Protagonista della 30ª puntata di Al Club con la Robur, assieme a Mirko Romagnoli, l’ex difensore bianconero Aniello Panariello. Per lui due stagioni con la maglia della Robur e 47 presenze complessive, comprese le quattro nella cavalcata playoff che portò il Siena a giocarsi la Serie B nella finale di Pescara, poi persa 3-1 contro il Cosenza. Il difensore originario di Torre del Greco, oggi in forza al Campiglia in Prima Categoria, ha ripercorso la sua esperienza in bianconero tra aneddoti, ricordi e riflessioni sul calcio di oggi. Di seguito i passaggi più interessanti della puntata.
Il legame con la Robur – “Chi passa dal Siena non può che rimanere tifoso e legato alle persone, soprattutto quando vivi ricordi così belli. Se fai delle annate importanti e costruisci un rapporto con i tifosi, poi resti inevitabilmente legato alla città e a quello che hai vissuto. Inoltre vivendo in zona abbiamo sentito ancora di più questa esperienza e me la porterò sempre dentro”.
Giocare nel Siena – “Ho sempre sognato e sperato di giocare qui. Spesso mi fermavo a vedere gli allenamenti al Franchi anche perché ho un debole per gli stadi dentro le città, quelli dove le persone vivono il campo come fosse parte della loro quotidianità. Credo che ci sia un fascino particolare sia per i giocatori che per i tifosi”.
Panariello oggi – “Ho provato a staccarmi dal calcio per un anno ma non ci sono riuscito. Volevo chiudere il mio percorso tornando a giocare con gli amici del campetto con cui stavo quando arrivai a Colle nei primi anni Duemila. Grazie a un grande amico mi sono avvicinato al Campiglia dove, in una società piccola e di categoria modesta, ho riscoperto i veri valori del calcio, perché si gioca soltanto per passione. È un calcio pulito non contaminato dai troppi interessi economici che girano intorno a questo mondo. Fortunatamente quest’anno siamo riusciti anche a salvare la categoria conquistata l’anno scorso”.
L’esperienza da allenatore-giocatore – “È stata una bella sfida, perché ho dovuto imparare a impostare gli allenamenti, trasmettere un’idea di gioco e crearne una mia. Facendo questo ho anche capito tante scelte degli allenatori avuti in passato, anche nei miei confronti. Da giocatore pensi soprattutto a te stesso, mentre quando alleni devi ragionare su trenta persone diverse, capire perché uno si allena in un certo modo o vive determinate situazioni. Cambia completamente la prospettiva”.
Il Siena quest’anno – “L’ho seguito meno dal vivo, anche se chiaramente ho sempre controllato i risultati. Chi gioca in provincia tende comunque a seguire il Siena perché, facendo un discorso più generale, rispetto ad altre province toscane siamo un po’ indietro. Ora che anche il Poggibonsi è retrocesso, a parte Siena e Pianese non vedo realtà che possano sostenere neanche la Serie D. Per questo ci si aggrappa alla Robur, che però ancora non riesce a tornare quella di un tempo”.
La mancanza di strutture – “Mi dispiace molto per il Poggibonsi, perché è un’altra dimostrazione di quanto dicevo, ovvero che la nostra provincia è calcisticamente molto indietro, soprattutto a livello di strutture. Se penso al Tau vedo una programmazione incredibile, un grande settore giovanile e impianti ultramoderni. In Versilia ci sono tante società sane che faranno bene, il Gavorrano ha strutture importanti, senza parlare della forza economica di Prato e Grosseto. Credo servano programmi a medio-lungo termine che, a differenza della Pianese, nel senese ancora non vedo”.
Voria – “Il mio ricordo di lui è legato a un aneddoto dopo Siena-Reggiana, quando i loro tifosi entrarono in campo rincorrendoci. Una volta rientrati nel tunnel gli dissi che Michel Cruciani era rimasto fuori con le stampelle e lui senza pensarci partì di corsa per riportarlo dentro. Questo, pur senza conoscerlo bene, mi fece capire il tipo di persona che è. Credo sia un grande motivatore e una guida importante. I risultati parlano per lui, perché da quando c’è lui il Siena è cresciuto tantissimo, quindi evidentemente ha dato qualcosa che prima mancava”.
