Protagonista della ventunesima puntata di “Al Club con la Robur” uno degli allenatori più amati dai tifosi bianconeri negli anni del professionismo: Mario Beretta. Il tecnico milanese, che sulla panchina della Robur ha collezionato 106 presenze con 35 vittorie e 40 pareggi, ha ripercorso i momenti più significativi della sua esperienza a Siena tra ricordi personali e aneddoti di campo. Di seguito i passaggi più interessanti della sua lunga chiacchierata.
Siena, un posto speciale – “Siena è Siena, c’è poco da dire. Forse è la piazza a cui sono più legato, senza nulla togliere alle altre. Ce ne sono un paio a cui sono particolarmente affezionato e una è sicuramente Siena: per le amicizie, per il vissuto, per i risultati e per tanti motivi che mi sono rimasti nel cuore. Mi capita di tornare più di una volta all’anno, sempre molto volentieri, anche a prescindere dal calcio. Mia moglie e i miei figli sono molto legati a Siena; è davvero un pezzo di vita molto importante per noi”.
Il primo contatto – “Ogni volta che vengo a Siena, passando dall’uscita di Colle Valdelsa, mi ricordo la prima volta che arrivai per mettermi d’accordo con la società. Arrivavo da Parma e avevo l’accordo con Perinetti. Mi aspettava Luciano Tarantino all’uscita di Colle Valdelsa Nord. Ogni volta che passo di lì penso: ‘qui è cominciata la mia avventura a Siena”. Mi prelevò, mi portò e poi andai piano piano a conoscere il presidente De Luca e tutte le persone della società. Quello fu il primo impatto. In realtà ero già stato qua a giocare quando ancora non c’erano le tribune, ma c’era il prato”.
Beretta dentro e fuori dal campo – “L’altro giorno ero a Cagliari con un allenatore del settore giovanile, che era stato anche il secondo di Max Canzi alla Primavera. Mi diceva che, facendo un paragone tra gli allenatori avuti da giocatore e da tecnico, io ero una persona dura nel senso positivo del termine. Questo mi ha fatto riflettere: probabilmente in campo ero molto esigente, forse anche troppo. Fuori però credo di aver mantenuto un buon rapporto con i giocatori, una relazione che è migliorata nel tempo. All’inizio ero più rigido anche fuori dal campo, poi con le esperienze, sia positive che negative, si cambia e si impara a relazionarsi meglio”.
Nostalgia da mister – “Mi manca la settimana, non la partita. Quando vedo gli allenatori trasfigurati dopo una gara penso: ‘ma io ero così?’. Meglio lasciar perdere. Un allenatore però lo rimane sempre. Mi manca il rapporto settimanale, l’allenamento, il contatto con i giocatori, ma anche con lo staff e con tutte le persone che ruotano attorno alla squadra. La partita invece alla fine mi pesava parecchio”.
Siena Milan 3-4 (2006/07) – “Ricordo che ho giocato contro Ronaldo e i miei figli mi chiedono ancora oggi come mai non gli abbia chiesto la maglia. La cosa curiosa è che le mie squadre hanno battuto quasi tutte le grandi, tranne il Milan, forse per un segno del destino. Oltretutto in quella partita prendemmo gol all’ultimo minuto per un’autorete dopo aver recuperato due volte lo svantaggio. La settimana successiva andammo a Messina e prendemmo gol al 93’ da Alvarez. Due sconfitte dove anche un solo punto ci avrebbe fatto molto comodo”.
La non riconferma – “Con il cambio di proprietà, dopo la scomparsa di De Luca arrivò Stronati e decisero di non tenermi nonostante avessi il contratto. Onestamente non ho mai capito il motivo. Mi richiamarono poi quando eravamo ultimi o penultimi alla dodicesima giornata. Giocammo a Udine e perdemmo 2-0. Grazie alla sosta andammo in ritiro a Pescia e piano piano ci rialzammo. Da lì iniziò una cavalcata strepitosa culminata anche con la vittoria 3-0 contro la Roma”.
L’aneddoto pre-Siena Roma 3-0 – “Giocavamo con il 4-3-1-2. Si fece male Locatelli e decisi di provare Galloppa sulla trequarti. Durante un’amichevole a Certaldo però si fece male anche lui. A quel punto ebbi un’idea: feci giocare lì Kharja, che era arrivato da poco a gennaio. Andai da Houssine e gli dissi: ‘mi prendo io la responsabilità’. Lui mi rispose tranquillamente: ‘non c’è problema mister’. Fece una partita pazzesca e da lì iniziò a giocare stabilmente trequartista, non solo a Siena ma anche a Firenze e nell’Inter. Credo che mi debba, senza dubbio, una percentuale dei soldi guadagnati (ride, ndr)”.
Siena Fiorentina 1-0: l’esultanza di Big Mac! – “Passari dal dire “ma come, tira lui?” al “Grande Massimo!” in un attimo. Quando fece gol su punizione esultammo tutti, poi quando si tolse la maglia e prese la seconda ammonizione gliene dicemmo di ogni. Ricordo che pensai: ‘se pareggiano vado dentro lo sfondo’. Per fortuna andò bene!”.
