Esclusiva Fol – Argilli: “Robur, nessun rimpianto. Avrei voluto portare più giocatori in prima squadra”

Stefano Argilli, ex calciatore, allenatore e responsabile del settore giovanile della Robur, ha concluso la sua prima stagione nei grandi con un quarto posto in Eccellenza, a Sinalunga. “È andata molto bene. Per fortuna il Covid ha condizionato solo la parte invernale, fermando i campionati per un mese e mezzo – racconta al Fedelissimo Online – la stagione, sia per me che per la società, è stata buona, soddisfacente. L’obiettivo era stare tra le prime del campionato e siamo stati sempre tra le prime quattro. Nel ritorno ci siamo staccati dal Figline, che poi ha vinto nettamente e meritatamente il campionato, giocandoci le altre posizioni. L’unico rammarico è essere usciti subito ai playoff, ma una partita non fa una stagione”.

Come mai la decisione di chiudere qui l’esperienza a Sinalunga?

Ho deciso io. A Sinalunga sono stato bene e ho trovato persone squisite. Diciamo che abbiamo una visione di prospettiva un po’ diversa. Allora, anziché stare a sopportare una certa situazione, ho preferito staccarmi. Ho il gusto di provare nuove esperienze, per tanti anni ho ricoperto gli stessi incarichi e ora voglia di scoprire cose nuove.

Era da tempo che sentivi l’esigenza di allenare i grandi?

Già da due-tre anni meditavo questa soluzione. Poi col Siena ci sono stati sempre dei problemi. Una volta non mi andava di lasciare perché c’era la possibilità della Serie B. Poi con la mancata iscrizione non mi piaceva abbandonare in un momento di difficoltà. La nuova società mi ha chiesto una mano, poi quando si è un po’ stabilizzata ho fatto questa scelta. Che non è estemporanea. Avevo bisogno di qualcosa di diverso, di nuovi stimoli. Ho fatto tanti anni simili, è vero che le annate sono tutte diverse ma le dinamiche si assomigliano.

Pensi di essere arrivato tardi in questo mondo?

Non lo so, ma non è che ho ambizioni di successo assoluto. Non è che muoio se non arrivo in certe categorie. Un po’ come ho sempre fatto anche quando giocavo. Faccio il meglio possibile, poi tutto quello che viene lo accetto.

C’è qualcosa in ballo al momento?

Mi sto guardando intorno per una soluzione vicina a Siena. Mi piacerebbe salire di livello e di categoria, ma non è imprescindibile. Vediamo se si concretizza qualcosa. In settimana c’è stato un contatto e adesso è in una fase di stallo. Va detto che molte squadre hanno appena finito la stagione o ancora devono finire. Penso ci siano i margini per una bella soluzione.

Ritornerai un giorno a lavorare con i giovani?

Per i prossimi anni no, poi non è detto. L’anno scorso ho fatto l’esame come responsabile del settore giovanile, un nuovo patentino tosto da prendere, devi fare 190 ore. L’ho preso online, mi sono iscritto a un corso nel 2020 e l’ho finito nel 2022. Un corso bellissimo, diretto da Filippo Galli, che ha introdotto la Federazione. Una svolta epocale. È sempre servito il patentino per gli allenatori ma non per chi li sceglie. Il patentino non è ancora obbligatorio, ma in futuro lo diventerà. Comunque ho chiuso un cerchio. In questo momento mi dedico ad allenare gli adulti, non so dove mi porterà e quanto durerà.

Ripensando agli anni nel settore giovanile della Robur, immagino ci sia il dispiacere di aver creato più volte qualcosa che è stato poi puntualmente cancellato dalle dinamiche societarie.

È vero. In un settore giovanile i risultati non sono immediati, e se cancelli tutto devi ogni volta ricostruire e rimettere i tasselli al loro posto. Spesso non ci si rende conto della complessità del ruolo di responsabile del settore giovanile. Devi avere un supporto della società e delle altre società del territorio, devi scegliere bene gli allenatori, i dirigenti, i preparatori, gli accompagnatori, gli autisti dei pulmini. Devi pensare ai campi, alle trasferte, al relazionarsi coi genitori. Noi, e dico noi perché sono stato affiancato da Pierangioli, all’inizio anche Radice e Fabio Bonfiglio, non ci siamo mai goduti i frutti del nostro lavoro. Però sono soddisfatto di quello che abbiamo fatto. Non ho rimpianti. Abbiamo preso iniziative, non siamo stati mai fermi, provando a inventare qualcosa con le possibilità di budget che avevamo e portando a casa il massimo. Ma il dispiacere più grande forse è un altro.

Quale?

Avere regalato pochi giocatori alla prima squadra. Qualcuno ha fatto qualche presenza, qualche toccata e fuga, ma secondo me poteva rimanerci stabilmente.

Per esempio?

Sersanti, ora alla Juventus Under 23, è del 2002 e poteva già farsi valere nei professionisti. Oppure i ragazzi del Badesse, da Bonechi agli altri. Guglielmo Mignani, protagonista in D, lo sentivamo nostro. Romagnoli ha fatto qualche stagione. Diversi poi se ne sono andati prima di arrivare alla Berretti o alla Primavera perché ce li hanno comprati. Non ne posso citare tanti altri perché non gli è stata data la possibilità. Però lì c’era un confine che non potevo passare. Il mio compito era di portare i ragazzi al confine, poi decidevano altri.

Anche con la proprietà armena la situazione non è così semplice.

L’anno scorso il Siena è dovuto ripartire un’altra volta, in più c’è stato il problema del Covid e tutte le difficoltà di comunicazione nello spiegare alla società il nostro lavoro. Il settore giovanile è rimasto in piedi per miracolo e quella piccola base è stata utilizzata questa stagione. È stato molto difficile per noi, però c’era la pandemia, i campionati erano sospesi. La società ha scelto una linea di basso profilo e basse spese e posso anche capirlo. Quest’anno la palla è passata a Danilo Tosoni e so che avrà faticato tanto, perché è ripartito nei professionisti con una base dilettantistica.

Un commento sulle vicende odierne della Robur?

Mi metto nei panni dei tifosi, e sono in ansia come loro. Ho la fortuna, dopo tanti anni, di non doverne sapere niente, e per un certo periodo non ne ho voluto sapere niente. Anche adesso non sono super aggiornato. Spero che le cose vadano per il meglio.

Se arrivasse in futuro una chiamata del Siena?

Non la scarterei mai. È stata la mia società per nove anni da giocatore e per dieci anni nel vivaio. Vent’anni in un club ti rimangono troppo dentro.

(Giuseppe Ingrosso)

Fonte: Fol