Diritti televisi: I club si litigano i tifosi

 

 

L’accordo sui diritti tv è stato approvato il 30 ottobre 2007 con 15 voti a favore e 4 contro (Palermo, Cagliari, Siena e Atalanta). Le risorse derivanti dai diritti televisivi (circa un miliardo di euro) saranno suddivise in tre parti come stabil­ito dalla Legge Melandri-Gentiloni.

 

 

IL PRIMO 40% sarà diviso in parti uguali tra le 20 soci­età di serie A

 

– IL SECONDO 30% sarà, a sua volta, suddiviso in due sezioni: 25% secondo il numero dei tifosi, stabilito attra­verso un’indagine demoscopica che sarà affidata ogni an­no a tre istituti nazionali e 5% in proporzione alla popo­lazione della città di provenienza del club.

 

– IL RESTANTE 30% sarà composto da 3 parti: 5% in base alla classifica finale dell’anno in corso, quello 2010/2011, secondo il modello delle quote inglesi (da 20 per la prima a 1 per l’ultima), 15% con la stessa modal­ità, applicata però ai 5 campionati precedenti. L’ultimo 10% si baserà sulle classifiche inerenti i campionati dal 1946-1947, il primo organizzato dalla Lega Calcio.

Non c’è accordo sui criteri da scegliere e neppure sull’istituto a cui affidarsi. Le piccole si coalizzano e c’è chi propone di copiare dal basket

 

ADESSO, a urne chiuse, esperti di flussi e sondaggi, di marketing e quantaltro dovrebbero spostarsi in massa negli uffici della Lega Calcio. Perché è lì, in queste settimane, che si sta combattendo l’ultima battaglia: quella della conta dei tifosi. Con la differenza che per i politici ogni “testa è un voto”, mentre per i club di A “ogni tifoso vale denaro”: ballano 300 milioni di euro e c’è grande tensione sul modo in cui dovrà essere calcolato il fantomatico “bacino d’utenza”. E, non da ultimo, sull’istituto a cui dovrà essere affidata la ricerca.

 

LA LEGGE Il decreto attuativo della nuova legge sui di­ritti tv è piuttosto rigido e lascia poca autonomia ai club, ma solo per quanto riguarda la prima applicazione, poi sarà possibile cambiare le norme. E comunque, al di là del fatto che al momento risultano immodificabili la quota del 40% da dividere in parti uguali (in Inghilterra è il 50%) e quella del 30% legata ai risultati sportivi (10% per i risultati ottenuti a partire dal 1946, 15% per quelli delle ultime cinque stagioni, 5% per l’ultimo campionato), sono ancora aperte le modalità di attribuzione del 30% relativo al bacino di utenza. È stabilito solo che il 5% sarà distribuito in base alla popolazione del Comune di riferimento della squadra (ecco perché, in sede di approvazione della legge, ci fu il voto contrario di Siena, Atalanta e Cagliari che consideravano il dato particolarmente penalizzante) e il 25% sulla base del numero dei sostenitori così come individuato da una o più società di indagini demoscopiche incaricate dalla Lega.

 

I CRITERI Questi aspetti sono tutti in alto mare, anche se le “piccole” hanno già cominciato a muoversi per limitare i danni. Perché considerano questa norma (insieme a quella che riguarda i piazzamenti storici) particolarmente vantaggiosa a vantaggio delle grandi. E, soprattutto, perché non c’è nessun accordo sui dati da analizzare per stilare la classifica: in base al numero totale dei tifosi (già, ma quelli “caldi” o anche i simpatizzanti?); in base agli ascolti tv (ma i positicipi “ad effetto” come l’ultimo Roma-Inter sono falsati dagli spettatori non tifosi ma interessati); in relazione alla presenza agli stadi (ma, anche, qui, i club che hanno stadi piccoli – come la Juve – sono favoriti nel conteggio). E ancora: quali fasce d’età privilegiare e quali aree geografiche? Già, perché anche questo può fare la differenza. Riguardo poi all’istituto a cui affidare le indagini demoscopiche, regna la confusione più totale perché (a parte Juventus, Milan e Inter) i dirigenti non sono mai d’accordo sui dati che gli istituti forniscono. Negli ultimi giorni, però, alcuni club hanno proposto di guardare al campionato di basket che ha già svolto una indagine in tal senso: si stanno racccogliendo informazioni.

 

I DATI Ovviamente, le indagini di questo tipo già ci sono e vengono riprodotte annualmente: su richiesta dei network televisivi, degli sponsor, ma anche di quei club che vogliono monitorare (molto attivi, in questo, Milan e Juve) i propri tifosi per fidelizzare quelli già esistenti e per catturarne di nuovi lavorando sui più piccoli (anche qui: Milan, Juve e Inter non lasciano nulla di intentato, dai gadget ai campus). La tabella che pubblichiamo in basso, ad esempio, è il ”Monitor calcio” annuale che da 10 anni realizza la Customized Research & Analysis di Milano. E’ relativa alla scorsa stagione e, per questo, va riparametrata su alcuni variabili, come i buoni risultati del Genoa e la crisi del Torino. Una tabella che certifica l’impennata del Napoli passato in quattro anni dalla serie C alle soglie della Champions. Un’altro aspetto da tenere in considerazione è che quei dati riguardano solo i tifosi “caldi”, mentre se si prendono in considerazione anche i semplici simpatizzanti, la Juventus vola a 13 milioni, il Milan e l’Inter a 7 e il Napoli addirittura a 4. Un’altra indagine che circola è quella elaborata dalla Nielsen, nel luglio del 2008, che grossomodo mantiene le posizioni di vertice ma che è più “generosa” con Fiorentina, Lazio, Palermo e soprattutto Genoa. che arriverebbe addirittura a un milione di tifosi Senza dimenticare che, all’interno di quei dati assoluti, ci sono mille sfumature: una distinzione che può portare a interessanti variazioni è quella tra squadra del cuore e “squadra simpatica”. La promozione in A di Palermo e Napoli e la loro progressiva crescita, per esempio, ha fatto sì che alcuni tifosi di quelle squadre abbiano abbandonato i club di riferimento stranieri (Juventu e Milan soprattutto) nella pratica quotidiana del tifo.

 

LE MODIFICHE Insomma, la questione del bacino d’utenza è un ginepraio che piace poco o niente ai club che, così, continuano a coltivare l’idea di cambiare la legge. Che, del resto, prevede la possibilità di venire modificata, dopo la prima applicazione. L’assemblea di serie A può cambiare i criteri con 15 voti su 20. L’obiettivo delle piccole, che cercheranno di convincere le medie per mettere così in minoranza Milan, Inter e Juventus, è quella di allineare l’Italia al tanto agognato modello inglese. L’idea è quella di portare al 50% la distribuzione in parti uguali dei diritti tv e abbassare al 25% quelle in base ai bacini d’utenza e ai risultati sportivi, riducendo per quanto riguarda questi ultimi, o annullando del tutto, la componente “storica”, che favorisce le grandi, a favore della classifica del solo ultimo campionato. La tabella che simula la distribuzione delle risorse secondo le regole attuali dimostra che la nuova legge non penalizza poi troppo le grandi, anche perché la vendita collettiva incrementa il totale delle risorse. Le medie società invece vedono crescere i loro proventi un po’meno delle piccole, che avrebbero da guadagnare dall’aumento della percentuale egualitaria. Il criterio del merito, invece, è stato decisivo per dirimere le questioni dei diritti “extra tv”: merchandising, diritti cartacei e quantaltro verrà incassato dallo sfruttamento del marchio della serie A.

Fonte: Tuttosport