L’arrivo a Siena – “Venivo dall’Arezzo quando il capitano di allora consigliò il mio acquisto a Vaira. Ci trovammo subito d’accordo ma, non sapendo se la Durio sarebbe diventata presidente oppure no, la firma slittò un po’. Poi arrivò il contratto e iniziammo la stagione con un allenatore (Giovanni Colella, ndr) che era una bravissima persona, con un gran rapporto con tutti e l’idea innovativa di allenarsi alle 11:30 del mattino. Per me era una cosa bellissima, per altri magari l’occasione di fare altro. I risultati non arrivarono e si passò a Scazzola. Dopo il gol preso con la Viterbese pensavo sinceramente ai play-out e alla retrocessione, poi invece la giocata di Stankevicius da rimessa laterale ci regalò la salvezza. Fu un anno tribolato nel quale giocai anche più del secondo, ma ebbi qualche problema con il mister perché spesso preferiva altri compagni. Per questo ricordo meglio il secondo anno, nel quale ho giocato meno ma ho conosciuto persone fantastiche, sono stato benissimo fuori dal campo e mi sono divertito di più”.
La famosa semifinale Catania-Siena – “Non me la dimenticherò mai. L’arrivo in pullman fu incredibile perché, pensando fossimo il Catania, ci applaudivano tutti. Poi quando uscimmo per il riscaldamento sentimmo 28mila persone fischiarci e lì capisci la forza dei grandi giocatori. Marotta entrò in campo caricandosi e dandoci una forza incredibile, come a dire: ‘Tranquilli, ci penso io’. Ci tolse tutte le ansie. Facemmo una partita straordinaria e anche il post gara fu folle: prima l’arbitro espulse nel tunnel Santini e Bulevardi, poi tornammo in hotel a farsi la doccia perchè in spogliatoio ci avevano tolto luce e acqua calda. Nonostante tutto fu comunque una notte bellissima”.
La sconfitta in finale – “È stata pesantissima per il futuro di tante persone. Io l’ho sofferta tremendamente, perché continuavo a pensare: ‘Com’è possibile che l’anno scorso mi giocavo la Serie B a Pescara mentre ora sono in Serie D?’. Quella partita ci buttò davvero giù dal punto di vista emotivo”.
Il confronto con Mignani – “Ho avuto diverbi con gli allenatori in entrambi gli anni a Siena. Con Scazzola il rapporto non fu semplice, mentre con Mignani fu diverso perché, nonostante i toni, mi dimostrò che le mie parole non finirono nel vuoto. Con lui ero incaricato di entrare nell’ultimo quarto d’ora quando si vinceva: dovevo stare a terra se necessario, buttare la palla fuori dallo stadio, aiutare la squadra a portare a casa il risultato e a me andava bene. Però dopo una partita a Monza, quando tolse Sbraga perché diffidato, gli dissi che stava mandando un messaggio sbagliato e che avrebbe dovuto fidarsi di più della panchina. Lì per lì se la prese, ma poi mi fece giocare quasi tutti i playoff e l’anno dopo vidi che iniziò davvero a utilizzare tutti gli effettivi. Non grazie a me ovviamente, però sono contento che quella risposta sia arrivata. Io volevo rimanere a tutti i costi, ma i direttori devono fare delle scelte e purtroppo le nostre strade si divisero”.
Il sogno da bambino – “Quando ho iniziato a giocare tra i grandi avevo due sogni: giocare con il nome dietro la maglia e giocare nel Siena. Il primo si è avverato quando il nome è stato introdotto anche in Serie C, il secondo pure, perché il Siena che allora era in Serie A è sceso in C per me (ride, ndr)”.
La scelta di lasciare il professionismo – “Nella mia carriera ho avuto alti e bassi e ci sono stati diversi momenti nei quali ho pensato di smettere, soprattutto quando ho iniziato a studiare. Ho provato a dare tutto al calcio, ma quando ho capito che da un anno all’altro poteva finire tutto, ritrovandomi magari nei dilettanti con stipendi normali, affitto e spese da pagare, ho iniziato a costruirmi una strada alternativa. Nel 2020 è nata mia figlia e questo mi ha avvicinato ancora di più a certe priorità. Nonostante avessi ancora due anni di contratto a Lucca, dopo la retrocessione ho preso una decisione drastica e ho iniziato a fare altro. Dal 2021 lavoro e sono felicissimo della scelta fatta, perché ho capito quando era il momento di dare importanza ad altre cose. Fortunatamente ho ritrovato il calcio sotto una veste diversa, fatta di passione, sacrificio e amicizia”.
(Boscagli Niccolò)
Fonte: Fol
