Esclusiva Fol – Pelati: “La Robur una parte della mia vita. Bello sentire la riconoscenza a distanza di anni”

Una vita spesa per il Siena, nella buona e nella cattiva sorte, tra giocatori valorizzati e tanto lavoro oscuro. Nei suoi oltre 20 anni di militanza in bianconero Giulio Pelati ha accompagnato tanti ragazzi nel loro percorso di crescita fino a lanciarli nel calcio dei grandi. Un mondo, quello del pallone, che ha amato ma dal quale adesso è sempre più distante: “Purtroppo sono entrate tante persone strane, i risultati della nazionale non sono sorprendenti. Non c’è serietà e non c’è onestà”. Al Fedelissimo Online, l’ex tecnico delle giovanili ha ripercorso la sua carriera, costellata di soddisfazioni ma anche di brusche interruzioni.

Aveva militato da calciatore alla Robur, come nacque la possibilità di tornare nelle vesti di allenatore?

“Grazie a Nelso Ricci. Siccome la mia compagna era di Siena ogni tanto tornavo, un giorno capitai allo stadio a vedere un allenamento e trovai Nelso, con il quale ero stato quattro anni a Pontedera. Me la buttò lì e decisi di cominciare. Era appena iniziata la stagione 1989/90, quella della promozione con Perotti”.

Che squadra le fu assegnata?

“Gli Allievi Regionali, il gruppo del ‘74. Le nostre avversarie più quotate erano Poggibonsi, Rondinella e Montevarchi, ma con la promozione in C1 io proposi a Paganini di fare gli Allievi Nazionali. Lui colse al volo l’opportunità. C’erano 4 gironi da 16 squadre, che venivano da tutta Italia. Incontravamo Roma, Lazio e tante altre. Questi erano i campionati adatti per crescere”.

Fu promosso anche in prima squadra ad un certo punto.

“Nel ’92, subentrai le ultime quattro partite. Fui chiaro, i miracoli non li potevo fare in così poco tempo, ma ebbi il coraggio di togliere i vari Carbone e Coppola e lanciare ragazzi del settore giovanile, come Lapini, Fommei, Biliotti e Baiocchi”.

Giocatori valorizzati che poi negli anni hanno saputo affermarsi.

“Lapini lo vendemmo per 700 milioni di lire alla Roma, Biliotti a 280 milioni. Fommei ha giocato 15 anni in Serie C e anche Baiocchi ha fatto la sua carriera. Nel ‘91 cedemmo anche Stringardi a 180 milioni, poi prendemmo 300 milioni dal Milan per Borrelli e Vagaggini”.

Da quel settore giovanile il Siena attingeva e trovava risorse importanti per andare avanti.

“Portammo nelle casse del Siena oltre 2 miliardi di lire. E quei giocatori sono cresciuti, facendo svariati anni nelle categorie superiori. Abbiamo vinto 2 campionati Allievi Nazionali e 2 campionati Berretti. I nostri ragazzi hanno giocato con Totti, Nesta, Margiotta, Lucarelli. Facevamo quello che il Siena non ha più fatto negli ultimi anni”.

Con Paganini come era il rapporto?

“I primi anni buono. Quando diventammo vice campioni nel ‘95, vendemmo Stefani per 800 milioni all’Udinese. Aveva le lacrime agli occhi, non l’aveva mai vista una cifra del genere. Per sdebitarsi mi fece fare il corso da allenatore. Poi l’anno dopo il rapporto si incrinò un po’. Arrivò Garzelli come dg, non mi trovavo bene”.

Dopo il passaggio di proprietà si concretizzò comunque la sua permanenza.

“Feci due anni con la Snai e rimasi fino al 2000. Avevamo Benassi, un portiere poi arrivato in Serie A, e Dionisi, che adesso allena il Sassuolo. Lo presi nel ’95 insieme ad altri, tre anni dopo con questi giocatori e Claudio Rastelli in panchina vincemmo il campionato Berretti. Nella stagione 1999/00 presi io la guida della Berretti, ma alla fine decisi di andarmene”.

Il motivo?

“Non ero più gradito perché non facevo giocare alcuni calciatori imposti da Pastorello. Quando facevo le mie relazioni avevamo 11 punti di vantaggio, conquistammo 36 punti su 39. Poi dissi arrivederci, se questo è il calcio non fa per me”.

Tornò però nel 2004.

“Fui richiamato da Claudio Mangiavacchi, che mi chiese di allenare la Berretti. Il primo anno con Bruni si arrivò nelle prime 4 al Viareggio, nel 2005/06 vincemmo la Berretti senza mai perdere, uscimmo in semifinale per differenza reti. Nel periodo di Stronati avevamo anche avviato una sorta di foresteria, tenevamo i giocatori al Sacro Cuore, forse anche troppi. Con Baroni la Primavera raggiunse la finale nazionale”.

Quegli anni il vivaio vide forse transitare i giocatori più forti della sua storia.

“Spinazzola, poi Bonifazi, Proia, Olivieri, Rosseti… Dopo siamo falliti e tutti ci hanno mangiato”.

Qual era il segreto per un serbatoio così florido?

“Avevamo una ottima rete di scouting. Qualche giocatore ci veniva segnalato, altri li andavamo a vedere personalmente. Li valutavamo, gli facevamo fare delle prove e poi sceglievamo. Bonifazi lo individuai al torneo Tor Tre Teste, dove ero andato con i Giovanissimi B. Lo vidi e lo prendemmo. Poi con noi ha fatto il percorso dagli Allievi Nazionali alla Primavera”.

Rimase anche dopo il fallimento, ad allenare la juniores della neonata Robur Siena.

