Debiti da onorare e squadra in serie B La nuova Siena senza Monte dei Paschi

«This is the oldest italian bank, was founded in fourteenseventytwo, when Leonardo Da Vinci painted "L'Annunciazione"…». Banchi di Sopra, un caldo pomeriggio di luglio. Nella Babele umana che sciama nelle strade intorno a piazza del Campo, la guida spiega che vent'anni prima della scoperta dell'America i senesi avevano già una loro banca. Gli occhi di una ventina di anziani turisti americani, tutti con il cappellino giallo, scrutano silenziosi e increduli il palazzo che affaccia su piazza Salimbeni dove c'è scritto: Monte dei Paschi di Siena. Senza sapere che sta per cambiare tutto.

La notizia è che a Siena niente sarà più come prima. C'è chi può giudicare il termine «divorzio» un po' eccessivo, anche se ieri è finito un pezzo di storia. Soltanto fino a qualche mese fa sarebbe stato impensabile per la Fondazione mettere in discussione il proprio ruolo di azionista di controllo del Monte dei Paschi. Peggio: una bestemmia in chiesa. Ma la tempesta che si è abbattuta sulla banca, sulla città e sul Partito democratico non lasciava alternative alla rottura del cordone ombelicale fra il Monte e la Fondazione, cioè la politica. L'ultimo schiaffo è arrivato con la decisione del tribunale di respingere la richiesta di sequestro di 1,8 miliardi alla giapponese Nomura, la banca con cui il Monte aveva stipulato il contratto sui derivati dello scandalo che ha travolto l'ex presidente Giuseppe Mussari e un gruppo di alti dirigenti dell'istituto. Così la giornata di lunedì 15 luglio sarà ricordata per la caduta dell'ultimo tabù: il vincolo che impediva ai soci privati di esercitare diritti di voto superiori al 4 per cento.

Per sperare nel risveglio del titolo in borsa e invogliare qualche compratore (italiano? straniero?) a farsi avanti non c'era altra strada. Con lo sconsiderato acquisto della Banca Antonveneta la Fondazione si è svenata: prima ha messo sul piatto tutti i soldi che aveva. Poi si è indebitata per un altro miliardo, nel tentativo di mantenere il controllo del Monte. E adesso che la situazione è ormai precipitata, da ricchissima che era, le sono rimasti sul groppone debiti per 44o milioni. Novanta soltanto sono gli impegni già assunti che non ha potuto onorare, per mancanza di soldi. Dieci al Comune, 25 alla Provincia… Bei tempi, quando la Fondazione Montepaschi era il bancomat del territorio: un miliardo distribuito in dieci anni. Peccato che siano irrimediabilmente finiti. Non bastassero i debiti, c'è anche la crisi della controllata Siena Biotech, nonché la situazione della società immobiliare Sansedoni alle prese con un indigesto affare immobiliare a Roma nella zona di Casal Boccone ereditato dal gruppo Ligresti. Insomma, un macello.

Quell'ente controllato finora dal Comune e dagli enti locali, quindi dalla politica, per onorare gli impegni dovrà intaccare la propria quota che ora è del 35 per cento. Ed è chiaro che gli resteranno briciole. Il dieci, il cinque per cento: se non un divorzio fra la città e la banca, qualcosa che gli assomiglia molto. Eppure c'è stato chi ha provato a resistere fino alla fine. Qualche giorno fa in consiglio comunale è arrivata una mozione che chiedeva di rinviare la decisione. Autori, due consiglieri dell'area del Pd che fa riferimento al presidente del consiglio regionale toscano Alberto Monaci, capo degli antidivorzisti. Ma a nulla è valso nemmeno il sostegno dei grillini. Perfino il presidente uscente della Fondazione Gabriello Mancini, inossidabile monaciano, ha preso atto che non aveva senso scavare altre trincee, arrivando addirittura a farsi lui promotore dell'abolizione del 4 per cento. Proprio come voleva Alessandro Profumo.

