In ricordo di Paolo – Paolo De Luca, il ‘dieci’ bianconero

Avesse giocato in serie A, Paolo De Luca avrebbe indossato la maglia numero 10. Quella dei talenti, colpi di genio e personalità forti. Il numero più ambito dai ragazzini che prendono a calci un pallone più grande di loro; il numero che mai nessuno ha interpretato meglio di Diego Armando Maradona. Elegante e fin troppo misurato Roberto Baggio; algido, quasi snob, Michel Platini; robotico Pelè, ai limiti di una completezza perfetta che il ‘dieci’ non rappresenta appieno. L’ingegnere sarebbe stato un fantasista perché aveva quella componente di umanità e pazzia che un talento puro deve mostrare, insieme agli spigoli di un carattere forte e al fascino delle imperfezioni. E poi sapeva navigare controvento, o almeno a Siena ha dovuto imparare a farlo. Perché il ‘dieci’ è un salmone destinato a vivere controcorrente: da piccolo combatte con il fisico, vaso di argilla in mezzo a tanti vasi di ferro; poi lotta con i difensori e da ultimo con i suoi stessi allenatori, che ne soffrono la capacità di calamitare la sfera e attirare gli sguardi. Il fantasista ha due soli amici, che però valgono un tesoro e scatenano l’invidia: sono il pallone di cuoio e l’affetto della gente.

 

Quando mi è stato chiesto un articolo sul presidente dei sogni, ho pensato che avrei potuto scrivere qualsiasi cosa, tranne che ricordarlo in maniera banale e asettica, citandone i successi, gli errori o decantandone l’abilità manageriale. Non lo avrebbe apprezzato, lui che voleva fare il mazzo al Real Madrid e partiva da Napoli per una cena in contrada, rientrando a casa in piena notte; proprio lui che sarebbe rimasto tutto il pomeriggio a brindare con gli amici di Udine in Piazza del Campo, anziché prendere posto in tribuna; lui che aveva capito quanto un amore ricambiato, come quello dei suoi tifosi, fosse la cosa più bella della vita.

 

Paolo De Luca non aveva i piedi per terra. All’apparenza un limite, per un dirigente d’azienda o sportivo. In realtà l’esatto contrario, perché i manager più capaci sono consapevoli di quanto sia importante l’organizzazione, ma sanno bene quanto serva la scintilla, la dimensione del sogno, quell’ingrediente in più che non si compra e rende un progetto vincente. L’ingegnere non si vergognava dei sentimenti. L’ho visto commuoversi a Genova nel 2003, prima della partita più bella; ero a pochi metri da lui e, in quelle lacrime che scendevano mentre guardava i tifosi bianconeri giunti a Marassi, c’era un calcio diverso, fatto anche di passione e divertimento. Ricordo che un’altra volta – si giocava Siena-Modena, era il primo anno di serie A – dovevo presentargli alcune persone. Mi prese sottobraccio e chiese di accompagnarlo sul campo, così da utilizzare quei minuti che mancavano al fischio d’inizio per i saluti. All’uscita dello stadio, qualche ora dopo, mi invitò a raggiungere per cena la sua comitiva, perché ‘prima ero fisicamente sul campo, ma avevo la testa fra le nuvole: quando la partita si avvicina non capisco più niente’. Sorrisi, pensando a quanti dirigenti del calcio moderno si lasciassero trasportare ancora dalle emozioni.

 

I numeri dicono che Paolo De Luca è stato il più grande presidente della storia bianconera, ma ha lasciato a Siena qualcosa di molto più importante dei risultati: l’amore diffuso per la Robur; la voglia di parlare della squadra dal lunedì alla domenica, negli uffici, in strada e al bar; più in generale, la voglia di stare insieme e condividere una passione. Capita di dare del ‘tu’ a interlocutori tanto distanti; l’ingegnere meritava il ‘lei’, ma era così vicino alla sua gente. Quando lo è diventato troppo, hanno provato ad imbrigliarlo tatticamente, come capita a tutti i ‘dieci’. Un po’ ha resistito, ma alla fine ha dovuto alzare bandiera bianca. E visto che i fantasisti non sono nati per scaldare la panchina, il presidente dei presidenti, quello che comanda per davvero, ha deciso che si accomodasse in tribuna a vedere le partite dall’alto. Gli occhi della tigre per la battaglia finale e l’ultimo assist per la sua Robur, poi si è tolto la maglia ed è uscito dal campo. La numero 10 sarà per sempre sua. (Tommaso Refini da Il Fedelissimo del 27 marzo 2011)

Fonte: Fedelissimo Online