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Intervista Fol – Galloppa: “Allenare il Siena? Firmerei col sangue. C’è stata una mezza chiacchierata ma…”

“Di Siena mi vengono in mente solo ricordi belli. Sono stati gli anni migliori della mia carriera, anche a Parma ho fatto stagioni impostanti però non so, sarà il contesto, il gruppo, il fatto che ero giovane. Mi sono sentito subito parte di un tutt’uno con la squadra, la città, la gente. Grazie al Siena arrivai in Nazionale, mi convocarono al termine dell’ultimo campionato, con Giampaolo allenatore”. Così Daniele Galloppa, ospite ieri della puntata conclusiva di “Al Club con la Robur”.

Inizi – “Da piccolo giocavo a pallone in strada fino a sera, c’era un campetto davanti casa. Quelle cose lì ti facevano crescere, stavi in mezzo alla gente, ti relazionavi e forse miglioravi molto anche tecnicamente. Dal Tor de’ Cenci passai alla Roma, a nove anni, e feci tutto il percorso nel settore giovanile. Debuttai in B alla Triestina, mi servì tantissimo. Ai ragazzi dico oggi: fate meno Primavera possibile, prima vi scontrate col calcio dei grandi e prima crescete”.

Serie A – “Il passaggio al Siena fu stranissimo. Ero all’Ascoli, eravamo ultimi, un gruppo giovanissimo. Il presidente mi disse che non mi faceva giocare perché ero in prestito secco dalla Roma. Era tutto fatto per andare al Cagliari, stavo per prendere l’aereo quando Cellino si svegliò male e disse: non mandiamo più via Budel, quindi Galloppa non lo prendiamo. Per fortuna avevo già sentito Perinetti, e firmai all’ultimo con la Robur. Ci misi un po’ a rimettermi a posto dalla pubalgia, ma ci salvammo e poi iniziai a star bene fisicamente”.

Il primo gol in A – “Contro l’Empoli, lo ricordo perché poi rimasi ad esultare per dieci minuti. Segnarono anche Locatelli e Maccarone. Eravamo reduci da una vacanza assieme e nacque quell’esultanza. Beretta aveva creato una bellissima alchimia, Giampaolo lo ricordo come un allenatore molto preparato. Lo chiamai a fine stagione e mi disse che stava firmando con la Juve, poi siamo andati via io, Kharja, Zuniga e si ritrovò di nuovo al Siena senza questi giocatori.

Ex compagni – “Sento spesso Maccarone e Ficagna, Locatelli tra una partita di padel e un’altra, quando si fa trovare. Beretta è venuto due volte da noi, mi ha fatto fare da relatore con per i suoi corsi da allenatore. Ho parlato della nostra modalità di allenamento, dell’identità di gioco, di come gestisco un gruppo,

Sfortuna – “Mi sono rotto quattro crociati in sei anni, un record. Il primo l’ho vissuto come qualcosa che può capitare, dopo il secondo e soprattutto il terzo mi si è spenta la luce. Ho fatto tanta fatica perché è coinciso con il fallimento del Parma. Andai in B perché allenava Crespo, mio ex compagno, ma avevo perso un po’ di quel fuoco dentro. Ho provato, mi sono rotto il quarto crociato e visto che la fatica era superiore alla gioia di andare in campo, ho deciso di alzare le mani e dire basta. Ho smesso a 31 anni, allenare mi ha aiutato tanto perché è stimolante.

Contatti col Siena – “Da calciatore non c’è mai stata nessuna possibilità di un ritorno. Da allenatore qualcosina c’è stato. C’è stata una mezza chiacchierata, niente di concreto. Se parlo l’inglese? A little bit (un po’, ndr). A piace proporre, mi piace che la mia squadra sia protagonista e padrona della partita. In Italia siamo sempre stati bravi a preparare la partita sugli altri, tatticamente siamo davanti a tutti, pensiamo prima alla fase difensiva e poi alla riconquista. Invece a me piace proporre, divertire, rischiare”.

Le difficoltà dei giovani italiani – “Credo che sia un problema culturale. Se in Italia vinci è un sollievo, se lo fai in Spagna è una gioia. Vivi il calcio in modo diverso. In Inghilterra puoi perdere e il pubblico di batte le mani, qui se perdi a volte non esci dallo stadio. Entri in quelle dinamiche che devi vincere per forza, che devi fare risultato subito. Tu allenatore fai fatica a scommettere su un giovane se poi sai che dopo tre partite ti cacciano. Poi c’è la questione della tattica, in Italia se ne fa troppa. Lavorerei di più sulla tecnica, la tattica non la farei proprio fino a 13-14 anni. Gli inglesi fisicamente sono più forti, ma gli spagnoli sono come noi. Solo che danno del tu al pallone. Le seconde squadre? È una strada da percorrere. Il prossimo anno ci sarà l’Inter, la Fiorentina ne stava parlando prima della morte di Barone”.

Fiorentina – “Ho un presidente che mi scrive dall’America quando finisce la partita, è ambizioso, ci tiene a vincere, mi chiede quali ragazzi possono esordire in prima squadra. Normale che un po’ di pressione la senti addosso, ma non è paragonabile con il calcio dei grandi”.

Futuro – “Vorrei riprovare a tornare con i grandi, perché sono partito da lì. Mi sono fatto un’idea chiara di come vorrei vedere la mia squadra, ho un po’ più di esperienza, sono sette anni che alleno. Il ruolo di allenatore ti dà tanto ma ti toglie anche tanto. Se giochi, finisce l’allenamento e vai a casa. Se alleni non stacchi mai, è un lavoro costante che ti assorbe molto. Non è facile ma è stimolante. Allenare il Siena in futuro? Sarebbe una bella storia, sarebbe bello. Se uno mi dice di riportare il Siena dov’era, firmo adesso col sangue. Però è chiaro che ci vuole un progetto, ci vuole qualcosa di solido dietro”.

(Giuseppe Ingrosso)

Fonte: Fol