In ricordo di Paolo – Vincere la SfidA

 

Faceva della provocazione mordace, affilata e al vetriolo, la sua arma migliore. A Varriale che gli chiedeva i motivi della presenza del suo Douss in collo, rispose che d’altronde c’erano un sacco di cani anche nel giornalismo, perchè non ne poteva tenere uno in collo lui? Discutibile forse, genuino sicuramente. E quel suo modo di fare ironico, irriverente e talvolta sopra le righe, naturale evoluzione della sua dialettica verace, sporca ma corretta, se lo è voluto portare dietro fino in fondo. E, non contento di sfoderarlo con gli altri, lo usava anche con sé stesso. Al telefono, solo quattro ore prima di morire, ad un suo amico giornalista disse: “Mi cambiano gli antibiotici, domani ci sentiamo e finalmente ti rilascio un’intervista da tifoso e non da presidente”. Si illudeva solamente o era l’ennesima, purtroppo l’ultima, testimonianza del suo sorridere sempre e comunque, del suo prendere di petto le disgrazie e prendersene gioco? Mi piacerebbe vederlo così, come un Perozzi partenopeo, che come ultimo faticoso, spossante gesto, riesce a vendere il suo Siena sul filo di lana della sua vita. Altro che supercazzole al prete di turno, accorso al capezzale. La supercazzola la fece ma a noi, anzi, noi la interpretammo tale, durante i festeggiamenti per quella salvezza irriverente, conquistata più col cuore che con la classe,all’ultima giornata al Marassi, dopo un’annata che sarebbe ridicolo anche solo definire travagliata dal punto di vista sportivo e societario. “Quest’anno ci siamo salvati all’ultima giornata ma il prossimo anno vi prometto che non soffriremo più così. Anzi, cercheremo di fare una squadra per puntare alla promozione in serie A. Stateci tutti vicini.”. Supercazzola atipica: senza tarapìa tapioco, sintatticamente ineccepibile, ma contestualmente quanto di più assurdo, grottesco e surreale ci poteva essere. I più, i tutti, la intesero come una sorta di promessa elettorale mal esternata, soffice a sentirsi ma improbabile da farsi. Una classica sparata da guaglione insomma, di quelle che ti può fare l’imberbe ragazzino napoletano sulla spiaggia per sfidarti a pallone, a te e ai tuoi amici del mare, centronordici bianchicci e pigri per vocazione. E invece Paolo De Luca sfidò tutti a stare vicini. Guanto raccolto, sfida accettata, vediamo di che panni si veste stavolta, Ingegnere. Ed è stata una partita lunga una stagione, esaltante e terribile al tempo stesso, che tutti hanno vinto con le lacrime agli occhi e la voce arrocchita dalle sigarette fumate nervosamente con un occhio al cronometro, dal freddo patito sui gradoni di cemento, dalla volontà mai sopita di far sentire, con la voce, la propria presenza, anche lontano dalle lastre. L’ha vinta lui, perchè la sua lucida follia è diventata una clamorosa realtà, che nessuno s’aspettava; l’hanno vinta loro, noi, perchè gli siamo stati, pur se tra alti e bassi, lodi brillanti e critiche spietate, accanto, a lui e alla squadra, dimostrando così la veridicità dell’ineguagliabile assioma del sognare in tanti, che, al risveglio nostro, sul palcoscenico della massima serie, s’è risolto in un pianale di cazzi amari per tutti gli altri. (Jacopo Rossi)

Fonte: Fedelissimo Online