La vittoria sulla Juve e lo smacco di S. Siro – “Vincere con la Juve fu una soddisfazione enorme, soprattutto perché significava praticamente salvezza matematica dopo un’annata incredibile. A San Siro invece noi eravamo già salvi mentre l’Inter aveva preparato tutto per festeggiare lo scudetto. Vergassola disse nello spogliatoio: ‘non facciamo figure di m…’. Questo era l’obiettivo anche se poi facemmo una grande gara costringendo l’Inter a vincere lo scudetto a Parma la settimana successiva. Dopo la partita ci fu un po’ di parapiglia e la polizia scortò letteralmente me e mia moglie fuori dallo stadio. La sera dopo cena venne a casa mia addirittura la Domenica Sportiva perché ovviamente doveva essere tutto fatto per la fine del campionato ed invece non era stato così. Poi ovviamente non dico i messaggi e le mail da parte dei tifosi milanisti, dalla Fossa dei Leoni a Vecchio cuore rosso-nero e chi più ne ha più ne metta”.
Il secondo addio – “Non ho mai capito il motivo. Forse non stavo simpatico a Stronati. Mi mandò via, poi mi richiamò e poi mi mandò via di nuovo. Tra l’altro mi diede appuntamento, non so se dopo la penultima o l’ultima partita, ma non si presentò. A quel punto fu inevitabile il divorzio. In realtà, un po’ di tempo dopo mi avrebbe richiamato nuovamente, dopo aver mandato via Cosmi. Andai a parlare a Roma, sembrava tutto fatto: avevo addirittura già sentito Vergassola per chiedergli di passare il turno di Coppa perché mi sarebbe servito per fare un’altra partita. Insomma, andai con tutto l’occorrente per fermarmi, ma alla fine non se ne fece niente”.
Il cammino in coppa Italia – “Fu un percorso bellissimo. Cominciammo ad agosto battendo il Livorno 1-0, poi il Bologna con un gol pazzesco di Feddal ai supplementari e infine il Catania per 4-1, dopo essere andati sotto. Arrivammo così ai quarti con la Fiorentina. Giocammo di mercoledì sotto un diluvio universale, ma lo spicchio dei nostri tifosi era comunque pieno. Quando segnò Giacomazzi ci fu un’esplosione incredibile. Poi, dopo qualche sostituzione, loro segnarono e ci eliminarono. In ogni caso, la soddisfazione di arrivare fin lì battendo tre squadre di Serie A fu immensa”.
Stagione 13-14 – “Nel mio studio ho una foto incorniciata con tutte le firme dei giocatori di quella stagione, perché per me è stata qualcosa di meraviglioso. Fu una stagione romantica, davvero poetica. Al di là di come è finita, è stata una stagione stupenda. Se mai decidessi di scrivere un libro — anche se non ne sarei capace, magari facendomi aiutare da un ghostwriter — più di un capitolo sarebbe dedicato proprio a quell’annata. Il rigore di Ale (Rosina, ndr) a Varese non è stato facile da superare, e quando poi ho smesso di allenare dopo Latina quell’annata mi è rimasta dentro per parecchio”.
La decisione di smettere – “Le ultime due annate, tra Siena e Latina, furono, soprattutto a livello morale, abbastanza complicate. Dopo essere andato via da qua c’era stata la possibilità di trasferirmi a Cagliari in Serie A, con il presidente attuale Giulini che mi contattò, dopo che Zeman gli aveva detto di no. Anche qui sembrava fatto, ma poi lo stesso Zeman cambiò idea e non andai. Onestamente ci rimasi non benissimo, poi, convinto da Paolucci, decisi di firmare a Latina, che aveva appena perso lo spareggio per la A. Andai, portai uno staff importante, ma nonostante questo fu una scelta sbagliata, con personaggi francamente difficili da commentare, e così decisi di smettere”.
Il ritorno nel settore giovanile – “Era qualche anno che avevo l’idea di trasmettere la mia visione ai ragazzi. Così Giulini mi chiese se fossi ancora interessato a questo tipo di progetto e da lì partirono tre bellissimi anni di ricostruzione del settore giovanile a Cagliari”.
Il ritorno a Milanello – “Ogni tanto qualche errore nelle scelte onestamente l’ho fatto. Però ti chiama il Milan, ritorni a casa, mia madre che nel frattempo era rimasta sola: tutte queste cose insieme mi portarono ad accettare. Il problema fu che chi mi aveva chiamato dopo quindici giorni andò via per cui così, non trovandomi bene né con Leonardo né con Maldini, che nel frattempo erano diventati i due “capi”, terminai solo uno dei due anni di contratto”.
Il ruolo in federazione – “Inizialmente, essendo già consigliere federale AIAC, mi hanno chiamato a Coverciano per dirigere dei corsi centrali da docente. Successivamente sono diventato accademico e, infine, dal 19 dicembre, oltre a continuare a essere docente del UEFA A, sono diventato Presidente del Settore Tecnico della FIGC. Questo mi porta a occuparmi di tutti i corsi per allenatori, direttori, responsabili del settore giovanile e preparatori atletici. Abbiamo appena concluso il corso per Data Analyst e siamo l’unica federazione in Europa ad avere questo tipo di percorso. Insomma, tendenzialmente è questo ciò di cui ci occupiamo, con la volontà di rinnovare costantemente i corsi”.
Il Siena oggi – “Seguo sempre la Robur. Purtroppo, in questo momento, questa è la categoria. Salire dalla D non è facile, né tantomeno dalla C, però bisogna essere ottimisti e sperare di farcela nel più breve tempo possibile. I ricordi fanno bene, ma poi bisogna concentrarsi sull’attualità”.
Boscagli Niccolò
Fonte: Fol
