“Mi auguro che la Robur possa tornare in altre categorie. In Serie C ho visto realtà molto più piccole e con una tradizione non paragonabile a quella del Siena: bisogna trovare la quadra, la città merita di rivivere sportivamente”. A parlare è Luca Crescenzi, che si è raccontato a 360 gradi durante l’ultima puntata di “Al Club con la Robur”. L’ex difensore bianconero, che quest’estate ha appeso le scarpette al chiodo, è rimasto talmente legato a Siena da volerci mettere radici: “È un posto che porto nel cuore e sarebbe mia intenzione cercare di stabilirmi qua. Il progetto è quello, speriamo di riuscirci”. Nel corso della trasmissione, poi, sono stati tanti i temi affrontati, dalla sua carriera fino alle due parentesi in bianconero:
Gli inizi alla Lazio – “Ero molto contento perché giocare alla Lazio era il mio sogno. In Primavera ero il capitano e riportammo per la prima volta la squadra in finale scudetto, che però dovetti saltare per una febbre a 40. È stato un bel percorso, perché era la squadra del mio cuore e avevo tante aspettative. Era il momento in cui sognavi, e anche quello in cui forse capisci meno dove sarai da grande. Perché sei immerso nei sogni e dai per scontate tante cose”.
La panchina in Europa League – “Klose non si ricorderà la foto che ho con lui, ma io sì (ride, ndr). Sono momenti in cui non hai i piedi per terra: non ti rendi conto. C’era anche un po’ di presunzione, a posteriori è più facile dirlo. Ripenso anche all’anno del Siena: ti rendi conto solo dopo che hai fatto parte di uno spogliatoio con persone molto importanti, che hanno fatto tanto nel calcio. Al momento ti sembrava normale, pensavi che fosse giusto così”.
I primi 6 mesi in bianconero nel 2013/14 – “Ero partito bene, giocando le prime partite, ma c’era talmente tanta concorrenza che venni scavalcato nelle gerarchie. All’epoca ci rimasi male, ma giustamente gli altri avrebbero potuto dire: “Questo si lamenta pure?”. Oggi invece mi rendo conto che è stato un onore far parte di una squadra così”.
Pisa – “Fu una bella esperienza. Per me era un’annata da “o la va o la spacca”: venivo da una delusione e mi ero rimesso in gioco a livello contrattuale ed economico. Era il primo vero schiaffo che prendevo: se non mi fossi rialzato, probabilmente avrei smesso, perché la Serie C funziona così. Ho avuto la fortuna di incontrare mister Gattuso, che mi ha trasmesso una cultura del lavoro che fino ad allora non avevo. Con lui ho avuto un rapporto schietto e diretto e mi ha responsabilizzato. Poi è finita benissimo: ho fatto gol ai playoff e siamo saliti in Serie B”.
Como – “Dopo due anni e mezzo e aver vinto il campionato di Serie C da capitano ho commesso un errore, mi sono comportato in maniera non adeguata in fase di rinnovo di contratto. Purtroppo dopo è più semplice parlare dei propri errori. Sicuramente non farei parte del Como attuale, che è arrivato a un livello diverso, ma magari avrei potuto restare ancora un po’ e sarebbe stato bello per me. Anche se poi sono tornato a Siena con piacere, ma in una situazione diversa a livello societario”.
Varela – “Qui a Siena non ci siamo incrociati, perché io arrivai quando lui era già andato via. A Pisa abbiamo legato molto. È un ragazzo genuino e semplice, e anch’io mi ritengo così. Inoltre, abbiamo vissuto insieme un momento molto brutto che ho vissuto anch’io recentemente”.
Favalli – “Un altro ragazzo splendido. Lui è uno di quegli esempi per cui ti rendi conto che, anche se pensi di aver fatto bene, non bisogna mai dare per scontato niente nel calcio. Dopo le stagioni a Siena, dove era stato uno dei migliori, pensare che possa aver fatto fatica a trovare squadra fa capire quante variabili ci siano in Serie C. Un giocatore che, tra l’altro, non aveva problemi fisici e ha sempre dato tutto. Si è trovato a dover smettere, a certi livelli, non per motivi personali – come nel mio caso – ma per una scelta imposta dagli altri”.
Il mini ritiro a San Quirico – “Fummo richiamati a fare non so bene cosa. C’era mister Negro che si mise a disposizione e ci divertimmo un po’ al campo tra di noi. Ricordo che Claudio Terzi, che aveva fatto 30 partite in Serie A l’anno prima, si ritrovò a fare un ritiro punitivo a oltre 30 anni: fu bellissimo vederlo a fare rovesciate sul sintetico (ride, ndr)”.
