Grande ospite della puntata numero 22 di “Al Club con la Robur” l’ex allenatore bianconero Giuseppe Papadopulo, artefice della prima storica promozione in Serie A del Siena. Alla guida della Robur dal 2001 al 2004, il tecnico pisano ha ripercorso gli anni vissuti in bianconero tra ricordi, aneddoti e momenti indimenticabili, sottolineando ancora una volta il profondo legame che lo unisce alla piazza. Di seguito i passaggi più significativi della sua lunga chiacchierata.
Anni indimenticabili – “Sono stati anni stupendi che difficilmente chi li ha vissuti li potrà dimenticare. Io senz’altro non lo farò mai, come non scorderò mai l’affetto che i tifosi hanno riversato verso la squadra e verso di me in tutte quelle domeniche che noi cercavamo di farli uscire felici dallo stadio”.
Il momento attuale del Siena– “Sì, lo sto seguendo, anche se non in maniera assidua come potrei e dovrei, anche perché la squadra ha perso categorie che trascinavano tanta gente. Però vedo che i fedelissimi sono sempre attaccati alla squadra: è un segnale di grande amore ai colori sociali. Tutto ciò che è avvenuto di positivo in passato li ha coinvolti, e il fatto che siano ancora oggi così presenti dimostra la loro passione nei confronti della società”.
Gill Voria – “È un mio allievo, so che allena con ottimi risultati e mi auguro possa riportare il Siena nelle categorie che gli competono. Con lui ci siamo sentiti alcune volte e questo mi ha fatto molto piacere. Ricordo un messaggio, che ancora conservo, in cui mi disse: ‘Mister, faccio fare ai giocatori gli allenamenti che lei faceva fare a noi’. Questo per me ha avuto un valore inestimabile, perché significa che ciò che proponevo era stato apprezzato e giudicato nella maniera migliore”.
I primi contatti con la Robur – “Fui contattato da Nelso Ricci e, durante la fase finale del campionato che era in corso, firmammo l’accordo per la stagione successiva”.
Siena nel DNA – “La sentivo come una destinazione del mio futuro, perché mia madre era senese e perché ho parenti a Poggibonsi a Casole e nella Val d’Elsa. La percepivo come una meta nel mio destino. Per di più ebbi la possibilità di arrivare al Siena grazie, come detto, a Nelso Ricci, che ritenevo uno dei migliori nel costruire squadre per quelle categorie”.
Le aspettative del primo anno – “Arrivai con l’obiettivo di fare un campionato onesto e di mantenere la categoria, la Serie B, anche perché non era tanto che il Siena ci era arrivato. Per cui non c’erano obiettivi di categorie superiori, poi, come è noto, le ambizioni durante il campionato si costruiscono strada facendo”.
L’avvio di stagione 2001/02 – “Avemmo una partenza un po’ col freno a mano tirato e la tifoseria, giustamente, non era soddisfatta dei risultati. Subimmo le prime contestazioni che però mi aiutarono, perché rafforzarono la mia corazza, cosa che mi è servita negli anni successivi. Fu un inizio traumatico, ma che mi fortificò, anche se poi arrivò l’esonero”.
Ritorno immediato – “Mi ricordo bene quando Nelso mi richiamò dopo avermi mandato via, forse sperando che io declinassi la proposta. Ero da solo a passeggio con i cani, e probabilmente se fossi stato in compagnia avrei detto di no. Mancavano 13 partite, il Siena era ultimo in classifica e la situazione era complicata. Ma dentro avevo orgoglio: volevo dimostrare che ciò in cui credevo era giusto. Si innescò una rabbia positiva e, viste le condizioni di carta bianca che mi furono date, decisi di tornare. Tra l’altro a gennaio erano stati fatti acquisti che ritenevo validi, anche sulla base di ciò che avevo indicato. Dissi sì e il finale fortunatamente lo conosciamo e ricordiamo con piacere tutti per cui non posso che essere soddisfatto di quella che fu la mia scelta”.
La salvezza – “Arrivò in maniera stra meritata, perché vincemmo su campi difficilissimi, come Palermo e Como, e ottenemmo risultati importanti anche in casa. La squadra giocava bene, lottava su tutti i palloni e si era creata una sintonia eccezionale con la città: quando giocavamo era davvero una festa”.
