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IL DIRITTO DI SAPERE di Mario Lisi

L’esecrata decisione di vietare ai tifosi senesi di recarsi a San Giovanni Valdarno per assistere alla partita che presto opporrà la formazione locale ai bianconeri della Robur suscita nel tifoso ormai canuto alcune inevitabili riflessioni.

Innanzitutto fa pensare a quanto ed a come siano cambiati i tempi rispetto, per esempio, ai mitici anni Sessanta quando il pubblico del calcio prendeva ancora posto sulle tribune in un “tutti insieme appassionatamente” dove, in totale assenza di sciarpe, felpe e cappellini dei propri colori, per i sostenitori delle due squadre era pressoché impossibile individuarsi a vicenda. Succedeva però che ad un certo punto un’esclamazione di troppo o un commento non gradito tradivano la fede sportiva di qualche “ospite”, isolato od in gruppo. Allora (ricordo con nostalgia che all’epoca mio babbo e mio nonno mi portavano ad assistere alle partite del Siena in tribuna coperta) vedevi qua e là, in gradinata come nei cosiddetti “laterali”, un improvviso alzarsi di persone vocianti, poi un minaccioso ondeggiare fino a che partiva la “spolverata”, quasi subito sedata dall’arrivo di tre o quattro questurini in divisa. Dopodiché lo spettacolo riprendeva come se nulla fosse avvenuto sotto lo sguardo compiaciuto della medio-alta borghesia cittadina che dalle poltroncine centrali aveva assistito con quasi distaccato interesse al pugnace alterco, ovviamente sempre vinto dai nostri. Confesso che a quei tempi, più che per seguire il gioco di cui capivo ancora poco o niente, andavo volentieri allo stadio augurandomi che prima o poi – specialmente quando il Siena incontrava l’Arezzo, il Livorno, il Perugia… – si rinnovasse il per me avvincente spettacolo di quei signori incappottati o con tanto di giacca e cravatta che si affrontavano belluinamente (a parole e non solo) senza che in fondo succedesse nulla di grave. Al riguardo il neonato “Museo Robur” testimonia puntualmente fatti del genere vedasi, giusto per avere un assaggio, le foto di un Siena – Grosseto della Stagione 1964-65.

Del resto anche a me, in gita con l’allora “Juventus Club” senese – è capitato di assistere ad un Fiorentina-Juve nel bel mezzo della curva Fiesole correndo il solo pericolo di essere apostrofati da un attempato simpatizzante viola con la sanguinosa offesa di “Falsi toscani!” (pronunciata con la “r” al posto della l…).

Tornando all’argomento principale, la decisione del Prefetto di Arezzo (lo stesso che aveva competenza anche sul territorio di Montevarchi dove un giovane senese venne inopinatamente aggredito da alcuni supporters rossoblù nei pressi della locale stazione) non si può fare a meno, seppur civilmente, di stigmatizzarla dal momento che appare oggettivamente non solo sbrigativa e burocraticamente esagerata ma anche ingiustamente punitiva nei confronti della stragrandissima maggioranza degli sportivi senesi che loro malgrado rischiano d’ora in poi di vedersi appiccicata addosso una brutta etichetta. Soprattutto però perché il provvedimento è del tutto immotivato.

Nessuno nega che alla domenica lo Stato è costretto a sguinzagliare, a spese dei contribuenti, un esercito di poliziotti e carabinieri per tutelare l’ordine pubblico in occasione delle partite di calcio, messo a repentaglio da ristrette frange di idioti. D’altro canto tuttavia bisogna che chi ha certe responsabilità sappia distinguere la misura di grandezza di taluni fenomeni perché, con tutto il rispetto, Montevarchi e San Giovanni Valdarno non sono “San Siro” o i dintorni dell’“Olimpico” di Roma. In Serie D si segue la propria squadra principalmente per starle vicino stando contemporaneamente insieme agli amici, magari per gustare un buon pranzetto in qualche ristorante del posto, oppure per imbandire al volo un tavolo nella piazzola di un autogrill ed assaporare in compagnia lasagne, porchetta e crostata.

Ecco, sono soprattutto persone del genere che saranno per l’ennesima volta penalizzate come già avvenuto domenica scorsa quando è stato loro impedito di poter andare a Livorno. Ed è a questi tifosi che occorre dire il reale perché della decisione adottata, dando loro una spiegazione che sia davvero credibile, diversa dagli ipotetici sospetti ed illazioni su possibili incidenti che in definitiva ogni Prefetto d’Italia, in occasione di qualsivoglia partita di calcio, può addurre a giustificazione del proprio pilatesco lavarsene le mani tagliando la testa al toro.

Certo, la mancata trasferta nella vicina cittadina valdarnese dove saremmo andati volentieri a tifare Siena impallidisce davanti al terribile presente del complesso mondo contemporaneo. Resta il fatto che la nostra Costituzione garantisce all’articolo 16 che “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. Nel primo di questi motivi (la sanità pubblica) rientrano a pieno titolo le limitazioni imposte in occasione del COVID ma nel secondo motivo (cioè quello della sicurezza) ragionevolmente è davvero difficile sostenere che rientri l’ormai anonimo incontro tra Sangiovannese e Siena.

Per questo gli sportivi senesi hanno il diritto di sapere.

Mario Lisi