“Quando Ponte prese la squadra dal sindaco c’eravamo io, lui e Sandro Maffei. Fui io a dire al presidente di prendere Morgia. Conoscevo il suo vice Madocci, a marzo con la Primavera eravamo andati a fare un’amichevole da quelle parti. Era la soluzione migliore perché avrebbe portato staff e giocatori, che ci avrebbero consentito di partire da una base. Anche noi vincemmo il campionato con la juniores”.

La gestione Ponte si rivelò molto travagliata in ogni caso.

“Ponte fece un errore: ascoltare Bozza (direttore generale nella stagione 2015/16, ndr) che gli consigliò di affidarsi ai Materazzi. Mi aveva chiesto una mano a cercare un allenatore in seconda e un preparatore dei portieri, ed io chiamai Biliotti, che aveva giocato con Atzori a Ravenna, e Vecchini. Ma se sapevo che avrebbe preso Materazzi non mi ci sarei confuso. Dopo Teramo la società mandò via Atzori. Un giorno chiusi Ponte in ufficio, gli dissi che ormai era compromesso. Così è successo, è sparito dal calcio”.

È con l’arrivo della famiglia Durio-Trani che si interrompe la sua storia con la Robur.

“La Durio acquistò la società per fare un regalo al figlio. Fu Morgia a dirle di prendere il Siena, che in quel momento era in difficoltà. Lui avrebbe dovuto fare il responsabile del settore giovanile e mi aveva già fatto fuori”.

Come mai?

“Per degli episodi risalenti al campionato di Serie D. A due giornate dalla fine del mercato gli dissi di prendere Prandelli, che era capocannoniere alla Colligiana. Lo conoscevo bene perché era transitato nel settore giovanile del Siena, con lui avremmo vinto il campionato a febbraio. Invece arrivò per sua volontà Bigoni, che non segnò neanche una rete. Ma ci fu un altro motivo”.

Ovvero?                                   

“Voleva che io facessi giocare nella juniores i suoi giocatori, ma con me ha sempre giocato chi lo meritava. Lì si ruppe il rapporto. Poi all’ultimo non tornò perché lo chiamò L’Aquila”.

Per lei poi si sono aperte le porte della Cina, dove ha lavorato in due diversi periodi.

“Andavo nelle scuole ad insegnare calcio. L’iniziativa nacque dal Comune di Siena che tramite l’Università era in contatto con quello di Nantong, c’erano rapporti di scambi interculturali tra le due realtà. Loro fanno molta attività all’aperto, hanno strutture molto grandi e tutte con un campo”.

Un bilancio della sua esperienza nel continente asiatico?

“Mi sono trovato benissimo. Sono persone favolose, all’inizio erano un po’ titubanti ma poi mi hanno benvoluto. Sono rimasti contenti di come lavoravo, ho rapporti tuttora. Nel 2020 dovevo ripartire ma il Covid ha bloccato tutto”.

Ha seguito le vicende del Siena di questi ultimi anni?

“Sì, continuo a seguire. Gli armeni avranno avuto i miliardi, ma se non avessero comprato il ripescaggio ci stavano 10 anni in D”.

Il giocatore più forte che ha avuto modo di allenare?

“Un giocatore intelligentissimo era Fommei. Ha giocato tanti anni in Serie C, ma se fosse stato 20 cm più alto chissà”.

Quello che avrebbe potuto fare un’altra carriera?

“Francesco Venuto (3 presenze alla Robur nel 2014/15, ndr), è un peccato si sia perso. I gol che ho visto fare a lui non li ho visti fare a nessuno. In un torneo segnò 7 gol in tre partite, di cui tre alla Fiorentina e uno all’Inter. Lo volevano tutte le squadre, ma noi lo facemmo firmare a 14 anni”.

Quello che non è riuscito a portare a Siena?

“I gemelli Bernini. Erano di Incisa, non vennero perché non potevano fare avanti e indietro. Uno dei due è arrivato in Serie A. Un altro è Monticciolo, anche lui ha giocato in massima serie”.

Rimpianti per il suo percorso da calciatore?

“Non ho fatto carriera perché litigai con Facchin a Caserta, mi sputtanò su tutti i giornali. Mi volevano 6 squadre di B, Sonetti che poi andò all’Atalanta stravedeva per me. Io sono cascato nelle trappole, ma quando uno è disonesto non riesco a stare zitto”.

Come tecnico, invece, mai pensato di fare carriera tra i grandi?

“Dopo aver fatto il corso nel ‘96 ci ho provato. Poi però dovevo pensare a mia figlia e iniziai a lavorare. Sono sempre stato volentieri nel settore giovanile. La gente continua a chiamarmi, sentire ancora oggi la loro riconoscenza per me è una bellissima cosa”.

Da veterano del settore giovanile, come intende l’organizzazione di un vivaio?

“Imposterei un metodo di lavoro ben preciso. Tutte le squadre devono giocare con lo stesso sistema. Il lavoro tattico parte dai 13-14 anni fino ai 18-19, così in cinque anni il calciatore è già pronto se lo chiama la prima squadra. Ci vuole un responsabile che deve fare in modo che tutti i tecnici lavorino all’unisono. I giocatori devi vederli di persona e poi li fai provare. Io mi muovevo col furgone, andavo personalmente a vedere il Passalacqua e tanti altri tornei. Lavoravamo molto con le società di Grosseto, perché potevamo tenere i giocatori senza che si spendesse niente. Tanti giocatori li abbiamo presi dal Sauro, come Stringardi”.

Alla Robur tornerebbe?

“Con un compito diverso magari, allenare non mi interessa più. Forse come responsabile, potrei dettare delle regole. E poi passerei un po’ di tempo con i ragazzi”.

(Jacopo Fanetti)

Fonte: Fol