De Luca e la “Lucida Follia” – “Fu un veggente, perché tutti, compreso me, scherzavamo, ma lui era convinto che saremmo andati in Serie A. Quelle parole ci diedero uno sprint importante. Fu un campionato irripetibile: arrivammo primi davanti alla Sampdoria, nonostante anche il processo Martinelli si intromise puntualmente come per volerci destabilizzare. Invece ci caricò ancora di più”
La vittoria con la Samp e la svolta di Verona – “Con la Samp fu una partita straordinaria decisa in nove contro undici dal gol di Tiribocchi. Ricordo che ci buttarono fuori Cavallo e Pinga, e che, nonostante questo, riuscimmo comunque ad ottenere il successo. Il momento in cui capimmo di poter vincere la B fu la vittoria a Verona per 1-0 (sempre con rete di Tiribocchi, ndr): lì ci rendemmo conto di potercela giocare con tutti”.
La festa di Genova “La vittoria del campionato sembrava programmata per la gara in casa con l’Ascoli, ma a Genova accadde qualcosa di speciale, a dimostrazione del valore e del legame che aveva quella squadra. Potevamo permetterci anche di pareggiare, ma dopo il loro vantaggio e un fallo killer su Ardito, che lo costrinse alla sostituzione, la squadra reagì con rabbia. Finì 3-1 per noi, con l’ultimo gol costruito con 24 passaggi consecutivi conclusi dall’assist a porta spalancata di Taddei per Tiribocchi: un’azione incredibile”.
Luca Cavallo – “Fu uno dei protagonisti della cavalcata, poi andando ad affrontare la Serie A fui obbligato a fare delle scelte. Indicai quindi allo staff e alla dirigenza determinati giocatori che, secondo me, potevano giocare la massima serie, scartando gli altri. Tant’è vero che tanti calciatori che qui hanno fatto la Serie C con me hanno poi giocato sia in Serie B che in Serie A, come Argilli, Mignani ed altri. In ogni caso, dover dire no a un ragazzo è uno dei momenti più complicati. Quando ero giocatore, a volte mi sono trovato con allenatori che mi dicevano le cose in faccia, a differenza di altri: magari non mi faceva piacere, però tutto sommato lo apprezzavo, perché mi dicevano ciò che altri non mi avrebbero detto. Memore di quei comportamenti, decisi di essere schietto e sincero. In ogni caso, l’affetto nei confronti di questi ragazzi, sia di quelli che ci sono stati nei periodi peggiori sia di quelli dei periodi migliori, non è mai venuto meno”.
Perugia Siena, la prima storica volta in Serie A – “L’avvicinamento fu abbastanza particolare, perché mi ricordo che partirono 50 pullman da Siena. Era una partita speciale anche perché incontravo giocatori che avevo visto crescere, come Materazzi. Inoltre, si apriva per noi un campionato nuovo, con l’incognita Taddei, che veniva da un gravissimo infortunio: durante il ritiro sul Monte Amiata, a fine allenamento, facevamo chilometri in bicicletta insieme perché non poteva nemmeno appoggiare il piede a terra. In quella partita entrò sul 2-1 per loro e segnò il gol del 2-2, permettendoci di iniziare il campionato col piede giusto”.
Le stelle di quella Robur – “Chiesa lo convinsi a venire a Siena dopo aver saputo che voleva avvicinarsi a casa, essendo fiorentino, e quindi colsi subito l’occasione. Diversa fu invece l’esperienza con Roque Júnior , che era un giocatore di livello internazionale, campione del mondo con il Brasile, ma che arrivò da ormai ex calciatore e purtroppo non riuscì ad aiutarci”.
Salvezza complicata – “Non fu una salvezza semplice, perché ricordo benissimo che alla terz’ultima perdemmo in casa con il Brescia 1-0 su punizione da 40 metri e la situazione si complicò molto. Dovevamo poi andare a giocare a Modena, uno scontro diretto per la salvezza, e infine affrontare la Juventus. Avevamo praticamente un piede in Serie B, ma i ragazzi fecero un capolavoro, vincendo 3-1 in casa degli emiliani. Fu lì che costruimmo la salvezza, perché l’ultima partita non fu più decisiva”.
