“A volte si pensa che le partite siano eventi spezzettati, messi qua e là nei 90 minuti. In realtà sono come dei film. C’è un filo conduttore che lega una scena dietro l’altra. Nel nostro gioco narriamo noi la storia, ma non è detto che troviamo subito gli spazi che vorremmo avere”. Nel corso della prima puntata di “Al Club con la Robur” Tommaso Bellazzini ha provato a spiegare la sua idea di calcio. “Cerchiamo di controllare la partita col possesso, utilizzando tutti i giocatori in campo, compreso il portiere – sottolinea il mister – quando vogliamo avere le superiorità in prima costruzione lo ricerchiamo per poi non dover buttare via la palla, perché è una cosa che non ci piace. A volte chiaramente viene meglio, a volte viene peggio, sono situazioni che vanno lavorate con grande assiduità e perfezionate ogni giorno. Ci vuole coraggio, ci vuole qualità, ma credo che i ragazzi lo stiano facendo tutto sommato bene”.
Mondi opposti – “Viviamo in un retaggio culturale in cui normalmente viene considerato normale aspettare passivamente quando gli altri hanno la palla, per poi attaccare velocemente una volta che ce l’hai. Qui siamo in un mondo opposto: la palla ce l’abbiamo tanto tempo noi e quando ce l’hanno gli altri gliela andiamo subito a riprendere. Vogliamo essere proattivi, senza subire gli eventi. Per fare questo naturalmente c’è bisogno di poter correre e di avere grande dinamismo. Un altro dato che indica questa caratteristica è il numero di passaggi concesso all’avversario per azione. Noi siamo a 2-3-4 quattro passaggi massimo concessi all’avversario per azione avversaria”.
Giocate in sicurezza – “Noi abbiamo un principio che è quello di passare la palla a quelli che hanno una maglia uguale alla nostra, che può sembrare una banalità ma in realtà non lo è. Non forzare le giocate vuol dire giocare in sicurezza proprio per tenere la palla fino a che lo spazio non arriva in maniera chiara. Capisco che possa essere a volte male interpretato da fuori e a volte anche dai giocatori”.
Quando il Siena è sotto – “Bisogna rimanere molto freddi e lucidi, perché le partite durano 90 minuti e non bisogna farsi prendere dall’ansia e dall’emotività del momento. È una cosa intuitiva quella di velocizzare quando sei sotto. Però questo velocizzare, in un contesto di un certo tipo, in realtà può essere controproducente, perché perdi i tuoi riferimenti, sei più esposto a transizioni e poi magari prendi il secondo, prendi il terzo e la partita è finita. Quindi ci vuole grande freddezza, grande calma, sapendo che le partite durano e non bisogna rischiare di andare in direzioni che non sono quelle conosciute. Questo non vuol dire che non ci siano dei momenti sul finale della partita in cui dobbiamo accelerare, però dobbiamo avere la forza di rimanere chi siamo. L’anno scorso ho ribaltato non so quante partite proprio per questa ragione, perché poi le squadre dopo un po’ stanno lì, si abbassano e alla fine lo spazio arriva. Ci vuole grande freddezza”.
Ghiviborgo – “Vero che abbiamo preso tanti gol lo scorso anno, però 22 li abbiamo presi in 5 partite. Tolte quelle gare, avremmo avuto una difesa da metà classifica. Questo non vuol dire che vada bene, perché chiaramente i gol sono stati presi. Però hanno denotato più una fragilità emotiva che non una fragilità strutturale. Cosa ho cambiato con l’arrivo a Siena? Dal punto di vista della proposta non è cambiato nulla. L’idea rimane la stessa; il modo di attaccare, il voler far gol… Mi piace sottolineare che non speculiamo sul risultato. Sul 3-0 cerchiamo di fare il quarto, il quinto e il sesto e se perdiamo 3-0 cerchiamo di fare il 3-1, il 3-2, il 3-3. Non cambia nulla. Questa non è filosofia o ideologia, questo è il modo migliore per cercare di vincere le partite. Spesso le squadre, quando decidono di non giocare più, iniziano a subire, ad abbassarsi. Ti porti gli avversari dentro l’area di rigore e iniziano i problemi. La filosofia dal mio arrivo non è cambiata minimamente e mi auguro che cambino alcuni dati, come naturalmente quello della fase difensiva”.
L’idea di calcio di Bellazzini – “L’idea di calcio si matura in 15 anni, nel senso che io da quando ero calciatore piano piano ho iniziato a filtrare, a riflettere su quello che stava accadendo mentre giocavo. È un processo che è iniziato molto tempo fa e piano piano si è iniziata a generare un’idea. Tanti allenatori hanno avuto un maestro da cui hanno preso un’ispirazione, io no. Poi ci aggiungo una forma mentis personale, non strettamente legata al mondo del calcio, che è quella di un approccio di analisi. Differentemente a quanto in tanti dicono, io credo che il calcio sia una cosa molto complessa e questa complessità debba essere penetrata, analizzata, compresa. Più analisi viene fatta, più si riducono gli errori”.
Ispirazioni – “È chiaro che ci sono dei riferimenti, sono tendenzialmente tutti allenatori di carattere propositivo e offensivo. Anche italiani, abbiamo una grande scuola di allenatori. Nel calcio moderno ci sono tanti allenatori che esprimono veramente alti valori personali, anche sportivi. Mi è piaciuto per esempio moltissimo quello che ha fatto l’allenatore dell’Orvietana, che è una cosa che non vedo quasi mai, ovvero fare i complimenti all’avversario e dire che a volte è più bravo di te, che bisogna accettare le sconfitte. È un enorme valore, di cui il calcio, rispetto ad altri sport, è un po’ carente. Nei lavori normali basta fare il proprio lavoro, punto e basta. Nello sport ti relazioni con altri che cercano di far meglio di te e a volte sono più bravi. Questo non vuol dire che tu non hai fatto bene”. (Giuseppe Ingrosso)
Qui la prima parte dell’intervista.
Fonte: Fol
