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Intervista Fol – Guberti: “Se il Siena avrà bisogno, io ci sarò”

Domenica scorsa volevo venire allo stadio, però mi fa sempre un po’ strano. Vorrei che l’attenzione si concentrasse sul presente. Se tornerò davvero, spero di farlo in un’altra veste. Se un domani il Siena avrà bisogno di un allenatore, io mi metterò a disposizione”. A parlare è Stefano Guberti, che si è raccontato in una lunga intervista nel corso dell’ultima puntata di “Al Club con la Robur”.

Inizi – “Abitavo in un piccolo paese, giocavo a calcio tutto il giorno in strada. Cominciai con la pallamano, ci andavo con degli amici e i miei genitori pensavano che il calcio sviluppasse solo le gambe. Ho iniziato a giocare in una squadra di calcio a quasi 15 anni. Oggi i ragazzi quante ore passano a giocare a calcio? Due ore al giorno per quattro giorni? Io otto ore le facevo quasi in un giorno solo. Infatti spero che le scuole riescano ad accompagnare lo studio con attività di sviluppo generale del corpo”.

La scala del calcio – “Ho esordito in Terza Categoria, poi ho vinto la Prima Categoria e sono salito in Promozione. Da lì alla Primavera della Torres, poi D, C e il salto diretto in A, ad Ascoli. Non ero sicuramente pronto; ero “grezzo”, ho avuto tante difficoltà. Anche passare da guadagnare mille euro a guadagnarne tanti di più mi ha fatto un po’ perdere la visione di tutto”.

Bari – “Conte mi ha acceso la lampadina. Ti abitua a tenere uno standard fisico-mentale elevatissimo, e quindi porti il tuo corpo all’estremo. Ci sono calciatori che svoltano, altri che magari non lo sopportano perché è davvero pressante. A quel tempo c’erano squadre più forti di noi, Empoli, Parma… ma con la voglia, il sacrificio, la corsa e l’organizzazione abbiamo vinto il campionato”.

Roma – “Fu come passare un’altra volta dalla C alla A, non ero pronto. Mi avete conosciuto, un po’ ero bravo con i piedi e a dribblare. I primi due mesi facevo fatica a ricevere la palla perché il mio cervello non era abituato a quella velocità di gioco. A Roma era un dramma anche fare la spesa. Io ero uno dei meno conosciuti, assieme a Cerci, ma quando uscivo foto, autografi… tutto all’ennesima potenza”.

Genova – “Lascio Roma perché giocavo poco, c’erano giocatori molto più forti di me. La Samp è stata anche la mia fortuna, mi ha fatto svoltare, sono riuscito un po’ ad affermarmi in A. Ogni tanto mio figlio più grande, che ha 13 anni e non mi ha mai visto giocare a quei livelli, smanettando nel cellulare rivede quei gol e mi dice: ma l’hai fatti davvero tu?”.

Torino – “Sono uno testardo. Quando siamo retrocessi con la Samp, nella mia testa era scattato il pensiero che se avessi voluto giocare in Serie A dovevo riuscire a meritarmelo, vincendo il campionato di Serie B. Nonostante avessi delle richieste, scelsi il Torino per questo motivo. Mi sono infortunato, però il campionato l’abbiamo vinto”.

La squalifica – “Ci sono voluti due anni e mezzo per la mia assoluzione da parte del Tribunale Penale. Da lì, di conseguenza, mi hanno assolto pure a livello sportivo. Ero arrivato ad un bivio: o non giocare più e fare causa, o giocare e lasciar perdere. Non ho truccato partite, ma ho fatto degli errori, ho sottovalutato certe situazioni. Nel calcio funziona un po’ al contrario: se qualcuno ti accusa, devi dimostrare che non sei colpevole. È successo a tutti di notare qualcosa di strano. Siccome la cosa non mi competeva, me ne sono altamente fregato. A quel tempo nemmeno sapevo che ci fosse l’obbligo di denunciare. Sono contento però che i ragazzi ora vengono istruiti meglio su questi aspetti. In quel periodo la gente pensava che fossi il mostro di chissà cosa, nel mio paesino di 3mila abitanti tutti mi guardavano in maniera storta”.

Siena – “La squadra era quadrata, ma non pensavo potesse fare quello che ha fatto al primo anno. Oltre alla finale playoff, a me è dispiaciuto il finale di campionato che potevamo forse portarlo in porto. Ricordo la partita ad Arezzo, segnò Cutolo e lì fu un momento decisivo. A Pescara ero mezzo infortunato però mi sono pentito, avrei preferito strapparmi. Alla fine quando sono entrato avevo fastidio, avevo fatto una puntura, però a ripensarci ora… ero convinto che Emmausso ci facesse vincere la partita, non so perché avevo questa sensazione. Ho detto: meglio che giochi lui che sta bene, e magari io entro in corsa se c’è bisogno”.

Il fallimento della Robur Siena – “Eravamo in attesa di un passaggio di proprietà, doveva essere una formalità. Dispiace per come sia finita. Sarò impopolare, però alcune cose positive la Durio secondo me le ha fatte. Doveva trovare una soluzione per vendere prima o per iscrivere comunque la squadra al campionato, quello è indubbio, però mi è piaciuta molto meno la gestione che c’è stata dopo… certe cose sembravano barzellette”.

Montanari – “Per tre volte sono arrivato ad urlargli contro. Prendeva in giro, prometteva mari e monti. Preferisco quelli che dicono: io non ho soldi. Almeno uno lo sa e si adegua. Vaira qua è stato criticato, sicuramente avrà sbagliato tante cose, però quando stava trattando con me fu sincero. Mi disse: io non ho budget, ho questo a disposizione. Se vieni posso darti questo, inutile che ti prometto altro”.

L’ultimo anno – “Non lo sapevo che sarebbe stato il mio ultimo anno. Stavo benino, quindi ancora potevo andare avanti. Mi era stato chiesto di smettere per dare una mano alla società, con la prima squadra per fare da secondo a Bisoli. Poi però puntarono ad un allenatore straniero, lo incontrai due ore e mezzo in un bar. Lì ho capito che c’era qualcosa che non andava, che non tornava. Per fortuna non mi sono fidato”.

L’addio – “Fu dura, a maggior ragione con i figli accanto. Sono passate in testa tante cose in quel momento. Per fortuna sono riuscito a distrarmi con altro. Non è facile: quando sei abituato ad andare nello spogliatoio, ad allenarti, poi quella routine ti manca. In quel periodo ho dormito poco e alcune volte ho avuto dei ripensamenti”.

L’anno all’Under 17 – “Avevamo una squadra modesta, costruita in ritardo, però lavorammo bene e arrivammo a ridosso dei playoff. Spero che Voria riesca a portare avanti a lungo il progetto, per permettere di tirare fuori qualche profilo sia per la prima squadra che per incassare qualcosa. Faccio un nome: Rizzo, adesso alla Primavera della Juventus. Avevo detto mille volte di blindarlo, ma non c’era la forza quell’anno e si sono accontentati di venderlo a poco.

Perchè vivere a Siena – “Da calciatore sono stato benissimo, ma l’aspetto forse più importante è che i miei figli qui si trovano da Dio e vengono prima di qualsiasi cosa. Sto per comprare casa, quindi sarà una scelta definitiva. Mia moglie ha già cambiato residenza da un anno e mezzo, mi ha detto: io da qui non mi muovo. E si sa che decidono le donne (ride, ndr)”.

(Giuseppe Ingrosso)

Fonte: Fol