slider
Interviste

Generoso Rossi: “Litigai con Papadopulo e non giocai più. Mi hanno bruciato una carriera che prometteva bene”

21 presenze nel primo, storico, anno in Serie A, tutte ad inizio stagione. Poi il subentro di Fortin e per Generoso Rossi non ci fu spazio. “Colpa di una lite con Papadopulo”, racconta alla Gazzetta dello Sport l’ex portiere, che oggi, a 46 anni, gestisce una scuola per portieri a Mugnano di Napoli.

Prima di un Roma-Siena – spiega Rossi – il preparatore dei portieri mi disse di stare concentrato, io non capii e continuai ad allenarmi. Avevo giocato 21 partite da titolare, concentrato di cosa? Alla fine, non giocai. Perdemmo 6-0 e tornai da solo, non con il pullman”. E a Papadopulo cosa disse? “Che non lo sopportava nessuno e che non era sincero. Ci fu un battibecco forte, lasciai dei soldi sul tavolo e gli dissi di andarsi a comprare ciò che voleva. Ovviamente da lì non giocai più”.

A fine stagione Rossi venne squalificato 12 mesi per calcioscommesse. “Ero un pesce piccolo e me lo misero in quel posto. Mi hanno bruciato una carriera che prometteva bene. Ero di proprietà del Palermo. Senza quella squalifica sarei andato alla Lazio a giocarmela con Peruzzi”.

Ma scommetteva o no sulle partite? “Sì, ma non sulla mia squadra. Scommettevo sulla Serie C, ma non potevo farlo. Non mi sono mai venduto una partita, come altri che invece giocano ancora”. Come iniziò il tutto? “Alle 4 di mattina la polizia entrò in casa mia coi mitra e sequestrò conti bancari, telefono e computer. Fui accusato di associazione a delinquere di stampo camorristico. Non trovarono nulla”.

Ad incastrarlo, le intercettazioni con un altro calciatore coinvolto, Salvatore Ambrosino. “In realtà confusero espressioni dialettali con chissà cosa. Io sono napoletano, parlando con lui dicevo “hai capito, sì?”. Ma non era ciò che intendevano loro. Lo facevo per togliermelo di torno. Fui accusato di aver manovrato un Chievo-Siena finito 1-1 del 2004, e io non giocavo nemmeno”.

La cosa che fa più male, continua l’ex portiere bianconero, è “girare col marchio di “venditore di partite”. Se non avessi avuto una famiglia dietro sarei caduto in depressione. Il colpo fu duro, mi creda: quando giocavo ventimila persone mi urlavano “venduto”. La giustizia penale mi ha assolto, quella sportiva invece mi ha condannato. C’è gente che giocava con me a Siena che davvero si giocava la casa”.

Il calcio di oggi “onestamente mi fa schifo, è senza valori – conclude Rossi nell’intervista alla Gazzetta – i calciatori sono diventati cattivi esempi per i bambini. Ai miei ragazzini cerco di trasmettere qualcos’altro, ovvero di non seguire le mode, di non simulare, di non ambire al capo firmato, all’auto di lusso, alla bella vita. Cerco di insegnare a guardare oltre proprio perché da giovane ero così”.

Fonte: Fol