L’esperienza con Vasco Rossi – “Durante il ritiro ci fu un episodio curioso: incontrammo Vasco Rossi e decidemmo di gli regalargli una maglia di Ardito, che lui apprezzò molto. Il giorno dopo, prima di una riunione, mancavano alcuni giocatori: scesi a cercarli e li trovai mentre piangevano ascoltando le prove del cantante. Chiaramente dentro di me li infamai, poi per fortuna andò tutto bene (ride, ndr)”.
Il rapporto con i giocatori – “Chi imparava a conoscermi mi seguiva, chi invece non lo faceva poteva avere la percezione di me come un mister duro. Anche per questo ho avuto giocatori che si sarebbero buttati nel fuoco, e altri con cui era più difficile entrare in sintonia. L’allenatore deve dire la verità e assumersi le responsabilità: deve avere i peli sul cuore, altrimenti non può fare questo mestiere”.
L’aneddoto post Salerno “A proposito del mio carattere particolare, una volta, tornando da Salerno, dopo aver perso 1-0 la prima delle 13 partite che poi ci avrebbero portato alla salvezza, mi ricordo che dissi al mio collaboratore, Di Vincenzo, che la mattina seguente alle 8 avremmo fatto allenamento. Non era una punizione, ma siccome ci stavamo giocando la salvezza bisognava mettere in campo tutto quello che avevamo a disposizione. Così lo mandai a giro ì sul pullman a comunicare la decisione e ci furono 4-5 ragazzi che gli risposero di avere impegni con la moglie, che dovevano andare di qui e di là. Senza girarmi, gli dissi: “Ascolta, a quelli lì digli di non venire né domani mattina né domani l’altro, di non venire più al campo: non mi interessa. Chi c’è, c’è, chi non c’è, non c’è”. Lì chiaramente non ti fai degli amici. In ogni caso, la mattina dopo alle 8 c’erano tutti: non mancava nessuno”.
Le urla di Radice – “Un aneddoto, sempre rilevante al mio primo anno riguarda Radice: una mattina, post allenamento lo trovai nello spogliatoio a gridare disperato, convinto di non farcela, costringendomi a calmarlo. Dopo qualche settimana, lo sentii urlare nella stessa maniera parole opposte: ‘ce la facciamo mister, ce la facciamo!’. Questo racconta bene il passaggio dalla sfiducia all’entusiasmo che si creò in quel gruppo”.
L’addio al Siena – “Avevo ancora un anno di contratto e sarei potuto rimanere, ma scelsi io di andare via, perché sentivo di aver dato tutto e che fosse giusto cambiare. Anche il pubblico, secondo me, aveva bisogno di vedere una faccia nuova”.
Dopo la Robur, la Lazio – “Avevo diverse proposte, ma inizialmente decisi di fermarmi. Poi arrivò la chiamata della Lazio a dicembre dal direttore Perinetti: la prima partita fu il derby vinto 3-1 contro la Roma, poi vincemmo anche a Firenze. Ci furono alcune questioni contrattuali all’inizio, ma poi la situazione, grazie al non delicato intervento di Lotito, si sistemò”.
L’ultima panchina e la decisione di smettere – “L’ultima esperienza fu a Torino con Cairo, poi decisi di smettere, anche se avevo ancora proposte importanti, tra cui quella di diventare commissario tecnico dell’Albania. Alla fine scelsi di fermarmi, ma mi restano tanti ricordi bellissimi”.
Il legame con il calcio moderno – “Seguo la Serie A, la Serie B e anche la Serie C, e mi auguro di poter seguire quanto prima anche il Siena a quei livelli”.
Mi richiamasse il Siena? – “Verrei volentieri per stare nuovamente tutti insieme (ride, ndr). Ormai mi sento uno di voi: qui ho pianto, sorriso, gioito, ho vissuto di tutto. È stato davvero bello. Certo, soddisfazioni le ho avute anche in altri posti, ma le emozioni che ho provato a Siena non sono paragonabili: qui siamo andati in paradiso, siamo scesi all’inferno, e poi siamo risaliti, per poi stabilizzarci sempre lassù. È stata una vera e propria favola vissuta in carne e ossa. Detto questo ci tengo a ringraziarvi per questa splendida serata e a farvi i complimenti: vedervi ancora uniti, come una volta, significa che dentro di voi ci sono dei valori che difficilmente potranno disperdersi, a prescindere dalla categoria e da quello che succederà”.
Boscagli Niccolò
Fonte: Fol
