ESCLUSIVO – Mario Beretta: “Il mio Siena sulle note del Boss” (Tommaso Refini)

I Nativi americani e la musica di Bruce Springsteen; le Black Hills sacre agli indiani Lakota e centinaia di dischi in vinile custoditi gelosamente: Mario Beretta è un fiume in piena, quando racconta le sue passioni. E si illumina, quando parla di Vergassola e compagni, che gli stanno regalando una terza storia d’amore nella “sua” Siena.

Mister, la sua collana “tradisce” un sentimento profondo verso i Pellerossa. Quando è scoccata la scintilla?
“Ricordo che da bambino guardavo i film western e vincevano sempre gli stessi: le giacche azzurre erano gli eroi, i buoni; gli indiani, invece, erano i cattivi. Magari fosse così, la vita: buoni e cattivi, come te la raccontano quando sei piccolo. Crescendo ho cominciato ad interessarmi e sono rimasto affascinato dal modo di essere, e soprattutto di vivere, dei Nativi americani: dalla medicina alle credenze, dal rispetto per la natura al senso della comunità; lo spirito libero, quella è stata la molla. D’estate, forse, riuscirò finalmente a fare un viaggio nelle loro terre. Sono stato in Canada e anche negli Stati Uniti, molti anni fa, visitando alcuni piccoli villaggi. Ma non ho visto le riserve e neppure le Black Hills. Là vorrei andare, nel Dakota del Sud, dove la roccia restituisce l’immagine di Cavallo Pazzo. Crazy Horse Memorial, si chiama: è il giusto tributo a un leggendario Lakota Oglala, l’ultimo Sioux. Poi la Monument Valley, scenari mozzafiato in territorio Navajo”.

Cosa può insegnare la cultura degli indiani d’America, nella vita quotidiana e anche nello sport?
“Sicuramente insegna a credere molto nei propri ideali. E ad avere un profondo spirito di squadra. Loro credevano molto nella famiglia, nelle loro nazioni, che poi sono riconducibili, con il dovuto rispetto, a delle squadre. Geronimo, un Apache Chiricahua, ma anche Toro Seduto, che era un Sioux Hunkpapa, e tanti altri: le loro gesta, le tante battaglie, ma soprattutto il modo di intendere la vita, possono rappresentare ancora oggi un grande esempio per tutti. Anche per chi fa calcio, dove il gruppo, il team, è fondamentale”.

Il “suo” team, quello composto da Max Canzi, Michele Mignani e dagli altri collaboratori, quanto è importante per le fortune della Robur?
“Fondamentale. Nella buona e nella cattiva sorte, il lavoro di gruppo è centrale nella mia idea di squadra. Sono sempre stato dell’idea che un buon team di collaboratori possa fare la differenza: si possono seguire meglio le fasi individuali e collettive; si pianificano meglio gli impegni e si può lavorare in profondità. E’ un ruolo complesso e delicato, quello del collaboratore tecnico: ognuno di noi ha la sua visione, le sue idee, che stimolano il confronto e permettono di migliorare a tutto lo staff. Ma esternamente deve essere trasmesso un messaggio univoco, perché la squadra ha bisogno di certezze. Così chi collabora con un allenatore deve esprimere le proprie convinzioni, ma quando parla con il gruppo deve ragionare con la testa dell’allenatore, che resta il capofila. Non è facile e ho la fortuna di avere al mio fianco professionisti di grande valore, che sanno dialogare con me e con i giocatori, capaci di interagire con i più esperti e di aiutare i più giovani”.

A proposito di giovani, bianconeri ma non solo: un capitale da gestire come, nel calcio italiano?
“Ho lavorato in settori giovanili importanti, come quelli del Monza e del Como ai tempi d’oro, quando ogni anno venivano lanciati dei giocatori destinati a palcoscenici di rilievo. Ho insegnato a scuola: elementari, medie, superiori. I giovani, dunque, li conosco bene: sono una grande ricchezza, che va tutelata. Si deve permettere loro anche l’errore, perché è normale che sbaglino; occorre prevedere un percorso di crescita graduale, perché vivono di alti e bassi, di grandi slanci ma anche di incertezze. Vanno dosati, senza appesantirli di eccessive responsabilità. In tal senso, in un gruppo, giocano un ruolo fondamentale anche i “meno giovani”, che possono aiutarli a crescere. Da questo punto di vista, mi sento molto fortunato: ho giocatori come il capitano, Farelli, Angelo, Giacomazzi, Valiani, Pulzetti, Rosina, Dellafiore ed altri ancora, che ogni giorno stimolano i compagni più giovani, li aiutano, con grande unità di intenti”.

