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Interviste

Grammatica ricorda l’esperienza a Siena: “Gevorkyan voleva Gazzaev dall’inizio. Avevo mille paletti, non mi dimisi perché…”

“Mi ricordo un grande entusiasmo. C’era la consapevolezza di aver fatto un grande percorso perché eravamo partiti veramente tardi nella costruzione della squadra”. Il punto più alto raggiunto dalla Robur nella stagione 2020/21 fu rappresentato dall’1-4 esterno sul campo del Cannara, che valse il primato momentaneo in classifica. È da lì che Andrea Grammatica, direttore sportivo in quella travagliata annata, è partito nel raccontare la sua esperienza in bianconero: “Avevamo chiesto il posticipo un po’ più prolungato del campionato perché non avevamo potuto fare il ritiro a differenza di altre squadre, per questo – ha spiegato Grammatica nel corso di “Al Club con la Robur” – la conquista della vetta era qualcosa di straordinario. Le condizioni erano particolari, date da una società che non conosceva assolutamente le dinamiche calcistiche italiane. Aver raggiunto quel traguardo ci diede la sensazione che potessimo veramente portare in fondo il campionato. Essendoci il Covid, è forse stato anche il primo e unico abbraccio vero con i tifosi, a cui eravamo riusciti a dare una soddisfazione dopo un avvio pieno di complicazioni. Non mi scordo la loro sofferenza perché venivano dall’ennesimo fallimento”.

Nel riavvolgere il nastro a quei giorni, Grammatica fa mea culpa su alcuni aspetti: “L’errore principale è stato mio, non dovevo accettare l’incarico. Fui chiamato una sera alle dieci e mezza; la mattina dopo, verso le nove, feci il colloquio a Poggibonsi e alla sera, tutto molto di fretta, firmai un preliminare, perché ancora non c’era stata l’assegnazione ufficiale del bando. Mi sono fidato di persone italiane vicine alla società. Ero reduce da un’annata da vice direttore sportivo alla SPAL e avevo firmato tre anni di contratto con una società importante di Serie C, poi sorsero delle complicazioni da parte del presidente che decise di cambiare rotta e finii per trovarmi senza squadra negli ultimi giorni di luglio. Io ho sbagliato – sottolinea l’ex dirigente – perché Siena è Siena, ma lo è ad altre condizioni. Mi avevano detto che avrei lavorato per una holding molto importante, e la potenzialità economica c’era effettivamente. Tornassi indietro, però, avrei dovuto lasciare l’incarico un po’ prima: non c’erano assolutamente le condizioni per lavorare. Riposi eccessiva fiducia nei confronti di chi mi presentò un progetto che doveva portare, almeno teoricamente, alla Serie B”. “Ognuno di noi però – puntualizza – si prende degli impegni e cerca di portare in fondo l’annata. Ero l’unica persona italiana, un punto d’appoggio anche per i giocatori, visto che c’era stato il problema della allontanamento di Gilardino. Non lo dico per presunzione, perché poteva esserci anche un altro, ma se non ci fossi stato non avremmo neanche fatto i play-off. Quello che ho visto lì dentro, in quelle settimane, è inimmaginabile. Ho avuto un senso di responsabilità, nei confronti dei ragazzi e anche della città, di essere l’unico referente italiano per la parte sportiva, oltre che l’unico appoggio per Gilardino”.

L’ex direttore sportivo conferma anche che l’idea di Roman Gevorkyan era quella di prendere Gazzaev dall’inizio della stagione: “È vero. Quella è stata la prima volta in cui ho minacciato di dimettermi, perché non volevano farmi scegliere l’allenatore. La loro idea era quella, io avrei dovuto costruire la squadra con un allenatore che non conoscevo. Poi – ricorda Grammatica – c’erano state difficoltà di tesseramento e alla fine riuscimmo a convincere i soci a prendere un allenatore italiano. Non avevo comunque libera scelta, perché mi avevano chiesto un allenatore giovane, di nome e che sapesse l’inglese. E vi assicuro che ne ho chiamati tanti di allenatori… Non che Gilardino sapesse perfettamente l’inglese, però in modo brillante riusciva a cavarsela. Era uno dei pochi giovani di nome che potesse un po’ padroneggiare la lingua, quindi era un filtro clamoroso”.

