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Al club con la Robur

Intervista Fol – Mangiavacchi: Per guidare una società servono amore e passione. Quando il Siena chiama cerco sempre di rispondere presente”

Protagonista della diciannovesima puntata di “Al Club con la Robur” uno dei principali artefici della cavalcata del Siena dalla Serie C alla Serie A: Claudio Mangiavacchi. Attuale presidente del San Quirico, formazione che oggi milita in Prima Categoria dopo anni trascorsi nel campionato di Promozione, è tornato a raccontare la sua esperienza in bianconero e ad analizzare il delicato momento societario che il Siena sta attraversando, senza escludere la possibilità di un ritorno. Di seguito i passaggi più significativi emersi nel corso della trasmissione.

Attualità – “Gill Voria è un uomo che ama Siena e ogni volta che è stato chiamato ha sempre risposto “presente”. Di positivo, in questo momento, ci sono soltanto i risultati: nove punti in tre partite, nemmeno Guardiola avrebbe potuto fare meglio (ride, ndr). Il problema è la società che sta vivendo un momento particolare. Detto questo la squadra è giovane e i ragazzi sicuramente avevano bisogno di meno pressioni. Nel calcio succede spesso, mi è capitato anche a livello dilettantistico con il San Quirico. Un anno eravamo ultimi, ingaggiai un allenatore che disse ai più bravi di giocare totalmente liberi, e così vincemmo il campionato. In ogni caso, la scelta di Voria ha funzionato, almeno nei risultati, anche se devo dire che vedere il Siena giocare in certi campi mi dispiace molto”.

L’amore per il calcio – “La mia famiglia guida il San Quirico da 67 anni. Non so quante presidenze così longeve esistano in Italia. Io e mio padre siamo sempre stati innamorati del calcio: per noi è sempre stata come una droga. Parlavamo prima con Lorenzo (Mulinacci, ndr) che in una società ci devono essere passione e amore altrimenti, se si pensa solo ai soldi, non si va lontano”.

Gli anni della Serie A – “Ricordo tanti momenti splendidi, anche perché avevamo uno squadrone. Il Siena 2005/2006, se giocasse oggi, potrebbe ambire tranquillamente alle coppe europee. Il livello generale era più alto e noi avevamo una squadra fortissima. E poi Perinetti era abilissimo nei rapporti con le altre società: calmo, elegante, invitava a cena i colleghi, costruiva relazioni solide. Era un grande direttore sportivo. Arrivò dopo l’addio di Nelso Ricci, legato alla vicenda del mancato rinnovo di Taddei, perso a parametro zero. De Luca non fu soddisfatto della gestione e decise di cambiare. In quel momento il Siena rimase senza direttore sportivo. C’era da tesserare Falsini e andai personalmente a Firenze, ma chiaramente per la Serie A serviva un profilo di alto livello. Moggi ci consigliò Perinetti e così scegliemmo lui”.

Lavorare in sintonia – “Quando Giorgio decise di prendere Maccarone dal Middlesbrough, De Luca era già malato e andai io a firmare. Mi disse al telefono: “Dimostratemi che è un giocatore”. Rispondemmo scherzando che fosse stato per quello non conosceva un giocatore e che Big Mac veniva dalla Premier League e per lui parlavano i fatti. Questo per dire che era un ambiente coeso, si lavorava con serenità per il bene della società. I risultati arrivavano non solo per la qualità della squadra, ma per la solidità del club. Osti lavorava 14 ore al giorno, Giorgio era instancabile, così come tutti gli impiegati”.