Il presidente del Monte, strenuamente sostenuto lo scorso anno dall'ex sindaco Franco Ceccuzzi, aveva minacciato le dimissioni se quel vincolo non fosse caduto. Ben sapendo che l'esito del braccio di ferro, nell'uno o nell'altro senso, avrebbe avuto conseguenze incalcolabili. Sul nome di Profumo e sul terremoto che il suo arrivo avrebbe potuto provocare (e ha provocato) negli equilibri di potere, si è consumata una lunga e logorante guerra di posizione. Ceccuzzi ci ha rimesso il posto da sindaco, tanto era granitico il muro contro cui è andato a sbattere dopo essere stato per anni dalla stessa parte, anch'egli paladino della senesità della banca: mezzo Pd, l'opposizione, i sindacalisti della Fisac-Cgil… Per non parlare di tutto quel mondo i cui interessi da decenni ruotano intorno alla banca. Su otto candidati sindaci alle elezioni comunali di maggio, sette erano apertamente contro Profumo. Compreso il nuovo sindaco pd, Bruno Valentini, dipendente del Monte come molti suoi predecessori, renziano. Così renziano da sentirsi fin troppo a suo agio, sostengono i maligni, sotto l'ala protettrice del sindaco di Firenze piuttosto che sotto quella di Monaci, che pure l'aveva appoggiato nella corsa al Comune. E che da tutta questa battaglia esce sconfitto. Sconfitto lui, ridimensionata l'influenza di sua moglie Anna Gioia sull'azienda sanitaria dopo l'arrivo del nuovo direttore sanitario Pierluigi Tosi, e frustrata a quanto pare perfino una piccola aspirazione del di lei figlio della precedente unione Alessandro Pinciani, vicepresidente della Provincia di Siena. Lo davano per sicuro assessore al Comune, ma Valentini evidentemente non era dello stesso avviso.

La prossima prova per il sindaco è in programma il 2 agosto. Quel giorno si dovrà procedere alle nomine della Fondazione, con le nuove regole. Finora i rappresentanti degli enti locali erano ben 14 su 16 membri: il solo Comune aveva otto poltrone, la metà. Adesso sono invece sette su quattordici, e al Comune ne spettano appena quattro. Boccone decisamente amaro per i politici che l'hanno dovuto mandar giù, appena mitigato dall'obbligo, per quei quattro, della residenza a Siena. Per quanto non è detto che il presidente debba essere scelto fra di loro.

Potrebbe toccare ad Alessandro Piazzi, amministratore delegato della Estra, multiutility di Siena, Prato e Arezzo, cresciuto alla scuola dell'ex ministro pidiessino Luigi Berlinguer. Oppure all'ex presidente della Banca Pierluigi Fabrizi. Ma si fa anche il nome del pisano Divo Gronchi, ora alla Cassa di risparmio di San Miniato. E quante chance ha il capo del comitato elettorale di Valentini, Giovanni Minnucci? In ogni caso, per il sindaco sarà una scelta cruciale. Anche se di soldi non ce ne sono più, la Fondazione resta il cuore di una città stremata e disorientata.

Cinquantatremila abitanti, cinquemila dipendenti del Monte, 700 impiegati comunali, l'università in difficoltà, la disoccupazione che aumenta, un turismo che non si ferma. Una città che forse più di ogni altra, oggi, è la fotografia dell'Italia di oggi. Meravigliosa, che tutto il mondo invidia, ma dilaniata dalle beghe interne e dall'incapacità della politica di affrontare i problemi. E dove le tensioni finiscono per scaricarsi sullo sport. L'hanno toccato con mano, Profumo e l'amministratore delegato della banca Fabrizio Viola, aggrediti verbalmente da un gruppo di tifosi infuriati perché il Monte dei Paschi ha chiuso i rubinetti. La squadra di calcio è finita in serie B e non potrà più contare sugli 8 milioni di sponsorizzazione che ogni anno garantiva la banca. Ovviamente, oltre alle linee di credito. La Ac Siena, cui partecipa indirettamente con una piccola quota anche la Fondazione Monte dei Paschi, è di proprietà dei costruttori Mezzaroma attraverso Progetto Siena, di cui controllano l'84 per cento: quota che risulta interamente in pegno alla banca Monte dei Paschi. E il basket? Dal 2014 anche la Mens Sana, squadra di basket che ha appena vinto l'ottavo scudetto, il settimo consecutivo, dovrà fare a meno della sponsorizzazione della banca, già ridotta a un paio di milioni dagli otto che incassava un tempo, esattamente come il club calcistico. Basterà cedere i pezzi pregiati, come sta già avvenendo, per far quadrare i conti? Forse. Ma non per il nono scudetto, temiamo…

Fonte: Corriere della Sera