IL RUMORE DEL SILENZIO

Il nuovo numero de Il Fedelissimo è online e tutti i nostri lettori possono leggerlo, in anticipo, sul cartaceo che sarà distribuito domenica.

Segnaliamo e proponiamo un articolo di Tommaso Refini, un giornalista senese che lavora lontano dalla nostra città ma che ha mantenuto forte il legame con Siena e la Robur.

 

La Robur sta vivendo un momento difficile, certamente il più delicato nei sette campionati di massima serie. Poche settimane fa si discuteva ancora di tattica e sistemi di gioco, di numeri e classifica; con la vicenda Beretta (penalizzante per il tecnico lombardo, per Baroni, per la squadra e per l’immagine del Club) la situazione è precipitata e l’obiettivo si è spostato dal campo alla scrivania.

 

Nell’ambiente ho conosciuto realtà malandate e situazioni esplosive, amori mai sbocciati e titoli di coda su storie bellissime. Nel calcio è pane quotidiano; per questo non mi ha colpito tanto la Robur su un letto di ospedale, quanto da senese il vuoto delle sedie in sala d’aspetto.

Mi sbaglierò ma – tifosi a parte – nell’anticamera ho sentito troppo silenzio. Mi aspettavo voci di incoraggiamento, testimonianze di affetto, perché un paziente ha bisogno di bravi dottori e medicine efficaci, ma anche di calore. Peraltro il Siena ha un febbrone da cavallo ma non un male incurabile, dunque il silenzio fa ancora più rumore, insieme alla sospetta prematura rassegnazione di chi, da tempo, non sembrava attendere che tale epilogo. Una sensazione fastidiosa, che per una volta mi spinge a spostare l’obiettivo dalle vicende del campo a noi senesi.

 

Il silenzio che ho sentito mi conferma quanto ho sempre temuto vivendo Piazza del Campo da lontano, con maggiore difficoltà nel mettere a fuoco i particolari, ma con una visione d’insieme forse più nitida: una parte di Siena, seduta in giacca e cravatta su poltrone comode e importanti, non ha mai compreso il valore reale – non solo emotivo – di una serie A.

Avendo la fortuna di viaggiare, ho apprezzato in Italia e all’estero realtà che hanno saputo fare del calcio uno splendido traino per il turismo, per l’economia e dunque per la collettività. Lavorando per il Bologna al Centenario ho scoperto con piacere una città vicina ai colori del Club, in tutte le sue componenti: politici e imprenditori, uomini d’arte e di cultura, artigiani e commercianti, liberi professionisti e studenti, tutti fortemente partecipi nelle celebrazioni di un simbolo della città.

Raggiunta la massima categoria, mi aspettavo che anche la mia Siena – con la sua storia e la sua cultura – imparasse a guardare oltre il proprio naso, cercando di capire come tale ribalta potesse rappresentare l’ennesimo fiore all’occhiello della comunità. In questi anni, invece, ho sentito più lamenti che voglia di vivere del tutto il “fenomeno”: parlo delle istituzioni, delle associazioni di categoria, dei palazzi che contano, di quella Siena che forse ha paura delle novità. Al giorno d’oggi, per cogliere le chances servono aggiornamento e disponibilità a mettersi in discussione; restando conservativi difensori dello status quo, si arretra imbarbarendo. Mi sembra che la città abbia sempre maneggiato il calcio con troppa distanza e poca cura, senza la voglia di scoprire a fondo le mille opportunità ad esso legate.

E’ curioso anche il fatto che storicamente gli appassionati bianconeri abbiano dovuto implorare le attenzioni della politica, della Banca e dei media (senza timore di smentita, posso affermare che in qualunque altra città di 50.000 abitanti si parlerebbe della squadra un giorno sì e l’altro pure): un caso più unico che raro, visto che altrove le istituzioni, l’imprenditoria e gli editori sgomitano per utilizzare lo sport come strumento di captatio benevolentiae.

 

Tutto questo per dire che traguardi e palcoscenici prestigiosi vanno anche meritati, non solo nelle migliaia di fruitori dello spettacolo – che al Franchi ci sono-, ma anche in via ufficiale come città; una Siena con gli occhi aperti sul mondo, che sappia difendere e valorizzare le proprie eccellenze culturali, artistiche, enogastronomiche o sportive. A settecento anni di distanza ci riempiamo ancora la bocca di Montaperti, ci vantiamo urbi et orbi di essere una comunità, ma abbiamo perso le chiavi del nostro Palio, lo stile, forse il senso civico e, tornando al pallone, non abbiamo mai saputo cullare il simbolo sportivo che ha portato il nome di Siena fra le grandi. Così facendo si retrocede davanti allo specchio, prima ancora di scendere in seconda, terza o quarta divisione.

 

Concludo con un pensiero alla squadra, che nelle prossime tre gare si gioca tanto. Con l’aiuto di Simone e Massimo, che per la maglia stanno dando come sempre l’anima, spero che il mister possa isolare il gruppo, cercando in ognuno dei bianconeri le risorse per continuare a sognare. Dopotutto in campo si va undici contro undici e i numeri dicono che ogni traguardo è ancora possibile. Sperando che alla città, tutta, il settimo scudetto interessi davvero.

 

Tommaso Refìni

Fonte: Fedelissimo Online