Stagione 2022/23 – “È un grande rammarico. Avevamo tutti i tasselli giusti: un direttore empatico, che era riuscito ad unire, a legare e che sapeva parlare quando serviva. Un allenatore che ci preparava nella maniera adeguata per andare in campo. Mi avrebbe fatto piacere dare continuità rimanendo a Siena e creando uno zoccolo duro. C’era la convinzione che avremmo potuto fare qualcosa di importante, e riportare una città come Siena in Serie B dopo tutte queste vicissitudini sarebbe stato fantastico. Purtroppo è andata diversamente”.
Silvestri – “Il legame si è creato grazie al direttore Salvini. Tutti dicevano che ci saremmo scannati, invece siamo diventati amici, non solo compagni. C’era tanto affiatamento, poi sapete quello che è successo”.
Lo sciopero – “Non ci si allenò nel modo consueto per solidarietà con lo staff sanitario che non veniva pagato, tante persone che lavorano nell’ombra ma che poi sono fondamentali per creare quell’empatia e quel gruppo di cui tanto ci si riempie la bocca. Volevamo dare un segnale perché volevamo bene alle persone che lavoravano per noi. Ma uno spogliatoio è composto da 25-30 persone: non tutti seguono la stessa linea. Qualcuno ci vede un’opportunità per se stesso, e diventa difficile portare avanti un’idea unica”.
Marsiglietti – “È stato fondamentale nei momenti difficili, in modo particolare quando venivano meno gli stimoli. Ci ha seguito anche fuori dal campo quando in campo non si poteva lavorare in una certa maniera, pur sapendo come sarebbe andata a finire”.
Le mancate convocazioni – “Mi ricordo che dalla trasferta di Reggio Emilia restammo fuori io, Silvestri e Bianchi. Ogni settimana cambiava, sembrava la nomination del Grande Fratello. Dopo che il direttore Salvini non fu più presente non si sapeva nulla: l’allenatore diceva che non era scelta sua, il direttore che non era scelta sua, il presidente che non era scelta sua. A posteriori, sembrava un tentativo di fare un po’ di “pulizia”, forse per togliersi qualche contratto. Se una squadra va bene, fare fuori due centrali che non avevano saltato un minuto fino a quel momento era strano, certamente non faceva parte di un percorso di meritocrazia. A noi non restava che fare il massimo a prescindere da quello che succedeva quotidianamente”.
La separazione dalla Robur – “Andai a Padova, ma non fu immediato: avevo ancora un anno di contratto, e finché non arrivava lo svincolo ero formalmente tesserato. Ho dovuto fare delle rinunce a livello personale. Qualcuno ha potuto aspettare, io no. In quel momento era la scelta giusta da fare e la rifarei”.
L’addio al calcio – “L’ultimo anno e mezzo è stato un po’ problematico a livello personale. Ho dovuto affrontare la perdita di mia madre, che mi ha segnato perché è stata una cosa inaspettata e io mi appoggiavo molto a lei. Poi ci sono stati dei cambiamenti, ho subìto un infortunio e ho fatto male nelle 4-5 partite in cui ero rientrato. Dovevo andare in ritiro ma non sentivo più la voglia di competere. Potevo continuare a prendere lo stipendio, come fanno in tanti, scendendo piano piano di categoria. Ma volevo evitare tutto questo”.
Il futuro – “Devo mettermi in gioco come persona. Ora la vita è una novità: prima le giornate erano preimpostate, adesso devo imparare a riempirle diversamente. Voglio imparare qualcosa di nuovo, quello è il proposito”.
L’attività da imprenditore – “Nel mio ultimo anno a Siena avevo iniziato a girare le zone limitrofe, grazie al dottor Saro Catanese che ci portava a cena ad Asciano, così ho iniziato a conoscere zone che non avevo mai visto. La Val d’Orcia è forse quella più nota, ma io mi sono innamorato delle Crete: un paesaggio autentico, unico, che mi ha affascinato. Ho iniziato a cercare e nel mio piccolo sto provando a sviluppare dei progetti con delle case vacanza all’interno di alcuni poderi, riportati in vita in maniera diversa. Riceviamo persone da tutto il mondo, e questo fa capire che la bellezza di questi posti è riconosciuta ovunque”.
Un ritorno nel calcio – “Al momento non sto facendo progetti. All’inizio, vivere senza la pressione del calcio è quasi liberatorio: mangi cosa vuoi, fai serenamente ciò che avevi sempre fatto con più pensiero. Ora che ho 33 anni vorrei sviluppare nuove cose e impararne altre, visto che non ho mai sperimentato molto avendo dedicato la vita al calcio. Dovrò cercare di riempire la mia giornata e capire col tempo per cosa sono portato”.
Fonte: Fol
