Depistolario a cura di Jacopo Rossi

Ciao amico caro,

come stai? Ci sarebbero tante cose da dirsi, ma poi rischiamo di non capirci, di prendere fischi per fiaschi, cazzi per mazzi e soprattutto rombi per linee. Quindi perdonami se parlo solo io. Che poi, essendo una lettera, mi dirai. Vabbè.

Ti ricordi che facevi il 16 maggio 2010? Io so dov’ero io e so dov’eri te. Allo stadio, a vede retrocedere il Siena e vincere l’Inter. Poco male, anche se lì per lì non la pensavamo così: siamo tornati su direttamente la stagione dopo dalla B, dieci anni fa precisi, permettendoci il lusso di non schierare mai, o quasi, un Immobile ancora prepuberale.
E il 21 marzo dell’anno dopo? Te lo ricordi? Io sì: s’era a Napoli, a giocarsi una semifinale che, con miglior esito, ci avrebbe portato a Pechino o giù di lì. E invece. Due a zero, Siena abulico o poco meno, come il suo mister quella sera e a casa. Perlomeno ci si salvò, a differenza dell’anno dopo, quando ci levammo comunque lo sfizio di pettinare qualche squadrone. Io ho in mente un tre a uno all’Inter, con EmegharaSestuRosina. Sì, te l’ho già detto, poi si retrocesse, tra penalizzazioni varie in odore di calcioscommesse, ma non si può aver tutto dalla vita, anche se a noi basterebbe solo qualcosina, ecco. Otto anni fa, eh, non ottanta.

C’è di buono che si vinse un giro di penalizzazioni anche in B, tra fidejussioni e contributi: a fine maggio Rosina prese un palo letale su rigore quando già c’era aria di fallimento, il primo, che poi avvenne, quando s’era già tutti allegramente spiaggiati a Follonica.

E ci svegliammo a settembre in D, un’altra D, meno occlusiva del suono che produce tra i denti: tornammo tra i professionisti dopo un anno sabbatico, si barcollò in terza serie un anno intero con nervosa tranquillità, salvo poi stare un’estate, un’altra estate, appesi a un cambio di proprietà che si trascinava come te quando bevi. Ed erano solo cinque anni fa.

E un altro campionato in C, e quello dopo, con la promozione sfiorata in un anno psichedelico e sfumata a Pescara, e un’altra stagione, e i ripescaggi mancati, e la pandemia, nove partite, il lockdown, le penalizzazioni (di nuovo?) e il fallimento (ancora?).

Di quest’anno nemmen ti scrivo, ché ancora è tutto da scrivere davvero e tra esoneri, questioni di lingue, cartellini e ricorsi, gestione delle quote, disfatte mostruose, rigori contro e facce in panchina che danno ragione a Lombroso, c’è materiale per un libro di poesie dadaiste. Credo che l’altra sera anche Santa Caterina abbia allargato un po’ di più le braccia per la quantità di bestemmie in due idiomi che ha sentito a San Prospero.

Perché t’ho scritto tutto questo? Non lo so, amico mio.

Certo non per diventare nostalgico come tutte le nobili decadute, che poi sono quelle che abbiamo, a ragion veduta, sempre vituperato. Ahi nostalgia, vituperio delle genti.

Facile che l’abbia fatto per ricordarci non da dove veniamo (diochepalle) ma quello che abbiamo visto, vissuto, passato, tollerato e contestato: non siamo dei tifosi, siamo dei redivivi. Abbiamo visto un mondo in dieci anni che, a gente normale, viene offerto in comodato d’uso forse in mezzo secolo. A noi Christopher Lambert se ci vede ci scansa e cambia strada. Ci s’arrende? No. Vediamo ora che succede? Sì. Dai, eh.

Fonte: FOL