E’ questa unità che, in una stagione difficilissima, costellata da mille vicissitudini quotidiane che vivete direttamente, sta permettendo alla Robur di disputare un grande campionato?
“I ragazzi vengono al campo con il sorriso, con la voglia di stare insieme e di allenarsi. Questo fa la differenza, di fronte alle difficoltà. Questione di alchimia, che si è creata nel gruppo. Nessuno ha mai perso il piacere di andare al campo e faticare, anche duramente, per tenere alti i colori di una società che sta vivendo un momento difficile. Mi viene in mente una frase: si vince con buona gente, più che con buon talento. E’ proprio così: il talento da solo non basta; servono persone per bene e di spessore. Alleno ragazzi in gamba, che, prima di essere bravi giocatori quali sono, hanno qualità morali importanti”.

Siena sembra essere il suo ambiente ideale. Di sicuro, con la piazza c’è un feeling speciale.
“E’ difficile da spiegare, ma c’è davvero qualcosa di speciale nel mio rapporto con Siena. Molto semplicemente, mi sento a casa. Sento la fiducia, la stima, l’affetto, fortemente ricambiato. Professionalmente, tre esperienze indimenticabili. E poi amo la storia, dunque non potevo che innamorarmi di una città così. Siena mi ha dato e mi sta dando molto”.

Le esperienze meno fortunate, invece, cosa le hanno lasciato?
“Intanto mi hanno fatto capire che non si è infallibili e che basta poco, specialmente in Italia, per cambiare il vento di un’avventura professionale. Episodi, spesso, fortunati o sfortunati che siano. Serve grande equilibrio, per gestire le stagioni che lasciano l’amaro in bocca: da una parte sono una buona occasione per analizzare ancora più severamente il proprio lavoro; dall’altra non si può perdere la sicurezza in se stessi e soprattutto la convinzione di potersi riproporre con successo. Per farlo, però, occorre mettersi in dubbio e aggiornarsi costantemente, anche perché abbiamo la fortuna di fare un mestiere meraviglioso. Durante la sosta sono stato a Madrid e ho voluto seguire un paio di sedute del Real e una dell’Atletico: un grande piacere, oltre che un doveroso e interessante momento di studio”.

All’estero tornerebbe, dopo la parentesi brevissima di Salonicco?
“Certamente, anche perché al Paok restammo pochissimo. Sono attratto dal Nord Europa, dove hanno una cultura sportiva eccezionale. Andrei volentieri anche oltreoceano, per un’esperienza di vita oltre che professionale. In realtà andrei con piacere in molti Paesi, perché dovunque c’è da imparare e perché, se ami il tuo mestiere, alla fine ti bastano un campo, due porte, un pallone e una squadra da allenare”.

Ha spento le 500 candeline da professionista, relativamente alle gare di campionato. La prima sulla panchina della Pro Patria, nel 1995. Com’è cambiato il calcio in questi venti anni, e come è cambiato Mario Beretta?
“Io sono cambiato, come è normale che sia. Si cresce. Si cerca di non ripetere certi errori; altri, invece, si continua a commetterli. Sicuramente adesso valuto tutto con maggiore razionalità, un po’ come i calciatori: da giovani sono tutto entusiasmo e istinto, poi maturano, diventano uomini. Anche il calcio è cambiato, purtroppo. Quando ho iniziato ad allenare, tatticamente si giocava con il libero, dunque il salto è evidente. Ma il problema è che il nostro sport è cambiato soprattutto fuori: troppi interessi in ballo e sempre meno romanticismo. Non è più il calcio di quando iniziai con i pulcini: allora sembrava tutto più vero, più bello”.

Un’altra sua passione conosciuta è quella per la musica…
“Ce l’ho fin dalle scuole medie, quando mi regalarono un 45 giri dei Led Zeppelin. Oggi credo che a dieci, undici anni si ascoltino cose diverse… Ricordo che al Liceo mi appassionai, cominciando a frequentare i primi concerti. Ci scambiavamo gli LP di sabato, alla Fiera di Senigallia, vicino Porta Ticinese. Ho una collezione di 450 dischi in vinile, non so quante cassette, cd. Sul primo gradino del podio metto il rock, senza dubbio. D’altra parte gli anni ’70 mi hanno segnato e allora, in quel genere, c’era una produzione straordinaria. Poi il blues. Conosco bene Fabio Treves, un blues-man che gira l’Italia con la sua Treves Blues Band. Il jazz lo ascolto poco; rap e pop non sono in cima alla lista. Ho ascoltato molto folk irlandese, ma ho anche un centinaio di cd di musica classica. A Siena, poi, ho scoperto i canti gregoriani: sono andato diverse volte, all’alba. Le prime luci, i canti all’interno dell’Abbazia e tutto intorno la natura: una meraviglia.

Allora salutiamoci con una canzone: ne scelga una per descrivere il suo Siena.
“Nessun dubbio: la nostra è Born to run del Boss, che ci identifica appieno. Siamo nati per correre. E per non mollare mai”. (Tommaso Refini)

Fonte: Fedelissimo online