Gaetano da Palermo

Qualcuno era trequartista perché vedeva il gioco prima di tutti. Qualcuno era trequartista perché vedeva Hidekguti come la Storia, Baggio come una poesia, Platini come il Paradiso Terrestre. Qualcuno era trequartista perché il gioco lo esigeva, il mister lo esigeva, il presidente lo esigeva, la curva anche… lo esigevano tutti. Qualcuno era trequartista per fare rabbia ai mediani. Qualcuno era trequartista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione. Qualcuno era trequartista perché non c’era niente di meglio.

Gaetano da Palermo era trequartista perché era la cosa che gli riusciva meglio. Fino a un certo punto. Come gli studenti svogliati, che si appassionano solo a piccoli tratti ad alcune materie, così Gaetano ha avuto i suoi momenti di gloria: ha anche vinto uno scudetto in maglia romanista, per dire (ma non se n’è accorto nessuno). Ha trovato la sua personale Arcadia in Friuli e Toscana, sponda errata. Con la maglia dell’Udinese, giocava, corricchiava (non correva, corricchiava, com’è nel suo stile) e segnava, con buone medie e ottime prestazioni. Fu la sua personale Eldorado: durante un’afosa estate, quella del 2009, rischiò anche di vestire l’algida casacca madrilena. Tutto saltò per incomprensioni tra le parti e Gaetano non divenne, per un soffio e qualche spicciolo, una merengue.

Peccato: il bianco gli avrebbe donato, a lui che, qualsiasi blasone si trovasse a difendere, ne sposava letteralmente il progetto, credendoci, credendo in sé stesso, non precludendosi obiettivo alcuno, portando in dote la sua sempiterna esperienza. E forse ci credeva davvero, Gaetano, voglio fidarmi.

Dopo Udine approdò a Firenze dove, in compartecipazione, tra infortuni e polemiche, raggranellò un numero esiguo di prestazioni dignitose. Si andò così alle buste: Gaetano, valutato due anni prima ben 25 milioni (e per questo e altri motivi rifiutato da Florentino Perez), tornò a Udine per la bellezza di centoundicimila euro (la Fiorentina ne aveva imbustati meno della metà).

Fu così che, tra viva volontà di rilancio e mugugni vari, Gaetano da Palermo arrivò a Siena.

Sposò il progetto, come da tradizione poligama. Nonostante una lombalgia canaglia convinse con poco più di venti presenze e tre marcature: ce lo sorbimmo tutto, come un brodino un po’ aspro di necchiana memoria.

Si creò un curioso buco spazio-temporale, nei terreni battuti dalla Robur. O, per meglio dire, quello preesistente si espanse e si inspessì. Un normale campo da calcio misura 7140 metri quadrati (anche quello del Rastrello, checché ne dica Capello). In almeno 7139 metri quadri il tempo scorreva normalmente: in un metro quadro invece, quello occupato da Gaetano da Palermo, il tempo scorreva più lento. Le conseguenze sull’invecchiamento umano di quel metro quadro non sono mai studiate, ma potrebbero riservare tuttora grosse sorprese.

Pochi mesi dopo, in cerca di un nuovo amore, Gaetano da Palermo lasciò Siena e sposo convintamente il progetto pescarese, ispirato dal salmastro dell’Adriatico e dal bollore dell’omonimo stadio (almeno così sostenne). In un pomeriggio di mezz’aprile, la sua voglia di bollore curvaiolo venne esaudita nel migliore dei modi. Il Pescara ospitava il Siena, a caccia di punti. Al 37esimo, dolente e indolente come sempre, Gaetano da Palermo abbandonò il campo, per un acciacco muscolare. I tifosi senesi, memori delle sue prestazioni e delle sue parole, lo subissarono di fischi. Quelli pescaresi, più per astio che per fair play verso gli ospiti, fecero lo stesso.

Io ci provo, ma non ricordo un altro calciatore che abbia avuto simile fortuna, in un giorno di mezz’aprile. (Jacopo Rossi)

Fonte: Il Fedelissimo