Dura contestazione a casa Cairo. Ma gli ultrà sbagliano indirizzo

Sono giorni di rabbia e di solitudine per Urbano Cairo. Il tradimento della squadra, che si è fermata quando doveva decollare, l’ha spinto a varare il primo ritiro punitivo della sua presidenza granata per far scattare la molla dell’orgoglio in questo ultimo mese di partite. La contestazione della curva, sia allo stadio che nella «sua» Masio, invece lo allontana sempre di più dal Toro e probabilmente la farà disertare per il secondo anno consecutivo la cerimonia del 4 maggio a Superga. Preso tra due fuochi, Cairo sa che senza i playoff tutto diventerebbe più complicato e forse significherebbe il capolinea della sua avventura, al di là dell’annuncio di voler passare la mano a fine stagione. «Ora o mai più – è l’urlo di battaglia che il patron lancia per svegliare il Torino -: o capiamo chi siamo e cosa vogliamo fare, oppure la situazione non migliorerà. Noi siamo lì, però i playoff li raggiungi se sei quello di Ascoli e non quello visto col Piacenza».
Il tempo dei sorrisi, delle pacche sulle spalle e dei colloqui incoraggianti nello spogliatoio è finito. Dopo aver assistito ad una delle peggiori partite di sempre, il presidente ha deciso di spedire subito la squadra a Leinì per punizione. «Non mi diverto a mandarli in ritiro anticipato il sabato sera – si giustifica Cairo -, ma credo sia utile a loro per capire cosa succede. Non faccio drammi, ma devono guardarsi dentro tutti dal primo all’ultimo e ora devono trovare la soluzione per uscirne fuori». Il ritorno di Lerda aveva portato entusiasmo e soprattutto tre vittorie consecutive. Poi tutto si è spento, per un Toro «fuoco di paglia» sul campo. «Questa altalena mi fa arrabbiare – non nasconde l’amarezza -: io sono il primo a dire che le crisi possono arrivare, ma questo “up&down” stagionale non va bene. Anche l’anno scorso ci furono problemi, ma poi la squadra svoltò: quest’anno ci sono stati solo alti e bassi». Nessuno si salva dalle critiche del presidente, che ora chiede alla squadra solo una cosa: «La continuità di rendimento, perché quando giochiamo in un certo modo si vede e si vince. E poi la rosa è di livello e la panchina lunga: ci restano 26 giorni per chiudere il campionato e abbiamo tutte le possibilità per fare cose importanti. Però si deve essere cinici, quadrati e concentrati: quando hai il colpo giusto del ko, devi essere presente più di prima e piazzarlo».
Uomo avvisato, mezzo salvato. Peccato che identica filosofia sia stata usata dalla curva Maratona nei confronti di Cairo, con l’esplicito invito a non presentarsi domani pomeriggio a Superga. Prima con uno striscione allo stadio Olimpico («Il 4 maggio stai a casa») sabato scorso durante Torino-Piacenza e poi con un blitz a Masio, sempre nella notte di sabato, per contestare il presidente nel suo paese natio. «Non commento e sul 4 maggio non ho ancora deciso», taglia corto Cairo. Che comunque è rimasto sorpreso da un’azione scellerata, su cui stanno indagando le forze dell’ordine, e allo stesso tempo grottesca. La quarantina di ultrà granata, infatti, ha preso di mira la casa sbagliata scrivendo insulti e minacce sulle mura dell’abitazione di un altro Cairo. Che magari non è neanche tifoso del Toro e si è spaventato per una protesta che, dopo le scritte offensive, le bombe carta e le teste di maiale davanti alla sede della società, ora viaggia in trasferta. Prima a Milano con gli insulti durante la festa di Natale della Cairo Communication e ora a Masio, dove spesso il presidente ha deciso ingaggi ed esoneri degli allenatori.
Fonte: La Stampa