Flo, l’anniversario e una lacrima sul ciglio…di Daniele Magrini

No, oggi non si può parlare del pari con lo Scandicci. E neppure di questo Montanari capitato chissà perché in mezzo a noi. Tantomeno dello stadio, il cui manto erboso attende sconsolato un gesto di ribellione. No, oggi è tempo di scrivere di un anniversario con la lacrima sul ciglio.

Perché Tore Andre Flo volò così in alto che pareva voler andare a fondersi con il cielo. E arrivò all’appuntamento con il pallone nel punto in cui nessuno poteva raggiungerlo. E proprio nell’attimo fuggente in cui la speranza di un uomo di essere nel posto giusto al momento giusto, per fare la cosa giusta, divenne improvvisamente realtà.

Non accade poi tante volte nella vita. A Flo, calciatore arrivato dal freddo di Styrie, Norvegia, capitò in un campo di calcio il 20 febbraio di 19 anni fa. E per quelle impercettibili traiettorie del destino che non si spiegano, gli accadde a Siena, mentre indossava una maglia a scacchi bianca e nera, al sesto minuto di una partita del campionato di serie A, contro la Fiorentina. L’arbitro annotò con uno sgorbio nel suo taccuino, 1-0 per il Siena. E tutto intorno, migliaia di persone furono avvolte in un cerchio magico. La gioia, la meraviglia, la commozione, lo stupore, esplosero improvvisamente in uno spalancarsi di occhi e in una tempesta perfetta di visi stravolti: qualcuno riuscì a gridare GOL, mentre ancora Flo non aveva toccato terra rientrando dal suo volo.

La foto è il suggello alla memoria: il norvegese si erge come una montagna da scalare, quelli in viola sembrano già predestinati all’umiliazione. Ariatti che allarga un braccio e sfiora forse un lembo dei pantaloncini del norvegese, Donadel e Viali lontani da tutto. Si intravedono i calzettoni neri di Lupattelli, portiere dagli intollerabili basettoni ottocenteschi, anche lui fuori dalla traiettoria perfetta del pallone scagliato in fondo alla rete dal colpo di testa di Tore Andre Flo. Gli altri che si distinguono, con la maglia a scacchi bianca e nera, Vergasssola, Cirillo e Colonnese, ebbero i biglietti migliori del destino per essere in prima fila a quello spettacolo indimenticabile.

Di quelli assiepati in curva, molti hanno già la bocca spalancata, altri ancora seguono il viaggio del pallone. Esploderanno, come tutti noi, mezzo secondo dopo.

Quell’attimo fuggente è impresso nella memoria così profondamente che tirarlo fuori fa quasi male. Sale un groppo alla gola. Perché la sensazione, per chi è un po’ in là con gli anni, è che non succederà ancora di provare un’emozione così forte a una partita di calcio. È per questo, in fondo, che bisogna ricordare. Per quello che eravamo, per non lasciare che l’insulsa fanghiglia delle beghe dei nostri giorni, offuschi il ricordo limpido di un giorno che fa parte della piccola storia di una piccola città.

Flo, che aveva giocato anche nel Chelsea con Zola, e poi nei Rangers scozzesi, fu l’artefice di quel gol eternamente festeggiato, ma giova ricordare tutti quegli uomini che fecero l’impresa: Manninger, Cirillo, Tudor, Colonnese, Alberto, (dall’ 88’ Foglio), D’Aversa, Vergassola, Pasquale, Taddei, Flo, Chiesa, (dall’ 82’ Argilli). Allenatore era Luigi De Canio. Presidente quel Paolo De Luca, che ci regalò la lucida follia di saper sognare senza freni.

Riarchiviando quel giorno e quel momento nei cassetti della memoria, riponendo con cura il ricordo dell’impresa della Robur, vien voglia di dire, con riconoscenza: io c’ero. (Daniele Magrini)

Fonte: FOL