Dolce Milano, finalmente – di Tommaso Refini

Un catino di lacrime, lo stadio Meazza al novantesimo. Piange l’Inter, incapace di vincere di fronte al pubblico amico e messa al tappeto da una Robur che entrerà nella storia, come quella della prima volta a Milano. E’ il Siena di capitan Vergassola; di Pegolo, Neto, Paci e Felipe; di Angelo, D’Agostino e Del Grosso; di quei tre davanti – Rosina, Zé Eduardo e Calaiò -, schierati da Cosmi insieme al mago, in un momento, chissà, di lucida follia. Ma è anche il Siena di Valiani, che, dopo la rete a San Siro con la maglia del Bologna, all’esordio in serie A contro il Diavolo, fa il bis vestito di bianconero davanti al Biscione. E’ il Siena di Rodriguez, Sestu e di tutta la panchina, che ai gol invade il prato meneghino pazza di gioia.

Il cielo sopra la Scala del calcio fa capolino da sopra il secondo arancio; è grigio, figlio di una Milano che si è già incamminata sulla strada dell’autunno. Agli occhi del Siena, però, è un cielo stellato. Mai visto, in quasi due lustri di trasferte milanesi, un cielo così bello. Perché d’un tratto, dopo un inizio balbettante, gli astri indicano la via per la salvezza. La Robur c’è e se la può giocare: questo è il tesoro lasciato in dote dalla partita, che vale molto più di tre punti.    

E’ bellissima quell’unica bandiera bianconera che, sola contro tutte, sventola al terzo anello, a partita finita. O a sogno realizzato, come preferite. E’ padrona del campo e il vento la accarezza, come a premiare tanta pazienza: sedici volte senza vittoria, mica una. Quelle nerazzurre, invece, sono l’immagine della tristezza. Riposte, raccontano l’ennesimo passo falso interno della Beneamata, lontana anni luce dalla Juve e distante pure dal Napoli, per identità di squadra e trame di gioco. Il loggione spinge gli attori fino alla fine, ma alla rete del numero otto, frutto di un’azione da stropicciarsi gli occhi, cala il silenzio. E’ addirittura assordante, al raddoppio di Valiani: sembra un gol segnato a porte chiuse. Da ultimo i fischi, nei confronti di una squadra che ha più volte la chance del vantaggio, ma la calcia contro una saracinesca. Pegolo contro tutti, come quando da ragazzi giocavamo in strada, riempiendo di pallonate i garage del quartiere: tornava sempre indietro, che fosse un Tango, un Tango Espana, un Azteca, un Etrusco o un Super Tele impazzito. Faceva rumore e al limite lasciava un segno, ma non poteva entrare. Così è per l’Inter, che sbatte la testa sul portiere della Robur e sui propri limiti in fase di costruzione. Non hanno gioco i nerazzurri, che sperano nell’acuto dei propri soliti, ma non recitano da compagnia teatrale. 

Tutto ciò a differenza del Siena, che esce dal Meazza forte di una prestazione corale che va oltre i meriti individuali. Che pure sono tanti, a partire da quelli di mister Cosmi. Prima di giocarla non mette le mani avanti, anzi dichiara che la squadra ha tutto da perdere: il Siena ha bisogno di macinare punti, sul prato di San Siro come sul campo dell’ultima provinciale. Non bluffa, il tecnico umbro, perché si siede al tavolo verde e mette giù il carico: dentro D’Agostino, Rosina, Zé Love e Calaiò. Vergassola e compagni fanno proprio il messaggio: corrono, tengono testa ai rivali, incassano quando è il momento e attaccano se è possibile. Meglio soffrire per un contropiede subìto, che per un assedio al proprio fortino. I bianconeri sfidano sul piano del gioco i padroni di casa, sottoritmo per novanta minuti. E vincono meritatamente, perché quando passa il treno diretto verso la felicità, hanno il merito di salirci. Poteva anche non passare, perché nel calcio una virgola fa tutta la differenza del mondo: un gol subìto e il cielo diventa nero; una salvata e la luce è accecante. Ma tant’è, stavolta il ciuf ciuf si allontana con un carico di soddisfazione.

Oltre ai punti e alla convinzione di poter dire la propria, la vittoria del Meazza lascia al Siena un sistema di gioco su misura per le caratteristiche dei bianconeri. E’ un vestito che forse non andrà bene sempre, ma valorizza il feeling di Rosina con la trequarti e l’amore di Zé Eduardo per le zolle lontane dall’area di rigore. Del contemporaneo utilizzo di Rosinaldo e Love, il primo a beneficiare è Calaiò, meno isolato sul fronte offensivo rispetto a numerose trasferte passate, vissute da prigioniero dei centrali nemici. I tre moschettieri lo capiscono subito e lavorano molto in fase di non possesso: è la “conditio sine qua non” per permettere a D’Agostino e Vergassola di non alzare bandiera bianca di fronte agli avversari diretti. Quando poi si fa sera e occorre tagliare un po’ di legna per riscaldare casa, citofonare Rodriguez. Quanto a Valiani – esterno, mezzala, trequartista, goleador-, è la variabile impazzita capace di far saltare il banco. Utilizzarli dalla panchina, per una squadra come la Robur, è un lusso da capitalizzare. A San Siro, insieme a Sestu, hanno inciso eccome; altre volte – tante, crediamo – saranno titolari.    

Due ore dopo la fine, il catino del Meazza è un’astronave silenziosa che ha soltanto voglia di riposare. Lo stadio è vuoto, il parcheggio pure. Quella bandiera bianconera al terzo anello non sventola più, ma l’erba profuma di verbena. Bello esserci stati, perché una domenica così non si dimentica facilmente.

Fonte: sienafree.it