“Ne ho sentite tante – prosegue – in quel periodo: dovevi chiamare Indiani, dicevano, ma io non potevo sputtanare la proprietà. Quindi ho fatto il mio mettendoci la faccia, però c’erano veramente tanti paletti. Così come il budget: quello che mi era stato dato all’inizio non era veritiero. Io avevo già bloccato due ex Siena. Per me l’attacco ideale era Guidone-Sansone-Nenè. Vi assicuro che avevo i contratti in mano, al di là che credevo molto in Mignani e, per il tipo di carriera che sta facendo, i fatti mi hanno dato ragione. Avevo bloccato tanti giocatori ma i contratti non potevo depositarli perché la loro idea era quella di portare calciatori armeni, lituani e russi per poter poi rivenderli in un altro mercato. Io gli spiegavo: questa cosa qua non potete farla a Siena, perché Siena ha una storia e una dignità sportiva. Oltretutto in Serie D. Gli armeni alla fine sono arrivati a litigare con Gilardino, che era primo in classifica quando è stato mandato via, per ritornare al punto di partenza e portare Gazzaev. Non si fidavano che non si potesse tesserare, pensavano dicessimo delle cavolate, e allora fecero venire Pahars perché era l’unico che aveva il patentino europeo equivalente e poteva allenare anche qui. Fortunatamente sono riuscito a tenere il rapporto con Gilardino e a convincerlo, anche se è stata dura, a ritornare e salvare l’annata in modo dignitoso. Sapevo che se fossimo arrivati in fondo ai playoff il ripescaggio sarebbe stato più che probabile”.

Grammatica torna quindi sulla decisione di non dimettersi: “Ho vissuto in modo molto sofferente il rapporto coi tifosi. Ci ho messo la faccia nelle contestazioni, prendendomi anche colpe non mie. Molti mi dicevano: se è così ti devi dimettere. Ma non mi sono voluto dimettere per una dignità professionale. Avevo la sensazione che, se lo avessi fatto, sarebbe crollato tutto. La proprietà aveva completamente perso credibilità e alcuni giocatori, soprattutto quelli che avevo avuto, si appoggiavano un po’ a me. Le mie dimissioni avrebbero rappresentato la perdita totale di credibilità. Anche Gilardino non sarebbe mai tornato se non ci fossi stato io, perché non si fidava più di nessuno. Mi sono preso tanti insulti e capisco il tifoso, ma alcune cose, in quei momenti lì, professionalmente non si possono dire. Mi rimane l’amaro in bocca perché sono arrivato in una grande piazza purtroppo nel momento sbagliato”.

Nel concludere il suo intervento, Grammatica si sofferma sulle sue successive esperienze. “Dopo essere andato via da Siena ho firmato tre anni di contratto col Novara, che all’epoca aveva un parco giocatori pronto a giocarsi il primato per la B, ma poi la società non si è iscritta. Mi sono trovato a piedi e sono andato a Ravenna, dove ho fatto tre anni e sono stato molto bene. Avevamo praticamente vinto il campionato ma ci è stato scippato a tre giornate della fine, perché si è ritirata la Pistoiese e hanno ridisegnato la classifica. A quel punto non me la sono più sentita di restare”. Poi la parentesi all’Altamura, interrotta anzitempo quest’estate. “Avevo l’ambizione di misurarmi al Sud e abbiamo fatto un grande campionato. Poi, nonostante i due anni di contratto che avevo ancora, ho deciso di fare la risoluzione. Di 15 soci che erano si sono dimessi in 12, sono venuti a mancare presupposti per me determinanti per portare avanti il mio lavoro e ho deciso di dimettermi. Questo è il primo anno dopo 22 anni di calcio che mi trovo in questa situazione, ma ne approfitto per aggiornarmi. Sono fiducioso che possa saltare fuori un’opportunità da cogliere”. (J.F.)

Fonte: Fol