniziata sul campo e proseguita in panchina, durante la quale ha contribuito alla crescita di intere generazioni di giovani calciatori. Tra ricordi, aneddoti e riflessioni, Pelati ha ripercorso le tappe principali della sua esperienza a Siena, soffermandosi sull’importanza del vivaio, sulle scelte societarie e sull’evoluzione del calcio nel corso degli anni. Di seguito i passaggi più significativi emersi nel corso della trasmissione.
Arrivo a Siena – “Il mio primo rapporto con il Siena risale alla stagione 1982/83, da calciatore. Venivo dalla Casertana, che allora militava in Serie C1. Rimasi un anno, poi andai alla Carrarese su richiesta del mister. Ricordo che il Siena, tra me e Coppola, incassò 80 milioni di lire. Erano altri tempi: oggi ci sono i procuratori e i giocatori sono liberi, mentre allora appartenevano alle società, che potevano cederli e guadagnare oppure darli in prestito”.
Gli inizi da allenatore – “Smisi di giocare nel 1989 e iniziai subito ad allenare. Nelso Ricci, allora direttore sportivo del Siena, mi propose di guidare gli Allievi regionali. Il settore giovanile era composto solo da Berretti e Allievi. Erano campionati difficili: noi professionisti ci trovavamo spesso ad affrontare squadre dilettantistiche del fiorentino. Ricordo una gara a Casole d’Elsa contro lo Scandicci: loro arrivarono in pullman tutti in tuta, noi in modo più spartano. Partirono forte e andarono sul 2-0, poi vincemmo 6-2. A fine partita rischiammo la rissa, ci volevano picchiare: è un episodio che spiega bene la differenza di mentalità tra professionisti e dilettanti”.
La crescita del vivaio – “L’anno successivo passammo agli Allievi nazionali, poi per due anni allenai la Primavera, sempre contro squadre professionistiche. È fondamentale la categoria in cui giochi: affrontare i migliori ti fa crescere. Da lì il settore giovanile iniziò a svilupparsi, nonostante l’assenza di un centro sportivo, che ci costringeva a spostarci in tutta la provincia, e questo non cambiò neanche con la Serie A”.
L’esperienza in prima squadra – “Nel 1992/93, mentre allenavo la Primavera, mi venne chiesto di guidare la prima squadra per le ultime quattro partite. Accettai, pur sapendo che non potevo fare miracoli. Ebbi però il coraggio di far giocare quattro ragazzi della Primavera. Lapini segnò quattro gol in quattro partite e fu ceduto alla Roma. Lapini segnò quattro gol in quattro partite e venne ceduto alla Roma; negli anni successivi anche altri giovani, come Stefani, Borrelli, Vagaggini, Biliotti e Stringardi, furono trasferiti a cifre importanti. Nel complesso, se non ricordo male, il Siena ricavò oltre due miliardi di lire”.
I giovani come risorsa – “Il Siena si è sempre stabilizzato grazie ai giovani. Non c’erano grandi entrate e mancava il supporto del Monte dei Paschi. Si andava avanti come si poteva, anche con la gestione del parcheggio dello stadio. Così ci siamo mantenuti in Serie C fino all’annata giusta, quella della promozione in Serie B: il resto è storia e la conoscete tutti”.
Snai (stagione ‘98/99) – “Aveva grandi disponibilità economiche, ma sbagliò le scelte. In un solo anno furono cambiati quattro allenatori: Discepoli non iniziò nemmeno il campionato perché il presidente voleva far allenare un amico. Dopo quest’ultimo, di cui non farò il nome, arrivò Buffoni che fece tre punti in dieci partite, infine Di Chiara. Alla fine ci salvammo. Questo per dire che la stessa cosa vale oggi: l’allenatore può essere contestato, ma qualcuno lo ha scelto”.
L’anno della B – “Con l’arrivo di Pastorello subentrò una società seria, con idee chiare. Bastarono pochi innesti e un allenatore importante per vincere il campionato. Il calcio è semplice: se fai le scelte giuste vieni premiato. Se invece vuoi far allenare l’amico non perdona”.
L’addio nel 2000 – “Allenavo la Berretti e avevamo vinto il campionato già a gennaio con 13 vittorie e una sola sconfitta. Nonostante questo, mi venne chiesto di far giocare due ragazzi, uno di Pastorello e l’altro il figlio di un dirigente. Con me hanno sempre giocato i migliori mai i “raccomandati” e per questo fui mandato via a marzo. Ebbi talmente il rifiuto del calcio che smisi per quattro anni, prima di tornare nel 2004”.
Gli anni di A – “Furono bellissimi. Ho allenato tutte le categorie, Esordienti, Giovanissimi e Allievi. Per un periodo fu abbozzata anche una foresteria, da cui sono passati giocatori come Spinazzola, Bonifazi e Olivieri. Con Baroni sfiorammo addirittura la vittoria del campionato Primavera. Poi arrivò il fallimento e quei ragazzi andarono via tutti a zero”.
L’anno di Ponte – “Si ripartì da capo. Consigliai al presidente di affidare la panchina a Morgia, reduce dalla promozione con la Pistoiese. Arrivò con il suo staff e cinque o sei giocatori: alla fine quelle scelte si rivelarono vincenti”.
Giovani e coraggio – “Negli ultimi anni ho visto pochi giovani davvero valorizzati a Siena. Serve coraggio: se un ragazzo è bravo va fatto giocare. Sersanti, ad esempio, ha dovuto andare a Grosseto per dimostrare il suo valore”.
Possesso palla – “Lo utilizzavo già negli anni ’90 perché credo sia uno strumento fondamentale per far crescere i ragazzi in personalità e sicurezza. Sbagliare non è un problema. Non ho mai detto ‘oggi dobbiamo vincere’, ma ‘giochiamo come ci alleniamo’. Se l’avversario è più forte, perderemo: lo sport è questo”.
Talenti inespressi – “Ho allenato giocatori molto forti come Fommei o Stefani, penalizzati dal fisico, altri come Lapini che avevano qualità ma un carattere da gestire. Bisogna valutare anche l’ambiente familiare. Penso a Vagaggini, un grande talento arrivato al Milan che poi si è perso. L’allenatore deve saper capire i ragazzi anche dal punto di vista umano e psicologico”.
Il calcio oggi – “Oggi sento parlare di genitori che pagano per far giocare i figli. Negli anni ’90 non esisteva. Io non potrei mai accettarlo: per me il calcio è un’altra cosa”.
Parentesi in Cina – “Ho insegnato lì dal 2017 al 2019 a bambini tra i 7 e i 10 anni, con l’aiuto di un traduttore. Portavamo il metodo del settore giovanile italiano. Poi è arrivato il Covid e tutto si è fermato”.
Tornare – “Seguo il calcio da fuori e sempre meno. Tornare in panchina no. Al massimo potrei dare consigli o aiutare dall’esterno nella costruzione di un progetto sui giovani”.
Niccolò Boscagli
Fonte: Fol
