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Interviste

Frick: “Mi sento senese, tre salvezze come tre scudetti. Ho scommesso tanto, poi..”

La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick”. Il coro nato a Verona, riprodotto poi a Siena, dove ha vissuto gli anni migliori. “Sì, mi sento senese. Ho vissuto tre salvezze come tre scudetti. Abitavo in centro e vedevo il Palio. Nel 2007 vinse la mia contrada, il Leocorno”. Il calciatore più famoso del Liechtenstein, 87 presenze e 13 reti in bianconero ai tempi della A, si è raccontato in una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport.

Gli inizi a Vaduz – “Il professionismo non esisteva. Io avevo otto zii calciatori, quattro di questi in Svizzera. Ho iniziato giocando in giardino con chi capitava. “Non arriverai mai”, dicevano gli invidiosi. Ma non li ascoltavo”.

Se non c’era il calcio – “Per tre anni ho lavorato in un ufficio finanziario, mi occupavo di conti e scartoffie. Una noia, ma dovevo avere un piano B”.

Il momento decisivo – “Alla fine degli anni 80, a 14 anni, mio padre mi portò a San Siro a vedere il Milan. Grazie a un amico entrammo negli spogliatoi e vedemmo i giocatori. Van Basten, Gullit, Baresi, Maldini… Lì dissi che avrei fatto il calciatore”.

I problemi – “Scommettevo. E tanto. Fuori controllo. Iniziai l’anno in cui nacque il primo figlio, Yanik, nel 1998. Ero pieno di debiti, non riuscivo a smettere, avevo la frenesia di dover giocare, giocare, giocare. Non ha condizionato però il mio rendimento in campo. Ho iniziato con gli amici. All’inizio, siccome vincevo, pensavo di essere infallibile, ma poi ho iniziato a perdere ed è stato un incubo. Ho avuto una brutta dipendenza durata qualche anno, ma alla fine ne sono uscito grazie all’aiuto della mia famiglia, del mio agente e soprattutto di mia moglie, conosciuta a Basilea. Ero andato in ospedale per un problema alla spalla, lei era la mia infermiera. Spingevo un pulsante per far sì che venisse a curarmi, anche se non avevo niente. Senza di lei non so se ce l’avrei fatta. Abbiamo tre figli: Yanik e Noah, chiamati così in onore dell’ultimo francese a vincere Wimbledon, e Alessia, nata quando ero Siena”.

Arezzo – “Per fortuna incontrai Antonio Cabrini, il mister. Al debutto ne feci 2 alla Lucchese e divenni un idolo».

Verona e la Serie A – “In panchina c’era Malesani, l’allenatore da cui ho imparato di più. Iniziai a giocare da ottobre in poi. E segnai sette gol”.

La maglietta e la frase famosa – “Me la regalò un tifoso. “Se segni, la mostri”, mi disse. A dicembre, contro il Brescia, infilai due gol ed esultai con “la vie c’est fantastique quando segna Mario Frick”. Se la ricordano ancora, peccato per la retrocessione. C’erano problemi finanziari, nel girone di ritorno non abbiamo preso una lira. Eravamo scontenti, incazzati, ma forti. Gilardino, Mutu, Camoranesi, Oddo, Italiano. Ma come si fa a retrocedere con una squadra così?”.

Le big – “Fui vicino alla Juve, poi andai alla Ternana in B. Quattro anni top con Zampagna, Kharja, Jimenez e Igor Zaniolo, papà di Nicolò, che giocava coi miei figli. Purtroppo non riuscimmo a salire in Serie A. Mi sarebbe piaciuto giocare in una big, ma sono felice. A casa, nascoste, ho centinaia di magliette scambiate negli anni di carriera”.

Nazionale – “Sono stato l’unico a perdere cento partite con la nazionale, ma nessuno mi toglierà mai la vittoria contro l’Azerbaigian, la prima, o il 2-2 col Portogallo vicecampione d’Europa. Ho difeso la maglia per 22 anni, dai 19 ai 41. Incassare 5 gol a botta era terribile, ma nessuno ci ha mai snobbato. Solo Ibra scrisse nel suo libro che si annoiava a giocare contro di noi o San Marino. Io per il mio Paese ho giocato pure centrale difensivo con la 10, dando spallate a tutti”. Serie A – “Allenerei in Italia. In estate ho parlato col Pisa, ma hanno scelto Gilardino, con cui giocavo a Verona. Destino. Ora sono concentrato sul Lucerna, da cui sono passati Jashari e Aleksandar Stankovic, il figlio di Dejan: ho allenato due fenomeni, vedrete”.

Fonte: Fol