L’ingresso nel Siena nel ‘99 – “Fu Piccini a chiamare mio padre, chiedendogli la disponibilità a entrare in società. Nacque così il famoso 40-40-20: il 20% a quattro soci senesi — tra cui mio padre, Salvietti, Pianigiani e Verdiani — un altro 40% a Ponte e il 40% a Pastorello. Purtroppo, dopo pochissimo tempo, mio padre ci lasciò e subentrai io. Quell’impostazione societaria consentiva a noi senesi di avere un peso determinante nelle decisioni, perché gli altri soci, senza il nostro appoggio, non avrebbero raggiunto la maggioranza. Con l’arrivo della Serie B, però, quell’assetto si sciolse. Molti uscirono, io rimasi. Nonostante qualcuno mi desse del “bischero”, ero innamorato del Siena. E poi lo dovevo a mio padre, che aveva iniziato quel percorso e non era riuscito a vedere neppure la vittoria del campionato. Sapendo quanto ci teneva non mi sembrava giusto lasciare, e così ho vissuto gli anni più belli della storia del Siena”

Il ritorno – “Nel 2022 fui richiamato e accettai con entusiasmo. Iniziai a lavorare con Salvini, ma la situazione era più complessa di quanto sembrasse. Come è andata a finire lo sappiamo tutti per cui non aggiungo altro”.

Il figlio Lapo – “È da tre anni che si trova a Genova, prima con la Sampdoria e poi, ora, con il Genoa. Lo sento spesso, anche se lo vedo poco, perché si allenano tutti i giorni. Anche lui soffrì molto quando fu costretto a lasciare la Robur per il fallimento: quell’anno c’era un gruppo eccezionale e una squadra forte, con un mister (Pagliuca, ndr) che nonostante le sue particolarità, era più che competente”.

Voria – “Gill vuole bene al Siena dal 1999, da quando arrivò come calciatore. Si allenava sempre con serietà e credeva in ciò che faceva. Oggi serve amore, non solo risorse economiche. Il gruppo viene prima di tutto, ma deve esserci una società solida alle spalle”.

Un possibile ritorno – “Per quello che posso fare, quando il Siena chiama, cerco sempre di essere disponibile. Oggi però la situazione è complicata. Non conosco la proprietà e non so con chi poter parlare. Non parlando inglese sarebbe anche difficile impostare un dialogo. Io non comprerei mai una società in Svezia gestendola da Siena. In passato Farina mi cercò durante una partita, per capire se fossi interessato a mettere in piedi un dialogo, ma non funzionano così le cose. Servono rapporti e chiarezza, e tra le altre cose, non c’è più nemmeno lui“.

La proprietà attuale – “Vedo comportamenti anomali. Una società non può essere guidata da una sola persona. Se si ammala, chi decide? Ci sono rapporti con tifosi e istituzioni? Non mi sembra. A me personalmente infastidisce questo tipo di atteggiamento perché sono convinto che Siena meriti altro. Detto questo non so se possano esserci persone interessate al Siena. Anche l’acquirente maltese mi sembra abbia fatto parecchi giri di parole senza però concludere niente”.

“Il Siena sono i tifosi” – “Questa situazione rischia di allontanare la gente. Chi farà l’abbonamento il prossimo anno? Siena non è solo calcio, ma il calcio è parte della città e purtroppo non abbiamo mai trovato un proprietario che amasse Siena a trecentosessanta gradi e che dialogasse con i tifosi. Senza di loro non si va da nessuna parte, questo è il dramma. Per cui credo che il problema principale sia societario: senza una struttura solida non si costruisce nulla”.

Una proprietà locale – “Innanzitutto servirebbe un’apertura da parte loro a cedere anche solo una parte della società. Poi ovviamente bisognerebbe capire come muoversi, anche se in questo momento acquistare una minoranza è molto complicato. Ci sono tanti meccanismi dietro e bisogna fidarsi. Detto ciò io vivo in Valdorcia e posso assicurare che di imprenditori importanti ce ne sono. Bisogna però cercarli e coinvolgerli”.

Il ruolo delle istituzioni – “Il Siena è una società privata e le istituzioni non possono imporre nulla. Se però la proprietà dichiarasse la volontà di vendere, si potrebbe aprire un tavolo e chiedere un supporto per individuare possibili soluzioni. Il dialogo, però, deve necessariamente partire dalla proprietà: senza questo passaggio, ogni discorso resta fermo. Il problema è che, ad oggi, almeno a livello societario, il Siena è Conte. E in queste condizioni immaginare sviluppi diversi diventa complicato”.

(Niccolò Boscagli)

Fonte: Fol